- Il network del dissenso
- Culture jamming: Ridisegna la realtà
- Flash mob: Improvvisa per la lotta
- Guerrilla gardening: I semi del dissenso
- Il lancio di cibo: mangia e zitto!
- Die-in: Fingiti morto per i tuoi diritti
- Human microphone: L’eco della protesta
- Work-to-rule: Lo stretto indispensabile
- Comprare Etico: Dimmi cosa compri e ti dirò chi sei
- Artivismo: La Bellezza salverà il mondo?
- Strategic litigation: quando il cambiamento parte dai tribunali
- Hacktivism: le nuove frontiere della protesta digitale
- Mail Bombing: esplosione silenziosa
- Letture consigliate per le tecniche di protesta alternative
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Dalle risate alla disobbedienza civile: 12 modi creativi per cambiare il mondo senza alzare la voce.
In questo terzo articolo sulle forme di protesta andremo a conoscere vere e proprie pratiche di dissenso e tecniche che permettono a chiunque di noi di partecipare ad una lotta con creatività e relativa sicurezza rispetto ad una marcia in strada. Piccoli gesti che possono fare la differenza.
Leggi il nostro approfondimento curato da Marco David su come fare protesta:
- Per leggere il primo articolo “Come organizzare una protesta” clicca qui.
- Per leggere il secondo articolo “Proteste storiche” clicca qui.
- Per leggere il quarto articolo “Ai giorni nostri” clicca qui.
Il network del dissenso
Dimenticate gli slogan urlati e i cortei che riempiono le piazze.
La nuova protesta nasce altrove: nei laboratori creativi, sui social, nei collettivi digitali dove attivisti, artisti e comunicatori riscrivono le regole del dissenso.
Non servono bandiere né megafoni: bastano un’idea, una connessione internet e la voglia di mettere in discussione ciò che il potere ci chiede di accettare come normale.
Questa è la filosofia dei network del dissenso, comunità globali che uniscono chi vuole cambiare le cose con intelligenza, ironia e metodo.
Che si condividano o meno tutte le loro battaglie, è difficile non ammirare la coerenza di chi sceglie di sfidare l’apatia collettiva con strumenti nuovi — un attivismo lucido, consapevole, lontano dal fanatismo e dal vandalismo sterile.
La loro è una ribellione culturale prima che politica: un invito a risvegliarsi, a usare la parola, la conoscenza e l’impegno come vere armi civili.
Uno dei pionieri di questa rivoluzione è la Adbusters Media Foundation, nata in Canada nel 1989.
Una rete di artisti, attivisti e “burloni professionisti” che hanno fatto della comunicazione il loro campo di battaglia.
Secondo Adbusters, la maggior parte delle persone non è un fruitore consapevole dei media: assorbe passivamente messaggi e propaganda senza rendersi conto di quanto questi influenzino scelte, desideri e pensiero critico.
Per questo il loro obiettivo è uno solo: risvegliare la coscienza collettiva, trasformando la pubblicità in satira, i loghi in denuncia, l’ironia in arma politica.
Su un terreno simile, ma con un approccio più sistematico, agisce Beautiful Trouble, che si definisce un incubatore di humour, creatività e anti-oppressione.
Più che un movimento, è un laboratorio di strategia politica non violenta, una piattaforma che raccoglie manuali, tecniche e “strumenti di battaglia” per chi vuole protestare in modo efficace e pacifico.
Offre formazione, supporto economico e organizzativo a piccoli collettivi e persino un gioco da tavolo per imparare a “creare problemi” con intelligenza.
Più che un network, Beautiful Trouble è un’accademia del dissenso contemporaneo, dove la ribellione diventa competenza e la creatività si traduce in cambiamento concreto.
12 tecniche di resistenza pacifica e di disturbo legale
Sì, ma nel concreto noi cosa possiamo fare davvero per organizzare proteste efficaci? È presto detto. Ecco una serie di metodologie di protesta non violenta attuabili da chiunque senza grosse spese o capacità. Provare per credere.
Culture jamming: Ridisegna la realtà
Consiste nell’alterare gli spazi pubblicitari o nel motteggiare loghi e simboli famosi su spazi pubblici. Un esempio famoso è la bandiera americana che al posto delle sue famose stelle, simbolo di libertà e unità, si ritrova i loghi delle grandi aziende che di fatto sono l’emblema dello strapotere del capitalismo in America.
