- Come stiamo?
- Ma che cosa intendiamo con società della performance?
- La pressione sociale
- La società è cambiata
- La società del dovere
- I movimenti del ’68 e la ribellione alla norma
- La crisi del fordismo e la nascita del post-fordismo
- I nostri genitori e l’eredità della performance
- Rivoluzione digitale (anni ’90–2000)
- Siamo la generazione di mezzo?
- I social network
- Ma io sono abbastanza? – L’inizio dell’esasperazione della perfezione
- La pressione dei I creator
- La pandemia: TikTok
- Algoritmo e visibilità
- Solitudine digitale
- Salute mentale
- La realtà dei social
- Conclusione
- Gli obiettivi de Il Progressista
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Cronaca di una generazione in apnea. Siamo cresciuti con l’idea che valiamo solo se produciamo. Dalla scuola al lavoro, fino ai social, tutto sembra una gara a chi fa di più, meglio e più in fretta.
Ma questa convinzione non è nata dal nulla: affonda le sue radici in secoli di storia, tra fabbriche, rivoluzioni e social network.
Questo è un viaggio per capire come siamo arrivati fin qui — e come una generazione intera, stanca di correre, prova finalmente a respirare di nuovo.
Chi non si è mai sentito indietro, fuori posto o diverso guardando la vita degli altri?
Ti è mai capitato di sentirti in difetto scorrendo le storie su Instagram, dove la vecchia compagna del liceo è diventata modella oppure ascoltando il tuo collega all’università raccontare la sua routine perfetta: sveglia alle cinque, allenamento in palestra, pollo e riso a pranzo e dodici ore di studio al giorno senza una pausa?
E tu invece? Tu passi i weekend a casa, avvolto in un plaid, a guardare Netflix o le repliche di X Factor. I tuoi unici viaggi dell’anno sono stati un weekend a Barcellona e una visita a un amico fuorisede a Bologna, ma nonostante ciò inizi sempre a studiare per gli esami solo due settimane prima della sessione.
Bene, fermati un attimo: non sei sbagliato. In realtà sei in buona compagnia.
Molti di noi si sentono schiacciati dal peso delle aspettative e della performance. Io per prima.
Perché crescere, oggi, significa convivere con un cronometro invisibile: ogni scelta, dal percorso di studi alla presenza online, sembra dover dimostrare efficienza e successo. Ma dietro questa facciata di autonomia si nasconde spesso il macigno della pressione sociale.
Come stiamo?
Oggi ci sentiamo intrappolati in questa società, costretti più a fare che ad essere; senza una vera via d’uscita. La subiamo, eppure siamo in apnea, desiderando di cambiare le cose.
Vorremmo più coesione sociale, più interazioni umane, amicizie autentiche, supporto reale tra pari, autenticità.
Vorremmo ritrovare un modo per fare gruppo — ma un gruppo vero, non di circostanza. E probabilmente questo ci permetterebbe di respirare di nuovo e di vivere meglio.
Restiamo chiusi in noi stessi, convinti di essere gli unici a vivere certe dinamiche. Ci sentiamo diversi, inferiori, ma in realtà quello che stiamo attraversando è un fenomeno collettivo: ci colpisce tutti, anche se in modi diversi.
Per capire come provare a superare la sensazione di dover essere sempre al posto giusto, di non sbagliare mai e di essere perfetti è necessario fare un passo indietro e capire che cos’è la società della performance e come siamo arrivati a sentirci in apnea in ogni aspetto della nostra vita.
Ma che cosa intendiamo con società della performance?
Con questo termine possiamo intendere tutti i successi che secondo la società dovremmo avere nei vari ambiti della vita: dallo sport, dal lavoro, alla scuola. Qualsiasi cosa diventa l’occasione per dimostrare agli altri quanto siamo bravi e quanto siamo capaci.
I social diventano la vetrina di questi successi: ci si confronta con persone che vivono in condizioni completamente diverse dalle nostre, che hanno età diverse, percorsi diversi e condizioni economiche diverse.
Tu puoi aver performato tantissime volte nella tua vita ed aver ottenuto risultati straordinari, ma è come se non fosse mai abbastanza, ogni volta che finisci di esibirti devi tornare su quel palco e performare di nuovo.
Devi essere un bravo studente, un bravo lavoratore, un bravo figlio. Ci sono momenti in cui non riesci a tenere in equilibrio tutte queste cose e va bene anche crollare.
La pressione sociale
La pressione sociale ci colpisce su più fronti:
- Sui social: il nostro valore sembra misurato da like e views.
