Italiani “brava gente”? Mica tanto

Dario Ferrari LazzariniMichele Bagnato

Gli italiani non erano stinchi di santi nelle colonie e in guerra. La propaganda ha ripulito repressioni, campi, stragi e crimini di guerra.

“Gli italiani durante la colonizzazione furono diversi dagli altri, le popolazioni locali volevano bene agli italiani”

Falso

L’Italia non si comportò diversamente da altri Stati europei durante il proprio periodo coloniale, iniziato già alla fine dell’Ottocento con la conquista dell’Eritrea e terminato nel 1950, cinque anni dopo la fine del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale, quando l’Italia era già una Repubblica. Sotto la bandiera dell’esportazione di progresso, cultura e benessere sventolata dalla propaganda coloniale si celavano in realtà gli interessi economici di alcuni grandi gruppi industriali italiani e la volontà di sottomettere le popolazioni autoctone per ricavarne prestigio internazionale.

La storia coloniale italiana è costellata di atti di ribellione da parte delle popolazioni sottomesse e da feroci repressioni condotte dall’esercito italiano per sedarli.

In Libia ad esempio, per tutti gli anni Venti del Novecento, ci fu una forte resistenza anticoloniale guidata dal guerrigliero Omar al-Mukhtār, tutt’oggi considerato eroe nazionale dalla popolazione libica. Al-Mukhtār, una volta catturato, fu giudicato in un processo farsa ed impiccato in un’esecuzione pubblica dalle autorità italiane a Soluch nel 1931: un atto di intimidazione, un gesto plateale a cui furono costrette ad assistere ventimila persone. Un tale esempio, uno dei tanti, non generò sicuramente rispetto e benevolenza verso gli occupanti italiani.

Montanelli sulla sua sposa bambina in Africa durante la guerra di Etiopia del 1936. Nella sua intervista del 1969 a “L’ora della verità” viene contestato da Elvira Banotti

“In Africa gli italiani si comportarono da civilizzatori e non da oppressori”

Falso

Durante le campagne d’Africa, gli italiani fecero largo uso della violenza indiscriminata: incendiarono villaggi, distrussero raccolti, eseguirono fucilazioni sommarie anche contro i civili e fecero ricorso all’internamento della popolazione in campi di detenzione e lavoro.

A quest’ultimo proposito possiamo ricordare, ad esempio, il campo di concentramento creato dagli italiani per ordine del governatore Graziani a Danane, in Somalia. Il campo doveva servire come luogo di prigionia per i ribelli somali ed etiopi e rimase attivo dal 1936 al 1941, anno in cui l’Africa Orientale Italiana venne conquistata dall’esercito britannico. Il campo fu a lungo dimenticato dalla storiografia ufficiale italiana, fino al 1988, quando lo storico Angelo Del Boca pubblicò un suo studio sul tema. Secondo le stime di Del Boca, nel campo di Danane furono imprigionate complessivamente circa 6500 persone, di cui oltre la metà non sopravvisse alle durissime condizioni igieniche e alimentari.

Più che civilizzatori, quindi, gli italiani furono veri e propri oppressori.

“Gli italiani non hanno commesso crimini di guerra”

Falso
Vi sono numerose testimonianze che confutano questa affermazione.

Nel libro Il terzo combattente scritto da Marcel Junod, ispettore della Croce Rossa Internazionale in vari scenari di guerra tra gli anni Trenta e la Seconda Guerra mondiale, tra cui anche la campagna italiana in Etiopia, si citano espressamente sia l’uso dell’iprite da parte dell’esercito italiano, pratica già proibita all’epoca dalle convenzioni di Ginevra, sia i bombardamenti deliberati degli ospedali etiopi e delle ambulanze occupate nel trasporto dei feriti.

Sempre in Etiopia, nel 1937, gli italiani si resero responsabili di due grandi massacri compiuti contro la popolazione civile: il primo tra il 19 e il 21 febbraio quando, in conseguenza di un attentato subìto dal generale Rodolfo Graziani, la popolazione italiana di Addis Abeba, appoggiata dalle truppe dell’esercito, insorse contro la popolazione etiope e compì spontaneamente una gigantesca rappresaglia di massa, uccidendo migliaia di civili inermi. 

Vittime etiopi della strage di Addis Abeba

Nel maggio seguente, poiché le autorità italiane sospettavano che il clero cristiano copto etiope fosse stato complice dell’attentato a Graziani, fu eseguita la fucilazione di massa di tutti i religiosi presenti nella città-monastero di Debra Libanos: tra il 21 e il 29 maggio 1937 nella zona di Debra Libanos furono uccise oltre 2000 persone tra monaci, pellegrini e semplici abitanti della zona. Si tratta del più grande massacro di cristiani avvenuto in Africa nel Novecento.