È un tipo di messaggio molto potente e rapido, perché usa ciò che la mente dello spettatore già riconosce come un simbolo famoso, alterandone però il significato con una modifica d’impatto. Inoltre è piuttosto economico, sia che si tratti di “buon vecchio vandalismo” sui cartelloni pubblicitari, sia di ancora più facilmente virali copie digitali. L’importante è che i simboli così trasformati siano ben riconosciuti dagli spettatori.
Flash mob: Improvvisa per la lotta
Se pensiamo alla parola Flash-Mob subito ci viene in mente l’immagine di un gruppo di persone che all’improvviso iniziano a ballare in luogo pubblico.
Questa è la modalità che certamente ha preso più piede grazie al suo essere molto d’impatto visivamente e all’essere piacevole da guardare per lo più. Di fatto qualsiasi attività “giocosa”, pacifica, e apparentemente scollegata da qualsiasi lotta, è un flash mob. Un esempio ci viene dato dalle proteste di Belarus nel 2011, dove una folla di persone si riunì e anziché urlare slogan, marciare, o protestare in qualsiasi altra forma … si mise a battere le mani all’unisono. O due anni dopo, quando di fronte ai palazzi del KGB più di cento persone si sedettero a leggere la Costituzione.
Questa forma di protesta presenta diversi vantaggi: è in forma aggregativa, quindi aiuta i manifestanti (magari alle prime armi) a creare un senso del gruppo e del coordinamento d’azione, allo stesso tempo senza mettere eccessivamente in pericolo in scontri di maggior portata, ed è pacifica. Tutto ciò, iun paese civile, dovrebbe significare nessuna ripercussione per i partecipanti, perché un intervento repressivo su una folla che batte le mani, canta e balla fa cadere qualsiasi maschera di perbenismo e civiltà che un governo potrebbe ancora fingere, spingendo persino gli indecisi a scendere in campo.
Guerrilla gardening: I semi del dissenso
Cosa c’è di meglio per appassionati di giardinaggio che protestare con paletta e semi e contemporaneamente ridare alla vita zone abbandonate della propria città? È quello che fanno i “guerrilleri del verde” (tradizione più antica di quanto si pensi), che negli ultimi anni contano migliaia di seguaci in tutto il mondo.
Il loro obiettivo? Contrastare il grigio e il decadimento delle loro città, soprattutto in aree abbandonate dalle amministrazioni. La loro colpa? Farlo senza passare per l’infinita burocrazia e i costi che richiederebbe il farlo legalmente. Ma questo non li ferma. Piantare e ripopolare di vita gli spazi più trascurati non è solo un modo di portare un beneficio immediato per quanto piccolo, grazie alla presenza di nuovo verde, ma di denunciare l’incuria e riportare l’attenzione della comunità su quella zona della città. Mentre scegliete dove andare a piantare il vostro seme per il futuro, consigliamo la visione della serie “Guerrilla Gardeners”. Per cominciare non servono contatti, reti, quote o tessere (benché ci siano moltissimi gruppi attivi in Italia), solo paletta e semi, e un po’ d’acqua magari.
Il lancio di cibo: mangia e zitto!
Il lancio di cibo in faccia a qualcuno con cui non andiamo d’accordo come forma di protesta non è solo documentato fino dall’antica Roma, ma è anche il primissimo modo in cui i bambini piccoli protestano contro i fratellini a tavola, o contro i genitori che gli danno verdure per cena.
Insomma, il proiettile edibile (frutta e verdura nella maggioranza dei casi) sembra essere una forma ancestrale di attacco all’incolumità emotiva prima che fisica del bersaglio. È infatti facile capire che lanciare oggetti semi innocui a qualcuno non miri a ferirlo nel corpo, quanto nell’orgoglio, e nella credibilità. Non per niente i clown si tirano torte in faccia.
Proprio per questo i bersagli preferiti di questi “scherzi” sono figure pubbliche, soprattutto politiche, con diversi gruppi di “tortatori” organizzati in giro per il mondo. Non è quindi una sorpresa scoprire che il lancio di oggetti edibili è considerato un vero e proprio reato in alcuni Stati.