- Ansia da prestazione: ci confrontiamo di continuo con colleghi, amici e conoscenti. Se non siamo al loro livello, scatta l’ansia e ci convinciamo di non valere abbastanza.
- Sensi di colpa: se non studiamo, non produciamo, non monetizziamo una passione, o semplicemente ci prendiamo del tempo per oziare, ci sentiamo in colpa.
Eppure, accanto a tutto questo, cresce tra la Gen-Z un movimento parallelo che rifiuta la logica della performance: non vogliamo più farci definire solo dal lavoro, vogliamo dare peso alla salute mentale, dedicarci a passioni che non devono per forza portare soldi, smontare la favola del “se vuoi, puoi” e del successo illimitato.
Ricordo ancora un TikTok di una ragazza americana al suo primo shift 9–17: era sconvolta all’idea di dover reggere quei ritmi per i prossimi trent’anni. E onestamente, da futura medica, me lo chiedo anch’io.
La società è cambiata
Come mai però i boomers e i membri della generazione X non sempre ci capiscono? Come mai è così diffusa la convinzione che noi siamo dei viziati nullafacenti o che siamo troppo deboli e fragili per stare al mondo?
Per capirlo, facciamo un brevissimo riassunto sull’evoluzione della società.
La società del dovere
Con la Rivoluzione Industriale, la fabbrica, scuola ed esercito impongono tempi e regole rigide: si lavora non per realizzarsi, ma per sopravvivere. È la società del dovere, basata su disciplina, obbedienza e ordine.
L’individuo è forza-lavoro, e la sua identità è definita dal ruolo che ricopre, non da ciò che desidera.
Questo ideale si rafforza ulteriormente durante le guerre mondiali, il modello militare rafforza ulteriormente la disciplina e il sacrificio collettivo.
Con il boom economico, però, la sopravvivenza non basta più: nasce il desiderio di libertà, autonomia e autorealizzazione.
I movimenti del ’68 e la ribellione alla norma
Negli anni del ’68 sempre più giovani frequentano l’università e sviluppano una coscienza critica nuova. Diversamente dai loro genitori, reduci da guerre e sacrifici, i figli crescono dentro quel benessere e possono spingersi oltre.
Non accettano più l’autorità rigida della scuola, della famiglia patriarcale, dello Stato e della Chiesa.
Attraverso proteste e movimenti collettivi mettono in discussione la società disciplinare. Ciò che cercano non è solo sicurezza materiale, ma libertà, diritti e la possibilità di autorealizzarsi come individui.
La crisi del fordismo e la nascita del post-fordismo
Negli anni ’70 e ’80 il modello fordista entra in crisi: le grandi fabbriche, la produzione di massa e gli orari rigidi non reggono più di fronte alla globalizzazione e alle crisi economiche.
Nasce così il post-fordismo, una società più flessibile e dinamica, ma anche più precaria.
Le aziende iniziano a chiedere lavoratori autonomi, creativi e sempre pronti a reinventarsi.
La produttività non è più solo collettiva: diventa una responsabilità individuale. Per molti, questa nuova libertà sembra un’occasione di crescita; per altri, diventa fonte di ansia, competizione e insicurezza.
È il momento in cui l’obbedienza lascia definitivamente spazio alla performance.
I nostri genitori e l’eredità della performance
E indovinate in quali decenni è nata la maggior parte dei nostri genitori? Esatto: proprio in quelli.
Chi è nato tra gli anni ’70 e ’80 è cresciuto nel pieno di questo passaggio — ha visto la stabilità del lavoro fordista sgretolarsi e la meritocrazia diventare un mantra.
Per questo, spesso, pretendono tanto da noi: perché sono stati i primi a sperimentare il cambiamento della società.
Sono cresciuti con l’idea che “chi si impegna ce la fa”, e oggi faticano ad accettare che il mondo non funzioni più così. E forse li capiamo anche: in quegli anni, sì, funzionava davvero così. Chi si impegnava ce la faceva, e il salto di classe era più facilmente raggiungibile. Oggi, invece, non basta più.
Rivoluzione digitale (anni ’90–2000)
Negli anni ’90 e 2000 la rivoluzione digitale trasforma radicalmente la società: internet, email e poi gli smartphone cancellano i confini tra ufficio e vita privata, portando il lavoro ovunque e rendendo possibile essere sempre connessi e disponibili.
All’inizio la rete appare come uno spazio di libertà, comunicazione e nuove opportunità, ma presto si rivela anche una fonte di pressione: la connessione costante impone di rispondere subito, mostrarsi efficienti e produttivi senza veri momenti “out of office”.
