Fascismo e lavoro: tutte le fake news

Dario Ferrari LazzariniMichele Bagnato

Pensioni, diritti, tredicesima e cassa integrazione non “li ha inventati Mussolini”. Smontiamo tutte le fake news.

Fascismo e antifascismo sono ancora oggi terreno di scontro politico, almeno per una parte della popolazione: smontiamo allora la propaganda riportando il dibattito sui binari della realtà storica. 

Lo storico Dario Ferrari Lazzarini di Istoreco smonta le fake news su fascismo e lavoro.

Se ho la pensione, lo devo a Mussolini?

Falso

La Previdenza Sociale nacque nel 1898 con l’istituzione della Cassa Nazionale di previdenza per l’invalidità e per la vecchiaia degli operai (Legge 17 luglio 1898, n. 350). L’adesione alla Cassa era inizialmente solo su base volontaria, poi col passare degli anni vennero varate nuove leggi che la resero via via obbligatoria per diverse categorie di lavoratori. Con il Decreto legge n. 603 del 21 aprile 1919 nacque la Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali e l’adesione al sistema pensionistico divenne un obbligo per numerose categorie di dipendenti privati.

In epoca fascista, prima con il Regio Decreto n. 3184 del 30 dicembre 1923 furono estese ulteriormente le categorie che potevano beneficiare della Previdenza sociale, poi nel 1933 la Cassa Nazionale delle Assicurazioni Sociali venne riorganizzata nell’Istituto Nazionale Fascista per la Previdenza Sociale, che assunse la denominazione di INPS nel 1944, dopo la liberazione di Roma. 

Quindi è legittimo dire che il Regime fascista ha esteso certe forme di welfare, ma non è corretto attribuirgli la paternità di queste riforme. Addirittura fino al 1952 non esisteva il concetto di trattamento minimo di pensione, quindi molti assegni pensionistici non riuscivano comunque a garantire una soglia minima di sussistenza ai beneficiari. La Pensione Sociale è stata poi istituita solo con la legge n. 153 del 30 aprile 1969.

Se come lavoratore ho dei diritti, lo devo a Mussolini?

Falso

Il lavoro per Mussolini e per il Regime aveva uno scopo di controllo sociale e di creazione di consenso. Durante gli anni del Regime l’estensione della previdenza sociale andò di pari passo alla perdita dei diritti dei lavoratori: furono vietati gli scioperi e i liberi sindacati, fu introdotto il sindacato fascista unico che aveva lo scopo di delegare allo Stato la gestione dei rapporti di lavoro. Per accedere a diversi ambiti del mondo del lavoro si rendeva inoltre indispensabile la tessera di iscrizione al Partito Nazionale Fascista, in particolare essa era obbligatoria per lavorare nella Pubblica Amministrazione, negli Enti Statali e nella Scuola, mentre era fortemente consigliata per le grandi aziende. 

Il Patto di Palazzo Vidoni, firmato il 2 ottobre 1925 a Roma fu un accordo fondamentale del regime fascista che sancì il riconoscimento reciproco come uniche rappresentanze sindacali di industriali e lavoratori

Nel discorso pronunciato in occasione dell’inaugurazione della città di Carbonia, il 18 dicembre 1938, Mussolini affermò: “Coloro che io preferisco sono quelli che lavorano duro, secco, sodo, in obbedienza e possibilmente in silenzio”. Insomma: le riforme sociali fasciste non servivano ad emancipare i lavoratori, ma a mantenere un certo consenso popolare necessario per la sussistenza del Regime, ad inserire gradualmente le classi lavoratrici all’interno di un sistema autoritario, offrendo diritti e protezione in cambio di obbedienza cieca ed assoluta.

Se ho la tredicesima, lo devo a Mussolini?

Mezza verità ✅❌

La tredicesima nasce con la tradizione della “gratifica natalizia” che gli imprenditori dell’industria erano soliti elargire ai propri dipendenti per le feste natalizie. 