Die-in: Fingiti morto per i tuoi diritti
Fra tutte le pratiche di occupazione di spazio pubblico questa è forse la più particolare. Niente urla, slogan, balli, pugni alzati, marce, performance artistiche. Solo un mucchio di “cadaveri”, magari coperti da simboli, bandiere, cartelli che parlano per loro che non possono farlo.
L’impatto visivo è garantito, e tutto sommato lo sforzo e il pericolo creato (sia per i manifestanti sia per gli spettatori) è minimo comparato ad altre forme di protesta, che comunque (con gesti, movimenti, suoni) possono ricordare una battaglia per quanto pacifiche, e spesso vengono raccolte come sfida dalle forze dell’ordine.
È più difficile accusare di atti violenti un manifestante totalmente passivo, benché l’accusa di blocco stradale introdotta a giugno 2025 non vada tanto per il sottile. Forme molto spettacolari, con bare, accompagnamento lungo le strade, megafoni per annunciare il decesso di questo principio o quella lotta, sono suggerite per ottenere il massimo effetto. Gli esempi vanno dagli USA (contro la guerra in Iran e per la morte di George Floyd), al movimento studentesco in Venezuela, per il lock down ai tempi del Covid a Londra.
Human microphone: L’eco della protesta
Proprio come dice il nome, si tratta di diventare un’unica voce. Una persona comincia con “prova, prova” (in inglese “mic check”), e le persone intorno a lui cominciano a ripeterlo finché “l’ordine” si diffonde a tutta la folla. E da lì si va avanti con la seconda, la terza frase, e così via, con decine di persone che ripetono ciò che dice la prima.
L’effetto è in realtà molto diverso da quello che si otterrebbe semplicemente urlando tutti insieme la stessa cosa, o usando megafoni. L’effetto a onda delle voci che si moltiplicano, il tempismo con cui questo avviene, degno di una parata ma ottenuto solo con la voce, e il senso di crescendo del suono, creano un effetto coinvolgente e minaccioso al tempo stesso. Lo scopo di queste voci che agiscono all’unisono non è puramente quello di fare chiasso, ma di creare un effetto su chi ascolta, un po’ come i tamburi di guerra servivano in epoche antiche a dare coraggio ai propri guerrieri e spaventare quelli nemici.
Work-to-rule: Lo stretto indispensabile
Chi l’ha detto che per protestare bisogna incrociare le braccia? Si può anche limitarsi a muoverle … molto lentamente! Potremmo tradurre “Work to rule” come “lavorare alla lettera”, ossia fare lo stretto necessario, e con comodo, per rispettare il proprio contratto di lavoro, senza metterci nessuna “passione” o particolare fretta. Probabilmente lo conoscete come Sciopero Bianco, ed è una metodologia di pressione “passiva” che si attesta su una linea grigia per cui è difficile individuarla, provarla e quindi sanzionarla. Un sistema adatto anche a chi non ha il cuor di leone di incatenarsi da qualche parte o di marciare contro i cordoni di polizia.
Una strategia specifica di cui avrete forse sentito parlare è il “Quiet Quitting”, ossia il rifiutare una mentalità della competizione a tutti i costi, rimodulando i propri sforzi lavorativi sul proprio “work-life balance”, per ritrovare i propri spazi e la propria serenità. E che ci crediate o no questo movimento, che vide il suo picco durante il periodo pandemico, sembra essere nato non in un modernissimo paese occidentale, ma in Cina, dove la competitività fra colleghi e il dormire in ufficio sembrano più la regola che l’eccezione. Chissà che proprio da questi eccessi non arrivi un’ondata di cambiamento utile al mondo per capire che, come noi italiani sappiamo bene essendo sempre un passo avanti a tutti in questo, non si vive per lavorare ma si lavora per vivere.
Comprare Etico: Dimmi cosa compri e ti dirò chi sei
Si sa, nella nostra epoca la politica si fa a suon di banconote, e spesso i principi si piegano al profitto.
Allora perché non usare questo meccanismo a nostro vantaggio? Che la forza dei nostri portafogli serva a fare del bene, invece di ingrassare sempre le stesse sporche tasche.
