Dal cartello in piazza ai movimenti globali: come nasce, cresce e si tiene in piedi una protesta che funziona davvero.
Alla parola protesta subito compare nella nostra mente l’immagine di una marcia di persone dietro uno striscione, con megafoni e oggetti rumorosi, che urlano i loro slogan mentre avanzano lungo una strada verso un luogo di potere o una grande piazza. Se lo scopo comune a tutte le forme di protesta è portare un cambiamento su uno o più aspetti del vivere sociale, questa è però solo una delle tante modalità in cui questo scontento può manifestarsi, e non significa nemmeno che sia il più efficace!
Le proteste hanno infatti diversi binomi sul cui spettro è possibile inserirle: possono essere individuali o collettive, violente o pacifiche, simboliche o concrete (di solito con azioni legate all’economia), fisiche o digitali, legali o clandestine. Capite perché vale la pena di approfondire l’argomento?
Leggi il nostro approfondimento curato da Marco David su come fare protesta:
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Cosa serve quando si organizza una protesta?
Prima di tutto: una protesta efficace non nasce dal caos.
Non dobbiamo essere confusi con criminali e facinorosi che distruggono per sfogo, perché la credibilità è la prima forma di forza. Una protesta che sia percepita come “dalla parte giusta” deve seguire quel minimo di regole del vivere civile, e quindi di rispettare la legge. Ricordiamo infatti che lo scopo ultimo di qualsiasi atto dovrebbe essere il benessere della collettività (vicina o lontana che sia, generalista o particolare).
Ci sono delle eccezioni a questa regola ma non è qui che ne parleremo.
Cominciamo dal rispettare questa semplice accortezza: comunicare alle Autorità l’evento almeno 3 giorni prima della protesta tramite l’apposito modulo scaricabile sul sito Questura del capoluogo di Provincia di riferimento.
Essere trasparenti non significa essere deboli: significa mostrare che la tua battaglia è legittima.

Perché ad una protesta serve visione
Una protesta non serve a “risolvere” un problema in un giorno, ma a costruire un percorso. Il suo obiettivo è di solito lontano, e si sa fin dall’inizio che servirà tempo — o moltissime persone in poco tempo — per cambiare un aspetto della società.
Per questo una protesta non può mancare di visione: quella che guarda agli obiettivi di lungo termine e quella che abbraccia tutti i fattori che la circondano. Non è la marcia, lo scontro o il sabotaggio in sé, ma un insieme di scelte e consapevolezze: di come la società percepisce la causa, di quali gruppi la sostengono o la ostacolano, di dove e quando è opportuno agire per essere davvero visibili e incisivi.
Un gesto potente, se fatto nel luogo o nel momento sbagliato, perde il suo significato.
Conta perciò anche il momento dell’anno in cui ci si trova, perché un messaggio può svanire nel rumore di una festa nazionale, di una partita di calcio o di un caso di cronaca. Conta il ruolo degli organi di informazione, che può amplificare o distorcere la protesta: e se i media sono già favorevoli, stiamo ancora protestando o solo celebrando? Se invece sono ostili, siamo pronti a rispondere alla controinformazione?
E poi c’è la reazione dell’avversario, le possibili rappresaglie, la risposta delle forze dell’ordine, il rischio di infiltrazioni e provocatori. C’è la necessità di mantenere l’unità del movimento, perché quando le teste si muovono in direzioni diverse, anche la causa più giusta perde forza. E, naturalmente, ci sono le risorse umane: servono persone costanti, non solo entusiaste. Una marcia in poche persone è demoralizzante; e niente stanca più della sensazione di non ottenere risultati immediati. Senza un nucleo solido e tenace, le rivoluzioni muoiono nella culla.
Ma il punto più delicato, e spesso dimenticato, è un altro: cosa fare in caso di vittoria?
Può sembrare un paradosso, ma gestire la vittoria è più difficile che lottare per sempre invano. Lottare diventa un’abitudine, un automatismo del corpo e della rabbia. Una protesta nata da un fine nobile può facilmente trasformarsi in una valanga di emozioni incontrollate che non sa più fermarsi, nemmeno quando ha ottenuto ciò che voleva.
Ecco perché il “che fare dopo” va deciso fin dall’inizio. Bisogna impedire che la pancia prenda il posto della visione e che l’energia accumulata si disperda nel rumore. Reindirizzarla è fondamentale: serve a consolidare la vittoria, a darle legittimità, a evitare che venga strumentalizzata.
Perché, se non lo si fa, il detrattore potrà dire:
“Eccoli lì, hanno fatto tanto rumore e ora sono ancora a sbraitare. Chi sono i violenti, alla fine?”
A quello scenario bisogna contrapporre un altro spirito:
“Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ma restiamo vigili. Custodiamo ciò che abbiamo ottenuto, uniamoci ad altre cause sorelle e continuiamo a lottare per ciò in cui crediamo.”
Suona più poetico, vero?

