4 proteste storiche da conoscere

Marco David

Dai sit-in di Greensboro ai semi della libertà: come le grandi proteste del passato hanno cambiato il mondo e come possiamo sfruttarle per il presente.

Questo articolo non sarà una semplice rassegna. Andremo infatti ad analizzare cosa ha reso efficaci o meno le proteste nel passato e la loro riproducibilità nel presente. In fondo la storia serve a questo, a rifare gli stessi sbagli del passato ma meglio.

Leggi il nostro approfondimento curato da Marco David su come fare protesta:

  • Per leggere il primo articolo “Come organizzare una protesta” clicca qui.
  • Per leggere il terzo articolo “12 tecniche di protesta alternative” clicca qui.
  • Per leggere il quarto articolo “Ai giorni nostri” clicca qui.
I manifestanti originali: Ezell Blair Jr., Joseph McNeil, Franklin McCain and David Richmond


I sit-in di Greensboro, USA 1960

Un esempio sono i sit-in di Greensboro: nella primavera del 1960 nel North Carolina, ispirati dal movimento non-violento di Martin Luther King, quattro studenti afro-americani decisero di sedersi su sedie riservate ai bianchi in un centro commerciale. E continuarono a farlo ogni giorno, per intere giornate, e ogni volta il gruppo aumentava di numero, fino a raggiungere le centinaia (persone di colore e non) e includere diversi esercizi di ristoro. 

Nei tre mesi successivi il movimento di occupazione si sarebbe espanso a diverse città e Stati, includendo trasporti, librerie, parchi, spiagge e in generale tutti quei posti in cui la segregazione basata sul colore della pelle costringeva a “dividersi gli spazi”. Ci fu qualche episodio di tensione ovviamente, ma per lo più il movimento rimase pacifico. La svolta si ebbe all’inizio dell’estate, quando gli esercizi commerciali così occupati ormai da mesi, avevano perso quasi tutte le loro entrate, sia per l’occupazione fisica dei loro spazi (non puoi far sedere nessun cliente se i tavoli sono tutti presidiati), sia per il boicottaggio attuato sulle loro vendite. I primi locali cominciarono a servire indiscriminatamente, e negli anni successivi questa sarebbe diventata, lentamente, la normalità in tutti gli States.

Cosa ha reso efficace la protesta:

  • La società era pronta: diverse persone bianche avevano partecipato alle proteste; il sentimento di uguaglianza era diffuso in una maggioranza della popolazione.
  • L’aspetto economico: molti esercizi commerciali si sono arresi quando i loro interessi materiali sono stati minacciati, prima che per buon cuore.

Applicabilità nel presente:

Oggigiorno in Europa ci sono pochi luoghi fisici interdetti a specifiche categorie , e spesso per questioni legate alle comuni divisioni fra sessi.

Caso diverso quando si tratta di servizi che, spesso per motivi più ideologici che fattuali, vengono riservati al sesso femminile (servizi di taxi, vagoni della metro, linee telefoniche di aiuto, discoteche), creando di fatto una discriminazione a priori. Avrebbe senso imporre la presenza maschile, silenziosa e pacifica, in questi spazi, proprio come fecero a Greensboro?

“Occupy Wall Street”, USA 201

EVERYDAY REBELLION è un documentario e un progetto cross-mediale che celebra il potere e la ricchezza delle forme creative di protesta non-violenta e di disobbedienza civile.

Il motto della protesta: “Noi siamo il 99%”

Il movimento di contestazione pacifica nato nel 2011 a New York, ed espansosi rapidamente a tutti gli States, al Canada, all’Australia e a qualche paese europeo, aveva come moventi la forte delusione e il senso di ingiustizia nati nella società in seguito alla crisi economica del 2008. L’occupazione del parco pubblico Zuccotti, vicino Wall Street, durò per 58 giorni, con 100-200 persone accampate, e fu possibile grazie all’incredibile sostegno da parte della popolazione locale e di ricchi donatori interessati alla causa. 

L’atto di occupazione terminò ovviamente con uno sgombero da parte della polizia, ma servì a sollevare le coscienze sul problema della disparità economica, e rimase così tanto nel sentire popolare che ancora oggi ogni anno, il 17 Settembre, l’occupazione del parco viene commemorata con un’adunata pacifica.

Storia della Democrazia Diretta: Occupy Wall Street e la pratica orizzontale di David Graeber

Cosa ha reso efficace la protesta:

Un contributo fondamentale lo diedero i residenti della zona e i ricchi donatori che sostennero gli sforzi dei manifestanti per quasi due mesi. Avere il sostegno della popolazione e i giusti agganci può trasformare una massa disordinata in un gruppo compatto dall’organizzazione efficace.

