Maurizio Landini può chiamare “cortigiana” Giorgia Meloni ?

Michele Bagnato

Potrebbe essere il titolo di una serie tv sulla falsariga dei vari Bridgerton, The Empress e simili, ma è il racconto del potere delle parole nell’agone politico. 

Riprendo il monologo recitato da Paola Cortellesi nel 2018 ai David di Donatello e ispirato da uno scritto di Stefano Bartezzaghi – giornalista, scrittore e semiologo –  per i nerd colui che si è occupato della nuova traduzione di Harry Potter (a proposito di Harry Potter e cultura woke leggi il nostro articolo):

“Un cortigiano è un uomo che vive a corte. Una cortigiana? Una mignotta. Un uomo di strada è un uomo del popolo. Una donna di strada? Una mignotta. Un uomo disponibile è un uomo gentile e premuroso. Una donna disponibile? Una mignotta. Un uomo con un passato è un uomo che ha avuto una vita non particolarmente onesta ma con una storia che vale la pena di raccontare. Una donna con un passato? Una mignotta. Uno squillo: il suono del telefono. Una squillo? Non la dico nemmeno.”


Cosa ha fatto Maurizio Landini

Nei giorni scorsi il segretario della CGIL Maurizio Landini ha definito la presidente Meloni cortigiana nei confronti di Trump. 

Pur trovando disastrosi i quesiti referendari su cui nei mesi scorsi gli italiani si sono dovuti pronunciare, dubito che Landini volesse dare della peripatetica alla presidente del Consiglio, quanto descriverne l’atteggiamento servile, a suo giudizio, nei confronti del presidente americano. Questo anche perché, proprio a fronte dell’intensa campagna mediatica che lo ha visto coinvolto, non ho mai individuato nei giochi di parole la strategia comunicativa del segretario, quindi me ne scusi l’intero governo, che ha levato gli scudi per difendere l’onorabilità dell’onorevole Meloni, ma credo abbiate sopravvalutato (o sottovalutato, fate voi) la competenza retorica di Landini. 

Certo, negli anni siamo stati (ahinoi) abituati ormai a tutto, come dimenticare ad esempio il celebre patata bollente dedicato all’allora sindaca di Roma Virginia Raggi (per il quale la Cassazione ha confermato la condanna a Feltri e Senaldi). 

Curioso come siano le donne il bersaglio usuale del barocchismo linguistico, tuttavia come ci hanno fatto sapere Cortellesi e Bartezzaghi esistono decine e decine di termini che nella nostra lingua possono assumere una sfumatura denigratoria per le donne, perciò, senza assolvere chi volutamente vuole offendere, dovremmo iniziare a considerare l’innocente colpevolezza.  

Cosa dicono i linguisti sull’uso di “cortigiana”?

Claudio Marazzini,  presidente onorario dell’Accademia della Crusca, ha affermato che “questi sono gli scivoloni in cui si incorre non utilizzando correttamente la lingua. Direi che bisognava essere cauti: il fatto che un uomo progressista scivoli su di una buccia di banana è un guaio”. 

Quello che mi aspetterei invece dai linguisti, al tempo delle barricate woke, è un dibattito pubblico sull’utilizzo della lingua, che evidentemente crea divisioni anche su sciocchezze di questo tipo. Mi preoccupano di più la gran varietà di modi che possono essere utilizzati per denigrare una donna in quanto tale che il significato rinascimentale di una parola. In quest’ottica potrei dare del libertino al segretario Landini, riconducendo il significato a quello di epoca illuministica, fautore della libertà di pensiero e, in particolare, dell’emancipazione dalla fede e dalla morale cristiana senza rischiare una denuncia per calunnia. 

L’uso delle parole nella cultura woke

Non vorrei risultare banale, ma il punto è che le parole, come le persone, vivono di relazioni. Da sole non bastano, hanno bisogno di un contesto che le definisca, di un’intenzione che le orienti, di un orecchio che le interpreti, altrimenti “sono solo parole”. Fuori da una rete di significati condivisi, le parole non hanno peso, non raccontano nulla. È il contesto che le trasforma, che decide se “cortigiana” è da intendere alla lettera o rappresenti un insulto. 

Prendiamo un esempio concreto: la parola radio può rappresentare un mezzo di telecomunicazione, un osso o un elemento chimico. Nessuno di questi significati è sbagliato, ma ciascuno vive solo all’interno del proprio orizzonte. Così, più che processare le parole, dovremmo imparare a leggere le situazioni, a comprendere i registri, i toni, le intenzioni.

In fondo, la vicenda della “cortigiana” racconta molto più della nostra società che di Landini o di Meloni. Rivela la fragilità con cui trattiamo le parole, oscillando tra il loro peso storico e la loro funzione politica contingente. La lingua è viva, si evolve, e con essa cambiano anche i significati, ma ciò non significa che ogni presunto scivolone debba trasformarsi in una battaglia di civiltà.

Se la “cultura woke” ha un merito che trasversalmente può esserle riconosciuto, è quello di averci costretto a interrogarci sulle parole, sul loro potere e sulle ferite che possono infliggere. Ma quando la discussione linguistica diventa solo un pretesto per il tifo ideologico, smettiamo di capire davvero ciò che diciamo.

Forse il punto è tutto qui: imparare a usare le parole con consapevolezza, senza trasformarle né in armi né in idoli. Perché, come ci ricorda Cortellesi, le parole non sono mai innocenti — ma siamo noi a decidere se usarle per ferire o per capire.

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