Da Fridays for Future a Ultima Generazione: come protesta la Gen Z

Marco David

Tre movimenti degli ultimi anni – Fridays for Future, Ultima Generazione e Sumud Flottilla – hanno riempito le piazze, diviso l’opinione pubblica e rimesso al centro la domanda fondamentale: che cosa significa protestare oggi?

In un’epoca individualista e spesso disillusa, questi gruppi hanno rimesso al centro la partecipazione, anche quando il consenso non era garantito.

Nei precedenti articoli abbiamo visto come organizzare una protesta , esempi storici di proteste e 12 buone pratiche di resistenza attiva e legale. 

Andiamo a chiudere questa rubrica sulle forme di protesta analizzando i movimenti più rappresentativi degli ultimi anni, che hanno riempito i nostri notiziari e le nostre piazze, e che sono stati in grado di muovere l’opinione pubblica generale, cosa non facile in un’epoca individualista e sull’orlo del nichilismo come la nostra. Per ognuno di questi casi esploreremo le voci a favore e quelle contrarie, perché lo scopo di questo articolo non è convincervi di una visione, ma riflettere insieme per capire cosa li ha resi così importanti … e divisivi.

Protesta dei Friday for Future

Fridays for Future, la voce di una generazione

Difficile credere che un movimento di portata globale (e rimasto per mesi in testa alle notizie quando accendevamo la Tv) sia partito da una ragazzina incatenatasi davanti ad un palazzo, che protestava contro un mondo degli adulti che non era, a suo dire, in grado di ascoltare l’ovvio: il nostro pianeta non può continuare ad anteporre al benessere dell’ambiente il profitto, né pochi possono continuare a consumare a discapito di molti. Era il non così lontano 2018, e ben presto a Greta si sarebbero unite migliaia di persone in tutto il mondo, che per molti Venerdì avrebbero riempito strade e piazze facendo sentire la loro voce, fino a giungere a parlare nei più importanti palazzi del potere mondiale contro lo sfruttamento indiscriminato e criminale dell’ambiente. L’obiettivo: chiedere ai governanti di assumersi le loro responsabilità per la salvaguardia del pianeta e smettere di “rubare il futuro ai giovani”.

Non sono ovviamente mancati i detrattori, in particolare, ed è utile notarlo, non tanto sul movimento in sé, quanto concentrati specificatamente sulla figura di Greta. Quando si attacca la persona anziché la sua idea, c’è sempre qualcosa che non va, ma andiamo a vedere quali sono le contestazioni più riscontrabili. 

Mi perdonerete se sarà un po’ di parte nell’analisi di queste contestazioni, ma il loro spirito fantasioso e spesso pretestuoso non può lasciarmi neutrale:

  • I giorni di scuola persi dai giovani manifestanti, perché si sa, studiare è più importante che manifestare per il benessere del proprio mondo;
  • negazionisti del cambiamento climatico che affermano che questa attenzione eccessiva sulla questione sia solo una moda ed un pretesto per deviare l’attenzione da cause più importanti. Ci sta, purché si sappia argomentare contro l’influenza dell’uomo su questo cambiamento;
  • moralisti di varia natura che non perdono occasione di fare “virtue signaling” su quanta CO2 gli spostamenti della ragazza comportino o su come (oh mio Dio) anche lei mangia cibo confezionato in plastica, come se si potesse fare altrimenti nel mondo moderno;
  • non sono poi mancati gli attacchi personali, che dipingono la ragazza, che soffre di Sindrome di Asperger, che nulla ha a che vedere con le doti intellettive, come una ragazzina in cerca di attenzioni e magari di qualche profitto con la vendita dei suoi libri sul tema. Perché ovviamente guadagnare è un peccato capitale nel mondo dei moralisti, che di solito sono quelli che non ce l’hanno fatta, e chiamano “Gretina” un’adolescente per sentirsi superiori
  • arriviamo al dolce: Greta non è altro che una rettiliana che complotta per … il bene dell’ambiente? Onestamente non ho neanche capito l’accusa.