Applicabilità nel presente:

Benché non abbia raggiunto risultati concreti sul piano materiale o legislativo, è innegabile che la forza di questa dimostrazione servì a muovere le coscienze e a unire gli sforzi di migliaia di persone in tutto il mondo verso un obiettivo comune. 

La resistenza contro il condotto petrolifero della Keystone XL, gli scioperi per l’aumento dei salari dei lavoratori dei fast-food, e perfino Black Lives Matter trasse ispirazione da questo primo movimento di protesta sociale di massa. Possiamo quindi parlare di come i tentativi di sollevare le coscienze non siano mai davvero inefficaci sul lungo termine, e di come ogni battaglia, anche se non sembra raggiungere risultati tangibili, valga la pena di essere combattuta.

Gli scioperi della fame: quando dire NO alla vita diventa la più forte delle affermazioni

Mentre il corpo di chi sciopera si assottiglia, l’idea per cui combatte si rafforza. In questo strano dualismo, in cui l’Ideale nasce a discapito del materiale, in cui lotta per una vita migliore e sacrificio della vita stessa si intrecciano, siamo testimoni dell’immisurabile distanza a cui può spingersi la forza di un’idea.

Quando pensiamo allo sciopero della fame ci vengono subito in mente grandi esempi: Gandhi, le suffragette inglesi, i ribelli dell’IRA, i socialisti turchi. Viene quindi naturale pensare a questa forma di protesta come qualcosa di lontano nel tempo e magari non più necessario nella sua pericolosità per il protestante stesso. Ma anche spostando l’attenzione dal 2000 in poi non mancano gli esempi:

Gwynfr Evans, che scioperò per l’identità gallese; Barry Horne che morì per i diritti degli animali, l’eroico tentativo dei delegati algerini per richiedere maggiore democrazia; e come non ricordare le molte occasioni in cui questa lotta ebbe luogo qui in Italia.

Marco Pannella, storico leader del Partito Radicale, è diventato famoso per il suo ricorso a questa forma di protesta in occasione di diverse battaglie sociali, per l’aborto, il divorzio, per migliorare le condizioni dei detenuti, per diverse scarcerazioni e amnistie.

Cosa ha reso efficace la protesta:

Dobbiamo purtroppo constatare che in generale gli scioperi della fame non hanno spesso sortito l’effetto sperato, anzi sono più spesso fatali per chi li usa che non impattanti verso chi dovrebbe esserne smosso. Va considerato infatti che l’impatto emotivo e umano del dolore dello scioperante ricadono interamente su lui stesso e sulle persone che partecipano alla sua causa. Il maggior danno che si procura a chi dovrebbe intervenire su una situazione è il solo danno di immagine sul lunghissimo termine (se va bene le prossime elezioni), e non c’è davvero alcuna altra azione di disturbo in atto, se non magari smuovere le coscienze di molti per una causa, e in questo caso l’azione autodistruttiva diventa catalizzatore, non risoluzione. 

Di catalizzatori meno autodistruttivi ce ne sono di migliori, e al tempo stesso una tale forma di protesta, che fa leva sul sentimento di pietà collettivo verso la sofferenza umana, è tanto meno efficace quanto più lo si rivolge a personaggi, istituzioni, gruppi di persone che hanno già dimostrato di avere poco a cuore i diritti umani. Il sangue di qualche innocente in più o in meno non rovina la loro immagine, e perciò vale poco come pungolo.

Applicabilità nel presente:

Alla luce delle poche vittorie ottenute tramite lo sciopero della fame, se ne sconsiglia l’utilizzo, tanto più che sono pochi coloro che hanno la determinazione di portare il gesto alle sue estreme conseguenze, soprattutto considerando che  interrompere una protesta a metà indebolisce l’immagine della causa stessa, oltre a far perdere di credibilità chi l’ha promossa.

Protesta del settembre 2013 contro gli accordi di libero scambio: in Thailandia, i movimenti popolari si oppongono alla possibilità che i colloqui su un accordo di libero scambio tra Thailandia e UE portino all’imposizione dell’UPOV agli agricoltori del paese. (Foto: FTA)

Semi di libertà: quando il controllo passa dalle radici

Nessuno di noi ormai si chiede più da dove arrivi davvero il cibo che mangiamo e di tutte le condizioni che serve soddisfare per portare sugli scaffali dei supermercati quella confezione di verdure che probabilmente dimenticheremo in fondo al frigo finché non dovremo buttarle. Il 1961 è stato un punto di scissione totale con il passato, partito dal piccolo grande mondo dei semi, e riversatosi nel mondo di tutta la nostra filiera alimentare. 