L’uso viene formalizzato con l’approvazione del Contratto Collettivo per gli impiegati dell’industria del 5 agosto 1937: il Contratto prevedeva l’elargizione della tredicesima ai soli impiegati (escludendo quindi gli operai) e stabiliva oltretutto, all’articolo 8, che “l’orario massimo normale di servizio è di 10 ore giornaliere; tale orario potrà eventualmente essere stabilito fino a 12 ore per particolari mansioni” e che “Nessun impiegato potrà rifiutarsi, entro i limiti consentiti dalla legge, di compiere il lavoro straordinario, il lavoro notturno e festivo, salvi giustificati motivi di impedimento”

Di fatto, la tredicesima costituiva quindi una sorta di contrappeso visto il peggioramento generale delle condizioni lavorative imposto dal Contratto Collettivo. Per l’estensione della tredicesima anche agli operai dell’industria occorrerà attendere il concordato interconfederale del 27 ottobre 1946, mentre l’estensione della tredicesima anche alle altre categorie di lavoratori dipendenti si deve al Decreto del Presidente della Repubblica n.1070 del 28 luglio 1960, una misura distensiva arrivata al termine di un intenso periodo di scioperi.

La Stampa, 22 aprile 1937

Se ho la cassa integrazione, lo devo a Mussolini?

Mezza verità ✅❌

La cassa integrazione nacque effettivamente negli anni del Regime con i Contratti Collettivi del 1941, ma era inizialmente pensata esclusivamente come strumento di tutela dei lavoratori in occasione delle riconversioni delle industrie civili in industrie belliche e delle chiusure forzate degli stabilimenti per cause belliche. 

Inizialmente la cassa integrazione copriva il 10% lordo dello stipendio, pagato per metà dall’industria e per l’altra metà dallo Stato. Considerando le condizioni delle assunzioni nel settore delle grandi industrie, per le quali la tessera del Partito era fortemente caldeggiata, la misura riguardava praticamente quasi solo i tesserati al Partito Nazionale Fascista

La misura assunse la connotazione attuale solo negli anni della Repubblica: il primo passo fu il Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 788 del 9 novembre 1945, grazie al quale la Cassa Integrazione arrivò a coprire i due terzi dello stipendio lordo del lavoratore. Se oggi la Cassa Integrazione copre l’80% dello stipendio del lavoratore ed è stata estesa a varie categorie di lavoratori, lo si deve alla legge 1115 del 5 novembre 1968.

Inutile scriverlo: Mussolini ha reso illegale festeggiare il 1° Maggio.

Con il fascismo si lavorava di meno e si prendeva di più?

Falso

Nel 1919, quindi prima della presa di potere del Fascismo, con il contratto collettivo firmato tra la FIOM e la Confederazione degli Industriali, nacque in Italia la settimana lavorativa di 48 ore, 8 ore al giorno per 6 giorni. Tale disposizione venne poi estesa a tutte le categorie di lavoratori, tramite il Regio Decreto 692 del 15 marzo 1923.

Nel 1934, per far fronte alla crisi occupazionale, il Regime decise effettivamente di ridurre la settimana lavorativa da 48 a 40 ore, tuttavia ciò non avvenne mantenendo invariata la paga oraria dei lavoratori, per cui alla riduzione dell’orario lavorativo conseguì anche la riduzione dello stipendio degli operai.

Successivamente, con il Contratto Collettivo del 5 agosto 1937, furono inasprite le condizioni di lavoro degli impiegati. Si stabiliva infatti che “l’orario massimo normale di servizio è di 10 ore giornaliere; tale orario potrà eventualmente essere stabilito fino a 12 ore per particolari mansioni” e che “Nessun impiegato potrà rifiutarsi, entro i limiti consentiti dalla legge, di compiere il lavoro straordinario, il lavoro notturno e festivo, salvi giustificati motivi di impedimento” (art. 8).

La settimana lavorativa di 40 ore in Italia come la conosciamo oggi è stata formalmente introdotta solo con la Legge 196 del 24 giugno 1997, quindi poco meno di trent’anni fa.

Conclusioni

Come abbiamo visto, ancora oggi persistono numerosi cliché sul Ventennio, veri e propri luoghi comuni che hanno una precisa origine storica nella propaganda messa in campo dal Regime oltre ottanta anni fa: individuarli è il primo passo per una memoria consapevole

Non perdete i prossimi appuntamenti di questa rubrica, dove continueremo a smontare la propaganda, un documento alla volta. 

Consigli di lettura: “Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo” (2019) di Francesco Filippi e il suo seguito “Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto” (2020) e l’enciclopedia “Storia del fascismo” di Emilio Gentile (2022). 

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