Basta soldi ai giornali: cosa propone il referendum di Schierarsi

Veronica Del Puppo

Ma come funzionano i fondi e quali testate li ricevono?

Al grido di “Basta soldi ai giornali” l’associazione Schierarsi ha avviato una raccolta firme per richiedere il referendum abrogativo per i contributi pubblici diretti all’editoria. Ma come funzionano i fondi e quali testate li ricevono?

Se stai leggendo questo articolo probabilmente non sei tra coloro che ancora mantengono l’abitudine un po’ retrò di sfogliare il giornale ogni mattina, davanti ad una fumante tazza di caffè. E, per la cronaca, fai parte della maggioranza. Secondo gli ultimi dati Censis i lettori di quotidiani cartacei in Italia sono solo il 21,0% (29,9% per i quotidiani online), una percentuale che negli anni continua a calare. Al primo posto tra le fonti di informazione ci sono invece la televisione, Internet e i social network. Una domanda sorge allora spontanea: come fanno i giornali a sopravvivere?

Ebbene, anche attraverso fondi pubblici. In particolare, tramite il Fondo per il pluralismo (contributo pubblico diretto alle imprese editrici) e il Fondo straordinario per gli interventi di sostegno all’editoria. Sulla carta sono misure create per “aiutare” le imprese editrici a superare la decennale crisi del settore, causata anche dall’avvento del digitale.

Una nuova proposta di referendum mira ad abrogare parte di questi fondi.

L’ex onorevole M5S Alessandro Di Battista ha lanciato la sua nuova associazione Schierarsi la proposta di referendum popolare “Basta Soldi ai Giornali

 Cos’è IL Fondo Per il Pluralismo

Il 27 aprile scorso l’associazione culturale Schierarsi ha avviato una raccolta firme per ottenere la richiesta di referendum abrogativo dell’art.16 comma 4-bis del D.L. 30 dicembre 2023, n. 215. Tradotto: abolire il Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione. Ma di cosa si tratta?

I contributi pubblici diretti alle imprese editrici sono solo una delle tipologie di finanziamenti che lo Stato eroga alle testate giornalistiche. Lo scopo di questo fondo è garantire il pluralismo dell’informazione, ovvero l’esistenza di una varietà di voci tra le testate (differenziate sia per posizioni che per dislocazione geografica). La presenza di un’informazione affidabile e ben distribuita è infatti essenziale non solo per il singolo lettore, ma anche per la collettività. Costituisce il presupposto per la formazione di un’opinione pubblica consapevole e di una partecipazione politica attiva dei cittadini. 

La crisi che ha investito il settore dell’editoria negli ultimi anni ha messo a dura prova tutto questo. Lo Stato è intervenuto quindi a sostegno, in particolare dell’informazione locale. Ma il Fondo per il pluralismo ha come obiettivo anche spingere le testate all’innovazione tecnologica e a trovare nuove forme di investimento, affinché in futuro diventino economicamente indipendenti.

Quali testate possono richiederlo

Non tutti i giornali possono accedere a questi fondi. Ad oggi sono sette le tipologie di testate che possono richiederlo:

  • cooperative, cioè testate la cui proprietà è direttamente in mano ai giornalisti (ne è un esempio Il Manifesto);
  • testate il cui capitale è posseduto in maggioranza da cooperative o enti senza scopo di lucro;
  • imprese editrici con capitale interamente detenuto da enti senza fini di lucro;
  • testate espressione di minoranze linguistiche;
  • testate per non vedenti o ipovedenti;
  • testate edite da associazioni di consumatori e che trattano temi relativi alla tutela del consumatore;
  • quotidiani italiani editi e diffusi all’estero (si trovano principalmente nei paesi che in passato sono stati meta di emigrazione).

Inoltre i quotidiani beneficiari devono rispettare una serie di obblighi, tra cui impegnarsi a realizzare un’edizione digitale dinamica, dichiarare all’interno dell’edizione di aver ottenuto il contributo e rispettare il contratto collettivo di lavoro giornalistico.