Scegliere la forma di protesta più adatta
Abbiamo visto all’inizio che le proteste possono essere: individuali o collettive, violente o meno, simboliche o pratiche (di solito con azioni legate all’economia), fisiche o digitali, legali o clandestine. In base al risultato che si vuole raggiungere è fondamentale scegliere le giuste modalità, studiare come intersecarle fra loro, in base a tutti gli elementi identificati sopra. Non è una sorpresa per nessuno immaginare che oggi sia molto più efficace ibridare una folata di volantini fisici nelle piazze e un advertising aggressivo degli stessi sui social, piuttosto che limitarsi a uno di questi aspetti. Naturalmente a volte vale “less is more”. Non bisogna per forza inserire nel proprio repertorio un tipo di protesta tanto per, proprio per i motivi che dicevamo sopra. Non strafate!
Sicurezza e resilienza
Non vogliamo che ai nostri amici attivisti succeda qualcosa di male, giusto? Ecco che allora vanno considerate alcune misure di sicurezza, pre- durante e post evento. A seconda del tipo di azione che si andrà a intraprendere è fondamentale avere il giusto “team”. Stiamo sabotando dei macchinari in un deposito di armi? Ci serviranno degli ingegneri che ci dicano quali tubi spaccare. Stiamo incendiando i terreni di una multinazionale corrotta? Ci servono i prodotti chimici più efficienti. Vogliamo hackerare qualche sito? Manco a dirlo quanto è sofisticato.
Ma perfino una semplice marcia per strada può rivelarsi un disastro se non ci sono persone esperte nel coordinare i movimenti di una folla a guidare il “gregge”. Senza contare che se la marcia diventa scontro è meglio avere qualcuno che sappia … aehm … sporcarsi le mani. A meno che non vogliate diventare martiri, s’intende. Non scordiamo inoltre delle possibili ritorsioni, a cui magari nei paesi occidentali siamo meno abituati, che possono venir messe in campo dal potere anche molto tempo dopo la protesta. Siete pronti a difendere in tribunale i vostri sodali? A pagare le loro spese mediche? O a sostenere le loro famiglie in caso qualcuno venisse arrestato o peggio? Un’intera rete di sostegno può davvero fare la differenza, e far sentire i propri compagni di protesta più al sicuro li farà certo combattere meglio e più a lungo.

Comunicare l’efficacia
Suona molto aziendalese, ma i risultati sono quello che contano. Il grande obiettivo finale della protesta sarà lungo e difficile da ottenere. Ecco perché è importante festeggiare anche i piccoli passi avanti, creando hype e facendo vedere che comunque qualcosa si sta ottenendo in modo da non lasciar raffreddare gli animi. Pur non vincendo sul male oggi, siamo riusciti a portarci a casa qualche concessione? Siamo stati ascoltati in qualche alta sfera? Tutti i canali hanno parlato di noi? Siamo riusciti a guadagnare proseliti? Tanti piccoli mattoncini che ci porteranno alla vittoria domani, e che vale la pena rimarcare oggi.
Letture consigliate per approfondire i vari argomenti fin qui trattati:
- James C. Scott; Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant Resistance
- Erica Chenoweth and Maria J. Stephan; Why Civil Resistance Works: The Strategic Logic of Nonviolent Conflict
- Charles Tilly; Social Movements, 1768-2004
- Gene Sharp; From Dictatorship to Democracy: A Conceptual Framework for Liberation
- Gene Sharp; 198 Methods of Nonviolent Action
- Richard Reynolds; On Guerrilla Gardening: A Handbook for Gardening Without Boundaries
- Doug McAdam; Social Movements and Networks: Relational Approaches to Collective Action
- Sidney Tarrow; Power in movement
Bene. Ora avete un’idea più precisa dei passi da compiere per iniziare la vostra piccola crociata. Mi raccomando, non fatevi male. Nei prossimi articoli vedremo esempi storici di proteste, per poi approfondire un elenco di idee molto pratiche, una piccola cassetta degli attrezzi per rivoluzionari in erba Nell’ultimo articolo invece troverete l’analisi delle proteste che hanno incendiato le piazze negli ultimi anni.
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