Prima di quell’anno a nessuno sarebbe mai venuto in mente che una cosa come il seme di una pianta, da sempre abbondante in natura e per sua natura auto-riproducente, posseduto da qualsiasi contadino che avesse un pezzo di terra, potesse essere privatizzato. Eppure fu così. In fondo per creare un brevetto basta prendere il seme di una pianta qualunque, modificarlo geneticamente (perché sia più resistente ai parassiti, dia frutti più grossi o magari senza semi, che si sa tutti preferiscono) e quel “nuovo” seme diventerà proprietà intellettuale dell’azienda che lo produce, in quanto il know how e il codice di modifica sono a tutti gli effetti un lavoro sotto marchio. 

Niente di male fin qui: ogni azienda potrebbe produrre i suoi semi e fare concorrenza alle altre aziende per vendere i migliori agli agricoltori, e soprattutto ogni contadino sarebbe poi libero di usare quei semi come meglio crede. Ma l’avidità umana non ha fondo, e se si vendono semi “speciali” ma comunque auto-generanti li si potrà vendere una sola volta. 

Ecco il colpo di genio. Rendere questi semi sterili dopo il primo ciclo di produzione, in modo che si sia costretti a ricomprarli l’anno dopo per la nuova semina. E voi direte, meglio continuare a usare i vecchi semi, anche se non modificati almeno non si auto-castrano. Già, peccato che il secondo colpo di genio sia stato rendere tutte le varietà di semi non modificate fuori legge, perché “non confacenti ai nuovi standard”, e così addio alla possibilità di conservare, piantare, vendere prodotti derivanti dai “vecchi” semi. 

L’UPOV (Unione Internazionale per le Nuove Varietà di Piante) si è espansa a macchia d’olio, incontrando ovviamente forti resistenze in tutto il mondo, dal Sud America alla Thailandia, dall’Africa all’Europa. Nel 2021 si è registrata la più grande protesta di sempre contro l’UPOV: centinaia di organizzazioni di agricoltori  sono scese in piazza in tutto il mondo per dire basta al monopolio di una risorsa naturale tutta mirata al profitto, a creare dipendenza produttiva e, indirettamente, dipendenza alimentare da queste poche grandi industrie (Secondo la FAO, il 53% delle sementi commercializzate nel mondo è nelle mani di solamente tre aziende multinazionali).

Cosa ha reso efficace la protesta:

Ad oggi non possiamo parlare di successo o insuccesso della lotta di resistenza a questa iniquità. La protesta è senza fine, e gli atti di resistenza sono per lo più azioni di divulgazione e creazione di reti, o pressioni sui governi affinché cancellino (o non approvino in principio) questi accordi commerciali.

Applicabilità nel presente:

Azioni concrete di disobbedienza, come il salvataggio di semi “antichi” e la loro diffusione, partecipando alle reti di resistenza, è una cosa alla portata di chiunque abbia un piccolo pezzo di terra dove piantarli.

In conclusione

Possiamo imparare molto da quanti hanno combattuto prima di noi. Gli esempi qui riportati sono una frazione delle storie da cui prendere esempio, per questo vi esorto a non fermarvi a questo articolo: usate le fonti citate e le opere qui sopra per imparare quanto più potete sulle lotte per i diritti che oggi diamo per scontato e su come potreste un giorno trovarvi a lottare di nuovo per quelle o altre battaglie. 

Diventate “pronti all’azione”, non si sa mai. Potreste quindi trovare molto utile l’articolo 1 di questa rubrica (qui) che vi insegnerà i passi pratici per creare una protesta, o l’articolo 3 (qui) con tutti le tecniche più fantasiose per farlo, o infine l’articolo 4 (qui) dove parliamo delle proteste dei giorni nostri che più stanno impattando la società.

Letture consigliate per chi vuole fare protesta

  1. James C. Scott; Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant Resistance
  2. Erica Chenoweth and Maria J. Stephan; Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict
  3. Charles Tilly; Social Movements, 1768-2004
  4. Gene Sharp; From Dictatorship to Democracy: A Conceptual Framework for Liberation
  5. Gene Sharp; 198 Methods of Nonviolent Action
  6. Richard Reynolds; On Guerrilla Gardening: A Handbook for Gardening Without Boundaries
  7. Doug McAdam; Social Movements and Networks: Relational Approaches to Collective Action
  8. Sidney Tarrow; Power in movement

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