Certo, il movimento per il clima non brilla spesso per i suoi toni costruttivi: accusa praticamente ogni nostra abitudine quotidiana, fornendo soluzioni scomode o non fornendole affatto, in un’ottica di pura rinuncia a comodità e vizi che ci accompagnano da decenni. Decisamente non il biglietto da visita migliore per convincere davvero tutti. Nella maggior parte degli esseri umani la comodità di oggi è più importante di evitare un pericolo futuro non troppo vicino, o così pensano. Non è un caso infatti che i toni allarmistici e forse eccessivamente apocalittici – nella Home Page del sito di FFF la prima cosa che si vede è un timer per il giorno in cui il cambiamento climatico diventerà irreversibile secondo gli scienziati del clima – tendano ad allontanare chi non si sente immediatamente toccato da questi problemi, a torto o a ragione. 

La sola sensibilizzazione ha già fatto molto, chissà se basterà? Lascio al lettore il compito di rispondere personalmente alle seguenti domande:

  1. C’è motivo di allarmarsi tanto per il cambiamento climatico?
  2. Se sì, cosa può fare chi non ha potere decisionale diretto?
  3. Se no, come si possono indirizzare le energie di tanti attivisti verso cause migliori?

Ultima Generazione, una causa che non vuole “piacere”

Entrando sul sito di Ultima Generazione la prima cosa che si presenta ai nostri occhi non è un manifesto politico, la denuncia di un problema, o una lamentela, ma una call to action, un invito immediato a prendere parte ad una campagna a favore o contro questa o quella causa, dall’attaccare stickers in giro per la città a boicottare supermercati a livello nazionale. 

Lo spirito che pervade questo movimento è chiaro: azione immediata e di impatto.

N.B. Non è scopo di questo articolo giudicare i metodi o le cause sposate dal movimento. Ci limiteremo a riportare il grido di un movimento che, a torto o a ragione, nel modo giusto o meno, sta esprimendo il disagio di una generazione che si sente sconfitta in partenza, soffocata, ma che tuttavia non smette di lottare per quello in cui crede. Riporteremo inoltre le reazioni suscitate nel pubblico, e lasceremo giudicare al lettore se queste sono ingiuste e per partito preso, o sacrosante.

Ultima Generazione nasce nel 2021, da individui comuni uniti da un senso di angoscia per quella che considerano l’ultima finestra di tempo utile prima che il cambiamento climatico diventi irreversibile, rendendoci la vita su questo pianeta sempre più difficile nei decenni successivi. Il loro scopo è stato fin da subito innalzare l’attenzione sul tema e il senso di incombente minaccia dei problemi legati al clima, e per raggiungere questo loro scopo occorreva fare rumore, molto rumore. Occupare strade e autostrade bloccando il traffico, sit-in improvvisi che richiamavano l’attenzione delle persone intorno, e la loro firma forse più famosa, il lancio di vernice su monumenti e opere d’arte nei musei, sono stati i metodi di protesta non violenta che certamente non hanno mancato il loro bersaglio: attirare l’attenzione del grande pubblico e dei media. Queste azioni eclatanti hanno ovviamente attirato anche delle critiche, in particolare quelle di “inutile disfattismo”, in quanto il collegamento fra l’imbrattare un monumento e fermare le grandi multinazionali inquinanti non è esattamente lampante. 

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Gli attivisti rispondono che non è nelle loro possibilità, in quanto semplici cittadini, il potere di cambiare questi enormi meccanismi sociali, visti i giganteschi interessi dietro di essi, e che l’importante è invece attirare il più possibile l’attenzione di media, persone come loro e governi sulle questioni in gioco. E che l’abbiano ottenuto non si può negare. Suscitando indignazione, sdegno, perfino rabbia a volte, ma si sono fatti sentire.

Se questo gioverà o meno alle sorti della lotta al cambiamento climatico rimane però da vedere.