Ecco quindi che scegliere e fare scegliere con accuratezza in cosa spendere i soldi può diventare un forte messaggio politico e sociale. Avremmo dovuto comprare comunque questo o quel bene di consumo?
Tanto vale scegliere quello che rispetta i nostri principi. Non a caso questo metodo viene usato per boicottare le vendite di aziende ritenute poco etiche nei loro metodi di produzione, o nel trattamento verso i propri lavoratori, o magari accusate di crudeltà verso gli animali o ancora di inquinare eccessivamente.
Proprio per aiutare i consumatori in queste scelte quotidiane sono nati negli anni diversi osservatori internazionali che forniscono guide, cifre, standard di produzione, etichette leggibili con facilità. Vi basta aprire dei siti internet come “Ethical Consumer” o “The good shopping” per trovare tutto quello che vi serve per orientare i vostri acquisti verso aziende che producono quei beni di cui avete comunque bisogno ma in modo sostenibile per l’ambiente, senza sfruttare i lavoratori, trattando in modo etico gli animali, insomma con un occhio al profitto certo, ma con l’altro al mondo che lasceranno in eredità.
Artivismo: La Bellezza salverà il mondo?
Se pensiamo all’arte come forma di protesta potrebbe darsi che la prima cosa a venirci in mente siano i graffiti, e quei “dannati giovani” che imbrattano i nostri muri con le loro oscenità.
Ma se abbiamo mai aperto anche solo un libro di storia recente nella nostra vita, possiamo fare il passo successivo, e magari notare che sono ormai diversi secoli che i più grandi cambiamenti sociali e culturali della nostra storia siano stati guidati, aiutati, innalzati dall’arte, in qualsiasi sua forma, che ha agito da catalizzatore per il sentire comune, da volano per la diffusione delle idee, da terreno fertile per i propositi. Pensato al grande cambio di paradigma che è stato il Rinascimento in tutta Europa, e l’arte dell’Età dei Lumi, e di come (in negativo) la rappresentazione aiutò il diffondersi di idee Colonialiste e Nazionaliste, e più recentemente di quanta propaganda viene fatta nel mondo tramite gli “artisti allineati” a questo o quel regime. Perché non usare questo mezzo per promuovere prima di tutto valori positivi allora? Se il vostro movimento socio-politico vuole avere successo deve avere un esercito di artisti dietro, prima che di soldati.
Strategic litigation: quando il cambiamento parte dai tribunali
Il concetto di “Controversia Strategica” ha grande risonanza nella cultura americana abituata alle Class Action contro le grandi multinazionali a favore della gente comune. Per noi è più difficile pensare a degli episodi concreti in cui un singolo caso viene portato davanti al giudice allo scopo non solo di vincere il caso in questione ma di innescare un cambiamento su larga scala e su lungo termine.
Quando si avvia un tale procedimento in tribunale lo scopo più ampio è quello di portare l’attenzione della società su un’ingiustizia strutturale, su un sistema che danneggia tutti (e magari fino ad allora sconosciuto o sottovalutato), su un caso che è specchio di mille altri meno famosi, con l’intenzione di sollevare un sentire comune e promuovere un cambiamento strutturale. Inutile dire che in un sistema di giustizia elefantiaco e lento come il nostro questa forma di miglioramento sociale comporterebbe costi e tempi poco utili a qualsiasi causa.
Hacktivism: le nuove frontiere della protesta digitale
Il mondo si evolve, creando una copia virtuale di sé sempre più ampia e indipendente, e così fa l’attivismo. Se prima dell’era di Internet le azioni di protesta, disturbo, sabotaggio, dimostrazione, erano per forza limitate al mondo fisico, oggi i danni maggiori (sia in termini economici che di immagine) sembrano arrivare da quella copia virtuale della realtà che abbiamo creato e a cui stiamo ancora cercando di dare un vero ordine e delle regole, il web. Se danneggiare i macchinari di una fabbrica, acquisire documenti privati, procurarsi foto compromettenti sono azioni degne di contestatori, spie e guerriglieri notabili dei secoli scorsi, oggi questi “eroi mascherati” o ribelli che siano, operano spesso dalla loro cameretta, o comunque da una scrivania fornita di pc, connessione internet e poco altro. Eppure, una squadra coordinata di hacker può fare più danni di qualunque squadra d’assalto, e spesso sparire senza lasciare tracce. Uno dei metodi più famosi è certamente il DoS, “Denial of Service” (che potremmo tradurre come “Servizio Sospeso” in italiano), usato per la prima volta massicciamente da hacker di tutto il mondo per protestare contro l’intervento Nato in Kossovo, attacco che portò alla temporanea sospensione di computer e siti web legati all’organizzazione.