Non possono accedere al fondo alcune delle testate più note, come Corriere, Repubblica o il Sole 24 Ore, in quanto giornali in parte posseduti da aziende o gruppi industriali. Allo stesso modo sono esclusi giornali di partito, di movimenti politici o sindacali e riviste di settore. Queste hanno invece accesso ad altre misure, come i contributi pubblici “straordinari” per l’editoria e altre agevolazioni per le versioni cartacee: questi fondi non verranno toccati dal referendum.

Chi riceve i fondi

Nella pratica però, la maggior parte del fondo va alle prime tre tipologie di testate: 141 sulle 206 beneficiarie. Questo avviene per una serie di fattori, tra cui la loro maggiore diffusione. Il fondo è aumentato progressivamente negli ultimi anni, anche per l’inserimento di nuove testate che ne hanno fatto richiesta.

Secondo i dati del 2024 (gli ultimi disponibili) la classifica dei contributi erogati è dominata da Dolomiten (quotidiano in lingua tedesca della provincia autonoma di Bolzano), Famiglia Cristiana, Avvenire, Libero Quotidiano. Tra gli altri noti, Il Manifesto (8 posto) e Il Foglio (12 posto). È principalmente a questi che guarda l’iniziativa di Schierarsi. Oltre questi la maggior parte è costituita da testate locali o quotidiani editi da enti religiosi cattolici.

Fonte: Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, anno 2024

I contributi pubblici diretti dovevano essere in realtà una misura recessiva, ovvero si sarebbero già dovuti concludere nel 2022. Negli anni sono stati prorogati varie volte, a causa della dipendenza ormai cronica che le testate hanno sviluppato dai fondi. Quello che propone l’associazione è di abrogare l’ultima proroga avvenuta nel 2024, con l’effetto di porre fine a questo finanziamento.

Luca Di Giuseppe, Presidente dell’Associazione “Schierarsi”, spiega la proposta di referendum per togliere il finanziamento pubblico ai giornali.

La proposta di referendum

Il Presidente dell’associazione Schierarsi Luca di Giuseppe, intervistato dal Fatto Quotidiano, ha commentato l’iniziativa spiegando come l’obiettivo sia “portare al centro del dibattito pubblico il rapporto, non sempre trasparente, tra media e partiti, media e sanità privata, media e imprese”.

La ragione della campagna è che “in questi anni ci siamo resi conto, noi come la maggior parte dei cittadini, quanto sia importante avere un’informazione sana. Tanti giornali, per più di due anni, hanno negato il genocidio a Gaza, hanno ignorato i giornalisti palestinesi uccisi. Sono gli stessi giornali che sopravvivono grazie ai fondi pubblici ma che, allo stesso tempo, fanno propaganda“.

Va tuttavia specificato che l’altra fonte di guadagno per un quotidiano sono le inserzioni pubblicitarie, con il rischio di sviluppare un’altra forma di dipendenza: quella dalle imprese. 

Per concludere

Quella di Schierarsi è un’iniziativa che, andando oltre la retorica utilizzata, porta all’attenzione un problema strutturale dell’editoria nel nostro paese: una crisi da cui le testate faticano a uscire. Allo stesso tempo però fa emergere anche la sfiducia che i cittadini nutrono verso l’informazione tradizionale: più della metà della popolazione cerca di evitare di informarsi attraverso i media più diffusi.

Tuttavia fare affidamento ai giornali tradizionali (sia cartacei che online), non dovrebbe significare chiudersi in una tradizione paludata, ma scegliere un metodo di lavoro che assicura la qualità e veridicità di ciò che leggiamo. Resta infine aperto il problema di un fondo che sulla carta dovrebbe essere un incentivo all’innovazione, ma si è trasformato in un sussidio permanente

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