Dai primi anni 2000, con l’arrivo dei social network e poi delle piattaforme digitali, questa logica invade anche la sfera personale e lavorativa: i social diventano vetrine per costruire la propria immagine e cercare approvazione, mentre il lavoro flessibile delle app promette autonomia ma genera precarietà e la stessa ansia da prestazione che domina la vita online
Siamo la generazione di mezzo?
Noi, nati tra la fine dei ’90 e i primi Duemila, abbiamo visto il cambiamento della rivoluzione digitale arrivare in diretta.
Da bambini il digitale quasi non esisteva: ci si confrontava solo con chi avevamo intorno: i compagni di scuola, i vicini, quelli del paese. Tutti più o meno con le stesse abitudini, gli stessi sogni, le stesse possibilità. Un valdostano cresceva sulla neve, un pugliese al mare, senza che uno o l’altro si sentisse fuori posto. Erano mondi diversi, ma reali e non filtrati da uno schermo.
Anche i più grandi vivevano così. Per conoscersi, litigare o flirtare con qualcuno bisognava farlo dal vivo, rischiando figuracce e silenzi imbarazzanti. Non c’erano chat da modificare o “cut” tattici nei video: o eri te stesso, o niente. Mostrarsi imperfetti era normale, e forse anche un po’ liberatorio.
Gli adulti erano figure più autorevoli e distanti. Il bambino restava bambino: aveva il suo mondo, i suoi giochi, il suo ruolo. Non c’era la pretesa di essere “grandi” troppo presto. Forse è per questo che l’ansia, quella di riuscire, di mostrarsi, di competere pesava meno.
Io stessa ho vissuto a metà: un’infanzia analogica e un’adolescenza digitale. I miei cugini, nati tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, hanno sperimentato un’adolescenza più lenta, più fisica, più vera.
Possiamo dire che i social hanno cambiato le carte in regole. Prima nessuno, o pochissimi, si aspettavano da te che fossi l’essere umano perfetto sulla faccia della terra, era concesso sbagliare, cambiare strada, reinventarsi, buttare tutto all’aria.
Questo è cambiato anche con l’avvento di massa dei social network che ci hanno schiaffato in faccia vite e possibilità diverse, spacciate come facilmente raggiungibili da tutti.
Così come con la società anche con i social la rivoluzione è avvenuta piano piano. Qui sotto una breve panoramica da facebook a tiktok.
I social network
Facebook, il primo social network con diffusione di massa, nasce con un obiettivo semplice: riavvicinare le persone, dai vecchi compagni di scuola agli amici persi di vista o conosciuti in vacanza l’estate precedente.
Era un social nel quale all’esordio non esistevano i follower ma solo amicizie reciproche, che richiedevano la volontà di entrambi per entrare in contatto. Niente pagine, niente gruppi. Anche il concetto di privacy era molto diverso, perché la quotidianità era ancora prevalentemente analogica. Facebook veniva utilizzato per per condividere momenti quotidiani: dai pensieri all’album fotografico delle proprie vacanze, senza che a nessuno importasse niente.
Poi è arrivato Instagram. All’inizio si pubblicavano solo foto sul feed, una alla volta, tutte rigorosamente quadrate. Non esistevano né i caroselli né il formato rettangolare né le stories.
Era un social spontaneo: condividevamo le uscite con gli amici, i momenti in spiaggia, la manicure appena fatta. Tutto cominciava a diventare più “Instant”.
Le stories e l’arrivo degli influencer
Poi, piano piano, qualcosa è cambiato.
Sono arrivati gli influencer: foto di outfit, eventi, viaggi. La gente era affascinata dal poter guardare da vicino una vita lontana, più bella e più luminosa. E iniziava a mettere like, sognando di raggiungere prima o poi quello stile di vita e imitando il loro stile.
Nell’agosto 2016 arrivano le stories: foto e video che durano 24 ore. In pochissimo tempo diventano il format dominante. Tutti iniziano a usarle, spesso più dei post. C’è chi mostra frammenti di vita quotidiana, chi parla direttamente in camera, raccontando sé stesso per la prima volta in formato breve.
Youtube
Fino a quel momento la piattaforma di riferimento per chi voleva condividere video era YouTube.
Ma non era lo YouTube di oggi, fatto di microfoni costosi e montaggi perfetti: bastava una videocamerina o un iPhone 4S. Pochi filtri, pochi tagli professionali. Eppure la gente ti seguiva lo stesso, perché contava più la persona che la qualità del video.
Ma io sono abbastanza? – L’inizio dell’esasperazione della perfezione
La prima volta in cui ho sentito il peso delle aspettative e il bisogno di performare è stata al liceo. Guardavo video su YouTube di ragazze che raccontavano la loro vita: dalla scuola, ai viaggi, ai vestiti.
