Proteste in Francia, tra mobilitazioni studentesche e disordini: ecco cosa sta succedendo e perché

Angela Russo

Proteste in Francia tra mobilitazioni studentesche, crisi della scuola, contestazione di Parcoursup e scontri. Ecco le cause e le differenze con l’Italia.

Sono settimane che si parla con insistenza delle proteste in Francia, talvolta persino con un velo d’invidia. Questo probabilmente accade perché le rivendicazioni dei manifestanti d’Oltralpe rispecchiano disagi che da tempo conosciamo bene anche in Italia: la grave carenza di risorse per la scuola, gli edifici scolastici in degrado (con strutture fatiscenti e cattedre scoperte fin dal primo giorno di lezione), l’assenza di personale e la precarizzazione dell’insegnamento.

A far da detonatore è anche il contestato sistema d’accesso universitario Parcoursup, la piattaforma centrale che seleziona i candidati sulla base di voti, lettere motivazionali e percorsi scolastici, vissuto da molti studenti come un filtro meritocratico rigido e iniquo, oltre al generale calo del potere d’acquisto che colpisce le famiglie.

Per le autorità (il Ministero dell’Interno) alla mobilitazione hanno partecipato circa 161.500 persone in tutta la Francia (di cui 41.500 a Parigi), per i sindacati e gli organizzatori, invece, i manifestanti erano oltre 480.000.

Un fronte unico e la mobilitazione a “Atte”

La rabbia, partita dai licei e diffusa in tutta la Francia (con blocchi sistematici e lezioni sospese in storici istituti a Marsiglia come il Saint-Charles, il Thiers o il Marseilleveyre, oltre che nella capitale), si è rapidamente allargata. Ai giovani si sono uniti gli studenti universitari, gli insegnanti, il personale sanitario e persino gli esponenti dei Gilet Gialli (movimento eterogeneo che raccoglie lavoratori a basso reddito, precari, pensionati e residenti delle zone rurali e periferiche).

Il movimento procede a “Atte”: siamo ormai giunti all’Atto V, giunto alla sua terza settimana. Non esiste un tetto massimo di tappe: la mobilitazione si rinnova di settimana in settimana e promette di proseguire ad oltranza fino all’ottenimento di risposte concrete. Per sabato 17 ottobre è prevista un’ulteriore grande manifestazione promossa dall’Union Syndicale Lycéenne (USL) guidata da Ryad Rani, in convergenza con i Gilet Gialli e sostenuta dalle sigle sindacali come la CGT e l’Intersindacale. L’obiettivo dichiarato è realizzare una vera e propria “jonction” (saldatura) tra il movimento studentesco e le lotte del mondo del lavoro, chiedendo al Governo un piano d’emergenza da 10 miliardi di euro per i licei e il completo superamento di Parcoursup. 

Tensioni sul campo, “casseurs” e la frustrazione delle forze dell’ordine

Come spesso accade nelle mobilitazioni transalpine (e non solo), non sono mancati momenti di forte tensione e guerriglia urbana. A Parigi si sono registrati scontri violenti con le forze dell’ordine: gruppi di casseurs incappucciati e vestiti di nero hanno vandalizzato vetrine – emblematico il saccheggio dell’enoteca Maison Nicolas sul boulevard des Invalides, dove le bottiglie di vino sono state sottratte per essere usate come proiettili – sradicato sanpietrini dalle strade, bruciato auto e allestito barricate. 

Il punto d’arrivo o di massima tensione dei cortei parigini è la zona di Place Vauban e Boulevard des Invalides (nel VII arrondissement), un’area ad altissimo valore simbolico perché vicina ai ministeri e alla sede del Governo. Un gruppo ha persino tentato di marciare verso l’Hotel de Matignon, residenza del Primo Ministro, prima di essere respinto da CRS e gendarmi con idranti e gas lacrimogeni. Se da un lato la piazza urla contro la repressione, dall’altro le forze dell’ordine esprimono forte esasperazione. 

Come riportato da La Provence e dalle testimonianze dei gendarmi mobili e degli agenti della BAC, in molti accusano la copertura mediatica e i social network di “alimentare l’odio” trasmettendo video parziali e decontestualizzati. Gli agenti ricordano di operare all’interno di un quadro normativo e sotto la direzione della gerarchia, denunciando le continue provocazioni e la retorica che li dipinge come una “banda violenta”. Intanto, sul piano universitario, l’Intersindacale dell’Università di Aix-Marseille (Amu) contesta duramente la decisione della presidenza di chiudere i campus e ricorrere alle lezioni a distanza per spegnere la protesta, denunciando l’uso sproporzionato delle forze dell’ordine per sgomberare le assemblee degli studenti. Sul fronte scolastico, il ministero parla di oltre 200 licei bloccati o chiusi in tutto il Paese.

La risposta del Governo: proposte etichettate come “cosmetiche”

E le istituzioni? Mentre il Governo e il Ministero dell’Istruzione denunciano la deriva violenta dei cortei, i tentativi di mediazione sono finora falliti. Le proposte avanzate – come la creazione di una piattaforma di concertazione per l’edilizia scolastica e piccoli ritocchi di bilancio – sono state liquidate dai sindacati come meri “annunci cosmetici” del tutto inidonei a risolvere le carenze strutturali. A complicare il quadro generale si aggiunge la questione energetica: le misure per calmierare il costo del gasolio non bastano a rassicurare la popolazione, specialmente dopo che la Commission de Régulation de l’Énergie (CRE) ha confermato un nuovo aumento del prezzo di riferimento del gas del 6,6% a partire dal 1° novembre. Nei cortei e tra gli studenti c’è una forte presenza di attivisti di La France Insoumise (LFI) e sostenitori di Jean-Luc Mélenchon, a testimonianza di come la protesta di piazza stia cercando una sponda diretta nell’opposizione politica di sinistra al governo Macron.

Una riflessione: perché in Italia non vediamo mobilitazioni simili?

Guardando alla Francia, molti si chiedono per quale motivo in Italia, pur affrontando criticità molto simili nel mondo della scuola e del lavoro, non si riesca a strutturare una protesta così vasta e prolungata. 

Gli analisti individuano le cause in una serie di fattori storici e strutturali. In primo luogo conta la diversa cultura politica, dato che in Francia la mobilitazione di piazza ha una radice profonda fin dalla Rivoluzione del 1789 ed è vissuta come un contropotere democratico ordinario, mentre in Italia i ricordi delle stagioni più buie del passato (gli anni di Piombo) hanno generato una maggiore cautela sociale verso lo scontro.

Pesa inoltre l’assetto istituzionale: il sistema francese fortemente centralizzato su Parigi offre un bersaglio unico e ben definito alle proteste, a differenza della frammentazione politica e regionale italiana che tende a disperdere le rivendicazioni. A ciò si aggiungono la maggiore capacità dei sindacati francesi di creare rete tra categorie diverse attorno a scioperi prolungati, il progressivo calo demografico italiano che riduce il peso della popolazione giovanile e, non ultima, una diffusa sensazione di rassegnazione sul fatto che le proteste possano realmente modificare le decisioni politiche, laddove in Francia le piazze sono storicamente riuscite a far ritirare riforme indesiderate.

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