O il caso di Larry Fisher, la persona che da sola espose al mondo i traffici illeciti della Gamma International, rubando i suoi dati e pubblicandoli su Reddit. Come terzo e ultimo esempio non possiamo non citare il gruppo di hacker più famoso e influente al mondo, Anonymus, riconoscibile dalla loro maschera di Guy Fawkes. Potremmo citare decine di imprese incredibili a loro favore, ma ci limiteremo alla più stravagante, l’attacco hacker a Scientology. La nota setta americana era colpevole di voler censurare alcune interviste scomode, e questo piacque poco ai paladini mascherati della libertà, i quali con una serie di DoS, di malfunzionamenti e perfino di mobilitazioni in strada (il che fa capire come l’hacktivism non sia per forza sconnesso dalla realtà tangibile), portarono l’attenzione del governo su alcuni “piccoli” casi di evasione fiscale della setta.
L’attivismo nel campo della sicurezza digitale è un argomento vastissimo, e intreccia impegno sociale, rivoluzioni contro governi totalitari, piccole lotte sociali e grandi battaglie per la libertà di espressione. In un mondo sempre più digitale dovrebbe essere fra le primissime preoccupazioni di ognuno di noi acquisire delle competenze base di cyber-sicurezza, ovviamente per proteggerci da malintenzionati, ma anche e perché no, per partecipare a queste forme di protesta con la stessa naturalezza con cui andremmo a marciare in strada per i nostri diritti. Soprattutto visto che, e questo vuole essere un monito, i primi ad usare l’hackeraggio per raggiungere i loro scopi non sono più o meno benevoli paladini mascherati che combattono per cause sociali e libertà di espressione, ma i governi. E questo di solito non è un bene.
Mail Bombing: esplosione silenziosa
Chi ha detto che non si può protestare anche da seduti? Ecco che il nostro pc diventa una potentissima arma senza che abbiamo alcuna competenza di hackeraggio! Basta mandare una mail. E poi un’altra. E un’altra ancora.
E ripetere qualche decina di volte, magari insieme ad una decina di amici, o ad un collettivo di qualche centinaio di persone, un’oretta di lavoro in tutto, ed ecco che i server di posta del destinatario di bloccheranno per l’ingestibile traffico di posta bloccando la sua capacità di comunicare e fermando o almeno rallentando le sue azioni. Saturare una casella di posta con l’invio massiccio e concentrato di e-mail, può sembrare una sciocchezza, ma immaginate un’azienda malvagia che doveva inviare quell’ultima mail per dare l’ordine di disboscamento di quell’area, di demolizione di quella palazzina, di conclusione di un accordo importante e boom! Tutto bloccato da un fiume esplosivo di mail inutili e fastidiose, e perché no, magari anche un po’ creative se si ha il tempo.
Letture consigliate per le tecniche di protesta alternative
- James C. Scott; Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant Resistance
- Erica Chenoweth and Maria J. Stephan; Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict
- Charles Tilly; Social Movements, 1768-2004
- Gene Sharp; From Dictatorship to Democracy: A Conceptual Framework for Liberation
- Gene Sharp; 198 Methods of Nonviolent Action
- Richard Reynolds; On Guerrilla Gardening: A Handbook for Gardening Without Boundaries
- Doug McAdam; Social Movements and Networks: Relational Approaches to Collective Action
- Sidney Tarrow; Power in movement
Queste conoscenze sono fondamentali per ricordarci che anche quando tutto sembra troppo grande e lontano per poterlo cambiare, non dobbiamo dimenticare la logica della pallina di neve che inizia a rotolare fino a diventare valanga. Tutti noi possiamo essere quel fiocco in più.
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