Quasi tutte venivano da famiglie agiate e vivevano in grandi città come Roma, Milano o Torino.
Avevano più visibilità, più occasioni, più brand disposti a puntare su di loro.
E io, che provenivo da un contesto di provincia, le guardavo incuriosita: quel modo di vivere mi affascinava, mi spingeva a mettere like e, inevitabilmente, a confrontarmi.
Vedevo nelle loro vite qualcosa che mi sarebbe piaciuto vivere in prima persona: eventi, raduni (pensa — migliaia di persone da tutta Italia solo per vedere te, una follia per un’adolescente!), e poi prodotti brandizzati con il loro nome — magliette, gadget, diari. Tutto andava sold out in pochissimo tempo.
Oggi che ho ventiquattro anni mi rendo conto che quella realtà non era normale, ma eccezionale.
In fondo, loro erano un prodotto delle aziende, anche se da ragazza ingenua mi lasciavo colpire da quel mondo lussuoso e dalle persone che li veneravano come idoli.
I creator, infatti, sono presto diventati macchine da soldi.
Le aziende si sono accorte del loro potenziale economico: bastava offrire un compenso, spesso ridicolo, e in cambio ottenevano pubblicità virale. Ma dietro quella corsa si nascondeva una pressione enorme.
La pressione dei I creator
Molti creator avevano iniziato per gioco: volevano condividere passioni, trovare amici, raccontarsi. Poi i numeri sono esplosi e tutto è diventato un lavoro.
Le scadenze si sono moltiplicate e le ore di sonno dimezzate. Da ragazzi qualunque sono diventati star improvvise, sommersi di adrenalina e dopamina.
Non erano protetti da manager esperti o grandi case di produzione come i coetanei americani della Disney nei primi anni 2000. Erano solo giovanissimi, inesperti, e spesso fregati da aziende senza scrupoli.
Nel mentre i fan, come me, iniziavano a sentirsi in difetto. Guardavano i loro idoli perfetti, e si convincevano di non essere abbastanza, ignorando che quei video “spontanei” erano spesso girati dieci volte prima di essere pubblicati. Così la pressione, la ricerca della perfezione e il confronto continuo hanno cominciato a sedimentarsi dentro una generazione intera.
Una generazione cresciuta credendo che la propria vita dovesse sempre valere la pena di essere mostrata.
La pandemia: TikTok
Durante la pandemia, tra marzo e maggio 2020, tantissime persone annoiate dal lockdown decidono di scaricare TikTok.
All’inizio la piattaforma era popolata da persone comuni che, per passare il tempo, postavano video divertenti e ironici.
E così abbiamo iniziato a drogarci di contenuti leggeri, risucchiati in un loop infinito che, di fatto, ha contribuito anche alla morte di Instagram.
TikTok ha una peculiarità importante: rispetto ai vecchi social, chi crea contenuti è una minoranza. La maggior parte degli utenti è composta da spettatori, non da creator.
In più, i video possono comparire sugli schermi di chiunque — anche di milioni di persone. Questo ha spinto gli utenti a curare sempre di più i propri contenuti: qualità dell’immagine, audio, montaggio, transizioni e abilità tecniche che non tutti hanno voglia (o tempo) di imparare.
Se per pubblicare una story bastano pochi secondi, per un video TikTok fatto bene — anche se dura solo due minuti — serve un grande lavoro dietro: decine di clip, tagli precisi, sovrapposizioni audio e scelta accurata della musica.
Chi diventa virale, salvo rari colpi di fortuna, investe tempo, energia e costanza fin dall’inizio.
E anche qui torna la performatività: se prima bastava postare qualcosa di spontaneo, oggi tutto deve essere curato, esteticamente perfetto e “algoritmo-friendly”. La libertà creativa dei social si è trasformata in un’altra forma di pressione.
Algoritmo e visibilità
TikTok ha cambiato completamente le regole del gioco.
Oggi tutti i social funzionano attraverso un algoritmo: non vediamo più i post in ordine cronologico, ma in base a ciò che la piattaforma ritiene possa piacerci.
Il sistema analizza like, tempo di visualizzazione e commenti, e decide lui cosa rendere virale.
Un video viene mostrato inizialmente a pochi utenti nella For You Page; se ottiene interazioni, viene proposto ad altri, e così via, finché non esplode davvero.
Per emergere, un contenuto deve catturare l’attenzione nei primi secondi — altrimenti viene subito skippato.