Numerosi altri crimini di guerra sono poi stati commessi dalle truppe italiane durante la Seconda Guerra Mondiale. A titolo di esempio citiamo qui il massacro compiuto a Podhum, un paese che si trova pochi chilometri a Nord di Fiume (oggi Rijeka, in Croazia): qui le truppe italiane massacrarono 108 uomini di età compresa tra i 16 e i 64 anni, deportarono il resto della popolazione e saccheggiarono ed incendiarono le abitazioni. La causa di tale rappresaglia risulta ancora oggi ignota, visto che le stesse fonti fasciste riportano cause differenti.

Questi esempi, che non sono peraltro gli unici casi registrati, dimostrano come anche gli italiani abbiano commesso crimini di guerra contro le popolazioni civili e che la vulgata degli italiani brava gente sia una forma di revisionismo storico.

“Le violenze in Etiopia, Libia e nei Balcani furono solo episodi isolati”

Falso
Secondo le stime dello storico Giorgio Rochat nel suo saggio La repressione della resistenza araba in Cirenaica nel 1930-31 nei documenti dell’Archivio Graziani si parla di un numero imprecisato di vittime civili libiche che oscilla tra le quarantamila e le sessantamila: un numero di vittime così elevato fu in gran parte causato dalla strategia della repressione messa in campo dalle truppe italiane, che consisteva nella razzia o nella distruzione sistematica dei capi di bestiame, la fonte primaria di sostentamento della popolazione.

Principale responsabile delle violenze sulla popolazione libica fu il generale Rodolfo Graziani, vicegovernatore della Cirenaica e della Tripolitania, che fu anche l’uomo scelto dal Regime come Viceré d’Etiopia nel 1936 proprio per i suoi “meriti” in Libia. Anche in Etiopia Graziani si rese responsabile di innumerevoli violenze sulla popolazione: fu lui ad esempio, tramite un telegramma, a dare l’ordine di compiere il massacro di Debra Libanos.

Nei Balcani, dopo la conquista italiana, la repressione non fu meno feroce. È emblematico il testo della Circolare 3C emanata l’ 1 marzo 1942 dal generale Mario Roatta, nella quale si affermava: “Il trattamento da fare ai partigiani non deve essere sintetizzato dalla formula “dente per dente” ma bensì da quella “testa per dente”

Nella pratica ciò significava non operare distinzioni tra il partigiano combattente e il civile accusato di simpatizzare con la Resistenza jugoslava. 

Da questi esempi si capisce dunque come la violenza utilizzata dal Regime, prima nelle colonie e poi durante le varie campagne della Seconda Guerra Mondiale, non fu frutto di episodi isolati, ma rispose ad una strategia precisa di guerra ai civili messa in campo deliberatamente per instillare il terrore nelle popolazioni dei territori occupati.

Sequenza di una fucilazione di ostaggi in ex jugoslavia fatti dai militari del regio esercito durante la seconda guerra mondiale

“Gli italiani salvarono sempre gli ebrei dalle persecuzioni naziste”

Falso
Sicuramente ci furono tanti italiani che si prodigarono per salvare gli ebrei dalle persecuzioni razziali, ma è bene precisare che si trattò di un’esigua minoranza della popolazione.

All’ 1 gennaio 2024 erano riconosciuti Giusti tra le Nazioni 810 italiani. Pur potendo logicamente supporre che il numero di persone che contribuì, a rischio della propria vita, al salvataggio degli ebrei fu superiore, si capisce come esso rappresenti comunque uno sparuto gruppo rispetto alla popolazione totale italiana dell’epoca, composta da oltre 45 milioni di persone.

La stragrande maggioranza della popolazione italiana, se non apertamente antisemita, fu perlomeno indifferente alle persecuzioni antiebraiche portate avanti dal Regime fascista a partire dal 1938. 

Il 30 novembre 1943, con l’Ordinanza di Polizia n.5 firmata da Guido Buffarini Guidi, Ministro degli Interni della Repubblica Sociale Italiana, si diede il via all’operazione di polizia che portò alla cattura degli ebrei residenti in Italia e al loro invio “in appositi campi di concentramento”.

La notizia dell’esecuzione di questa retata fu riportata trionfalmente dalla stampa italiana nei giorni successivi: sebbene negli articoli si tacesse sulle reali condizioni dei campi e sull’organizzazione scientifica dello sterminio che vi veniva portata avanti, non si può comunque affermare che la popolazione italiana fosse completamente all’oscuro della vicenda.

Oltre 6 mila ebrei italiani sono stati deportati nei Lager nazisti e solo 837 di loro sono sopravvissuti. La cattura di queste persone è stata attuata dalle autorità locali italiane e favorita dall’indifferenza generale della popolazione. 

Sul comportamento degli italiani in guerra durante il fascismo vi consigliamo “Italiani, brava gente?” di Angelo Del Boca

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