In Italia la povertà estrema non è un’emergenza improvvisa: è una condizione strutturale.
Secondo le ultime rilevazioni di ISTAT, le persone senza fissa dimora sono oltre 96.000, concentrate soprattutto nelle grandi città del Nord e del Centro. Più della metà vive stabilmente in strada, senza un alloggio di fortuna, e una quota crescente ha meno di 45 anni.
Dietro questi numeri non ci sono solo “margini sociali”, ma storie di cadute improvvise: lavori persi, legami spezzati, problemi di salute mentale non intercettati, assenza di reti di protezione. La strada non è quasi mai una scelta, ma l’ultimo approdo dopo una serie di fallimenti individuali e collettivi.
Torino è una di queste città. Elegante, produttiva, turistica. Eppure, tra le sue piazze centrali e le stazioni, migliaia di persone vivono ogni giorno una condizione di invisibilità forzata. È qui che incontriamo Ahmed.
La sua non è una storia “eccezionale”. È una storia normale. Ed è proprio questo il problema.
L’incontro al freddo
Domenica 28 dicembre, Torino è un po’ meno grigia del solito.
In Piazza Castello, il cuore della città, incontriamo Ahmed, un senza fissa dimora di origine tunisina.
«Ciao Billy, piacere Ahmed».
È così che conosciamo il nostro protagonista di oggi: un senza fissa dimora di 39 anni, che vive per strada da sette e ha conosciuto sia il significato di una vita agiata che la fame.
Non hai freddo?
«No. Da un paio di anni non sento più il freddo che senti tu, perché quando dormi per strada, senza un cuscino o una coperta, il freddo lo senti in modo diverso».
Ahmed indossa un cappellino nero, una sciarpa malconcia, una giacca estiva, dei jeans e delle scarpe visibilmente rotte.
Vuoi un caffè?
«Certo che sì, basta che offri tu», esclama ridendo.
Il caffè amaro con lo zucchero
Decidiamo di incamminarci verso Via Po, una delle vie centrali della città della magia.
Quando sei arrivato in Italia?
«Io vengo qui a 20 anni, avevo dei parenti che mi ospitavano, non sono venuto con il gommone», mi guarda e ride.
«Sai, quando non sei cattivo nell’animo, le persone se ne approfittano sempre. Io sono venuto in buona fede, volevo creare una famiglia, una vita, ma poi eccomi qui, per strada».
Arrivati in un bar, decidiamo di sederci. Ordiniamo due caffè e gli domando cosa sia successo dopo.
«I miei parenti all’inizio mi hanno trovato un corso di italiano, poi dopo circa quattro mesi mi ero trovato un lavoretto come pulizia scale. Non guadagnavo tanto, ma il giusto per vivere».
«Io sono una persona… ero una persona che, se si metteva in testa una cosa, la raggiungeva. Quindi ho lavorato duramente e ho messo da parte dei soldi. Quelli sono la rovina di tutto».
Mentre parla, cambia l’espressione del viso, come se vecchi demoni uscissero da qualche meandro dei suoi ricordi.
E cosa è successo dopo?
«Ho iniziato a conoscere persone che compravano e vendevano auto, paesani. Ho deciso di investire tutto ciò che avevo e, dopo un anno, a 23 o 24 anni, mi sono ritrovato con 40 mila euro in tasca».
Un ragazzo venuto in Italia con il sogno dell’America, un segno che si stava realizzando. Ma poi cosa è successo?
«I miei parenti mi hanno fatto conoscere una donna», sospira e continua: «maledetti».
Iniziano a scendere le lacrime, una dopo l’altra, nel caffè, che da dolcificato con lo zucchero diventa amaro con le lacrime.
Cosa accade dopo, Ahmed?
Singhiozzando: «Lei era bellissima, mi diceva che mi amava, mi voleva bene e che voleva un figlio. Così è rimasta incinta».
Si ferma. Respira. Asciuga le lacrime e continua:
«Sai, io avevo capito come fare i soldi. Lei era innamorata di loro. Al terzo mese di gravidanza mi ha detto che, se non davo 20 mila euro ai suoi familiari in Tunisia, avrebbe abortito».
Si ferma. Respira. Le lacrime hanno sostituito il caffè.
Vuoi fermarti?
«No, ti prego. Nessuno parla con un barbone e per me questo è un miracolo: poter parlare con te e che qualcuno possa leggere la mia storia».
Cosa è successo poi?
«Io non ci credevo che lei potesse farlo, non potevo immaginare che ne sarebbe stata capace. Quindi le ho detto no, che non potevo dare quei soldi».
«Una mattina vado a lavoro e torno per pranzo. Lei non c’era. Ho provato a rintracciarla e l’ho trovata dai miei parenti, nel letto, dopo che aveva abortito».
Dalla casa alla strada
Cosa è successo dopo?
«Io ho fatto il pazzo, volevo ucciderla. Non ci credevo. I miei parenti hanno chiamato la polizia e mi hanno fatto un TSO».
Il trattamento sanitario obbligatorio è un intervento concordato tra forze dell’ordine e sanitari, in cui soggetti altamente agitati o in situazioni psicofisiche gravi vengono sedati anche con la forza.
«Mi sono svegliato in ospedale. Stavo tra i pazzi, ma io non lo ero. Avevo solo dolore e rabbia».
Ma come sei finito per strada?
«Dopo questo evento io sono morto con mio figlio. Sono tornato a casa, ma non ero più io. Ho lasciato lavoro, soldi e poi mi sono ritrovato a dormire alla stazione di Porta Susa».
Sono circa le 12. Gli domando: hai fame?
«Sì, certo».
Come ti procuri da mangiare?
«Vieni, ti faccio vedere».
Ci alziamo e usciamo dal bar. Ci dirigiamo verso la stazione di Porta Nuova. Mentre camminiamo, noto che spesso le persone gli lanciano delle occhiatacce.
Cosa provi quando le persone ti vedono così?
«All’inizio mi faceva male, perché se loro sapessero, piangerebbero con me. Ma oggi non mi dà fastidio».
Arrivati davanti alla stazione, mi indica dei cassonetti e mi dice:
«Tra un po’ il McDonald’s butterà la spazzatura. La gente ricca non mangia tutto, perché è sempre piena».
Ritorna a sorridere.
Poco dopo, dei ragazzi buttano dei sacchi neri. Lui si avvicina e fruga dentro, trovando qualche resto di panini o patatine.
«Vuoi assaggiare?»
Lo osservo negli occhi. Ricordo e percepisco la sua sofferenza. Non è cattivo. Allungo la mano e prendo una patatina.
«Grazie, è ancora calda», esclamo. E lui ride.
«Tu sì che sei uno un po’ strano».
Ho deciso di accettare quella patatina della spazzatura come forma di solidarietà e profondo rispetto.
Rispetto perché raccontarsi senza filtri e senza paura non è semplice.
Ho accettato quel cibo perché credo sia giusto far capire alle persone che dietro un nome, un vestito strappato, delle scarpe rotte, c’è un’anima, una storia e delle lacrime amare.
Saluto Ahmed con un abbraccio, forte e intenso, sotto gli occhi di centinaia di persone che scrutano, guardano e si domandano: cosa fanno quei due?
Gli do due baci sulle guance, indipendentemente dal fatto che io sia un content creator per il progressista o lui un senza tetto, un barbone, un clochard o come lo si voglia chiamare.
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