E così la piattaforma si riempie di contenuti futili e compulsivi: “restock” di frigo, unboxing infiniti, video di prodotti che non ci servono e che non avremo mai.
C’è chi diventa virale solo per pura fortuna, con un video casuale, e da un giorno all’altro si ritrova catapultato nella fama.
Solitudine digitale
Questo nuovo modo di stare sui social ci ha cambiati. Dobbiamo essere sempre belli, curati, perfetti — perché sono solo i video perfetti a diventare virali. Non va virale un video girato in una periferia di provincia d’estate, né quello di una persona che vive una vita normale tra studio e lavoro.
Tutto questo ha fatto sì che ci convincessimo che tutto quello che vediamo online sia reale, che le persone che vivono attorno a noi abbiano una vita patinata e bellissima, quando in realtà non è così.
E questo, ancora una volta, ci allontana. Tutti noi ci sentiamo soli, sbagliati, inadeguati in qualche aspetto della nostra vita — amicizia, amore, lavoro. Ma non ne parliamo più: preferiamo tenerci tutto dentro, convinti che le nostre difficoltà siano uniche.
Salute mentale
Tutta questa pressione, esterna e mediatica, ha avuto un impatto enorme sulla Gen Z, ma non solo. Ecco qualche dato che parla da solo: come fonte ho utilizzato il Mind Health Report 2025.
Secondo questa ricerca, 1 giovane su 2, tra i 18 e i 24 anni a livello mondiale, dichiara di trovarsi in uno stato di abbattimento fisico o morale, o comunque in una condizione di totale assenza di benessere, disagio emotivo e compromissione psicosociale.
In Italia, solo il 17% delle persone possiede un Mind Health Index superiore a 75, cioè si trova nelle migliori condizioni possibili di salute mentale.
Il 14%, invece, si trova in una condizione di assenza totale di benessere.
La restante parte della popolazione vive in una zona intermedia: una salute mentale non completamente compromessa, ma neanche davvero ottimale.
Non possiamo dire che sia tutta colpa dei social — non voglio sembrare i boomer che ripetono “è colpa del telefono” — ma è innegabile che abbiano amplificato dinamiche già presenti nella società.
La realtà dei social
Sui social vediamo solo le parti più belle delle persone, quelle che scelgono di mostrarci.
Immaginate un iceberg: noi vediamo solo la punta, ma sotto c’è molto di più.
Anche noi, in fondo, facciamo lo stesso. Postiamo quando siamo in vacanza, a un evento, a una festa cool: il nostro feed si riempie di storie, foto, caroselli.
Se guardassimo solo il nostro profilo, sembrerebbe una vita piena di momenti perfetti.
E invece? Tutti noi viviamo anche stress, noia, solitudine, disperazione. Solo che quella parte resta nascosta — offline.
Conclusione
Vi spoilero una cosa: non siete gli unici, non siamo gli unici. Ecco perché non possiamo più far finta di niente.
Dietro ogni percentuale c’è qualcuno che si sente solo, inadeguato, perso. Eppure, quella solitudine non è un fallimento individuale — è un segnale collettivo che qualcosa, nel modo in cui viviamo, si è rotto.
Tutti abbiamo momenti di difficoltà e tristezza. So quanto sia difficile parlarne, perché sembra che nessuno possa capirci e che il mondo corra troppo veloce per ascoltare.
Ma non è così: ci sono ancora persone disposte ad ascoltarvi, a condividere emozioni, pensieri e fragilità. Bisogna solo tornare a cercarle davvero.
E forse è proprio qui che serve ripartire: dal ricominciare a parlarci, a costruire spazi comuni, a fare davvero comunità.
Gli obiettivi de Il Progressista
Questo è uno degli obiettivi principali di questo giornale: dare voce a chi si sente sommerso da una società che ci vuole sempre impeccabili.
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Viviamo in un tempo in cui ogni passo sembra dover essere giusto, misurato, coerente. Ma abbiamo il diritto di sbagliare, di non sapere subito, di fare figuracce, di prenderci tempo.
Il diritto di essere umani, semplicemente.
Vorrei chiudere con un mito greco.
All’inizio non c’era né luce né forma: solo Caos, un vuoto immenso, senza direzione né confini.
Non era male né distruzione — era possibilità pura, la materia grezza da cui tutto ha avuto origine.
Dal disordine è nato l’ordine, dal silenzio la voce, dal Caos il senso.
Forse è così anche per noi.
Serve attraversare il disordine per capire cosa vogliamo costruire.
Il Caos non è la fine — è l’inizio di tutto ciò che ancora può prendere forma, il punto da cui possiamo ripartire, insieme.
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