La più grande flotta di aiuti umanitari del nostro secolo mentre cercava di arrivare a Gaza

Sumud Flottilla, superare il confine dell’indifferenza

Non potevamo non citare la protesta che più di tutte ha infiammato le piazze per tutto il 2025, quella per la cessazione delle ostilità nella Striscia di Gaza, la cui azione più eclatante è stato il varo di una piccola flotta composta da più di 40 barche e partecipanti provenienti da 44 paesi, che è salpata a fine agosto 2025 dai porti di Barcellona, Genova, dalla Tunisia e da Catania.

L’intento dichiarato era ambizioso: spezzare il blocco navale israeliano intorno alla Striscia e portare aiuti umanitari alla popolazione stremata dalla guerra. Tutte le navi, nel corso di 3 giorni, furono sequestrate dalla marina israeliana, e i passeggeri detenuti per diverso tempo. Si sfiorò l’incidente diplomatico su scala mondiale, anche perché diverse personalità dello spettacolo presero parte all’iniziativa e non era possibile far finta di non sapere, ma per fortuna non ci furono morti né feriti, e tutti poterono tornare a casa propria. Se da un lato quegli aiuti non giunsero mai a destinazione, non si può però dire che la mobilitazione non abbia avuto effetto. È indubbio come un simbolo attorno al quale radunarsi (che sia fisico come un altare o una personalità, o etereo come un’azione o un motto) possa agire da forte catalizzatore per le energie di grandi folle. Così è stato per questa iniziativa, che durante i giorni di navigazione e poi sequestro è stata spiritualmente affiancata da decine di migliaia di manifestanti in tutto il mondo. Una partecipazione così coesa e condivisa da diverse forze sociali non si vedeva da parecchio, davvero pochi erano i contrari o gli indifferenti.

I detrattori del movimento parlarono di “inutilità pratica” dell’azione, di “bisogno di attenzione”, di “mettere inutilmente in pericolo altre vite”, di “provocazioni inutili e deliberate”, nonché dell’incoerenza di un movimento che predica per diritti umani per poi appoggiare nei fatti un’organizzazione terroristica (che di fatto controlla da decenni la Striscia). 

Che siate a favore della politica israeliana o meno, che siate convinti dell’utilità di questa spedizione, la sua risonanza mondiale è innegabile, e per quanto il suo impatto concreto possa essere stato nullo, non è da sottovalutare la capacità di accentramento dell’attenzione pubblica dimostrata dall’iniziativa. In fondo lo scopo di molte proteste è proprio questo.

Conclusione

Queste proteste, pur così diverse tra loro, condividono una radice comune: la convinzione che l’indifferenza sia peggiore del conflitto. Meglio compiere azioni di disobbedienza, urlare, forse perfino farsi deridere o essere invisi ai molti, che condannare tutti restando in silenzio.
Che piacciano o no, questi movimenti ci ricordano che il cambiamento sociale nasce sempre da chi decide di non stare fermo, anche da chi è piccolo e senza potere contrattuale, purché decida di alzare la testa e dire la sua. Potremo essere d’accordo o meno con i loro metodi, più o meno d’accordo con il loro allarmismo, ma se una così ampia fascia della popolazione ha aderito o guardato con simpatia a questi movimenti, non possiamo ignorare come essi rappresentino il nostro Zeitgeist, lo spirito con cui le proteste che percorrono il mondo intero si stanno oggi manifestando. La domanda che deve rimanerci dentro non è se siamo d’accordo o meno con cause e metodi, ma se saremmo anche noi pronti a metterci in gioco, in qualunque modo, per quello in cui crediamo, come hanno fatto questi nostri giovani.

Letture consigliate per chi vuole fare protesta

  1. James C. Scott; Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant Resistance
  2. Erica Chenoweth and Maria J. Stephan; Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict
  3. Charles Tilly; Social Movements, 1768-2004
  4. Gene Sharp; From Dictatorship to Democracy: A Conceptual Framework for Liberation
  5. Gene Sharp; 198 Methods of Nonviolent Action
  6. Richard Reynolds; On Guerrilla Gardening: A Handbook for Gardening Without Boundaries
  7. Doug McAdam; Social Movements and Networks: Relational Approaches to Collective Action
  8. Sidney Tarrow; Power in movement

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