- Cosa sono le correnti del PD
- Perché il PD è così correntizzato
- Come funzionano davvero le correnti
- Come è cambiato l’equilibrio con Elly Schlein
- Quante sono le correnti del PD oggi (vediamole una per una)
- 1. L’area Schlein
- 2. AreaDem e la rete Franceschini
- 3 Dems e l’area Orlando
- 4 Ex Articolo Uno e area Speranza
- 5. Il “correntone” di maggioranza
- 6. Energia Popolare e l’area Bonaccini
- 7. I riformisti critici: Guerini, Gori, Delrio
- 8. Base Riformista
- 9. Crea e l’area lettiana
- 10. Cuperlo, Pollastrini e la sinistra culturale
- 11. Giovani Turchi
- 12. Reti civiche, cattolico-sociali e area pacifista
- 13. Reti locali e amministratori
- Le correnti fanno bene o male al PD?
- Cosa cambia per chi vota?
- Cosa cambia per i giovani?
- Perché il PD non può limitarsi a “fare sintesi”
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Una mappa ragionata delle fazioni che spostano il PD: chi sono, da dove arrivano, perché contano. Una guida per capire il principale partito del centrosinistra italiano oltre i nomi, le sigle e le guerre di palazzo.
Dentro il Partito Democratico le idee contano, ma raramente viaggiano da sole. Camminano dentro reti, aree, gruppi parlamentari, amministratori, congressi, tessere e rapporti territoriali. È da questo terreno fertile che nascono le correnti: uno dei modi in cui il PD decide chi pesa, chi parla e quale linea diventa maggioritaria. Le correnti del PD sono il vero scheletro organizzativo del partito. Capirle significa comprendere perché il principale partito del centrosinistra italiano sembra spesso muoversi su più tavoli contemporaneamente: quello della segretaria, quello dei gruppi parlamentari, quello degli amministratori locali, quello delle aree culturali e quello delle vecchie famiglie politiche da cui il partito nasce.

Cosa sono le correnti del PD
Partiamo dalle basi: una corrente è una rete politica interna al partito.
Può tenere insieme parlamentari, sindaci, amministratori locali, dirigenti territoriali, iscritti, insomma, tutto il mondo che gravita attorno a un partito.
Il suo peso si misura soprattutto nei congressi, nelle assemblee, nelle liste elettorali, nei gruppi parlamentari e nei rapporti territoriali. Per questo le correnti non sono un dettaglio folkloristico, ma uno degli ingranaggi attraverso cui il PD costruisce la propria leadership.
La loro esistenza non è scandalosa in sé. In molti partiti convivono aree interne e sensibilità diverse in grado di incidere sugli equilibri del partito, ma perché nel PD le correnti pesano così tanto?
Perché il PD è così correntizzato
Per rispondere bisogna tornare alla nascita del partito.
Il Partito Democratico nasce nel 2007 dall’incontro tra culture politiche diverse. Da un lato ci sono i Democratici di Sinistra, eredi della tradizione post-comunista e socialdemocratica, mentre dall’altro c’è la Margherita, che raccoglie una parte importante della cultura cattolico-democratica, popolare e riformista.
L’idea era costruire un grande partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria con un disegno politico condiviso. Eppure, una casa comune non nasce mettendo più famiglie sotto lo stesso tetto, perché servono una cultura comune e una forma organizzativa chiara, con regole capaci di trasformare il pluralismo dei luoghi di discussione in decisione politica condivisa.
Nel PD questo processo è rimasto spesso incompleto, ed è qui che nasce una parte del correntismo democratico: come conseguenza della natura stessa del partito.
C’è poi un secondo elemento da tenere in considerazione e riguarda le regole interne. Il PD si definisce da sempre un partito di iscritti ed elettori, in cui la scelta del segretario nazionale passa attraverso un meccanismo che coinvolge prima gli iscritti nei circoli e poi un corpo più largo di elettori attraverso le primarie aperte. Questo modello ha dato al partito una forte capacità di mobilitazione, ma ha anche prodotto una tensione di indubbio rilievo: siccome lo Statuto del PD riconosce ai cittadini la scelta dell’indirizzo politico attraverso l’elezione diretta del segretario e dell’Assemblea nazionale, chi pesa di più, l’iscritto che vive il partito tutto l’anno o l’elettore che partecipa alle primarie?
Questa spaccatura è diventata più che mai evidente nel 2023, quando Stefano Bonaccini era risultato avanti nella fase congressuale tra gli iscritti, ma Elly Schlein gli ha strappato le primarie aperte con circa il 53,7% dei voti. È uno dei passaggi più importanti per capire il PD contemporaneo: il partito organizzato può indicare una direzione, ma il popolo delle primarie può ribaltarla.

Come funzionano davvero le correnti
Il mondo delle correnti non è affatto monolitico; si muove, piuttosto, su binari e livelli diversissimi.
A volte l’anima di una corrente è puramente politico-culturale. In questo caso parliamo di veri e propri laboratori di pensiero da cui nascono mozioni, convegni e documenti programmatici. Altre volte, invece, la loro forza risiede nelle radici territoriali, il cui peso si misura sul controllo di circoli, federazioni e amministrazioni locali.
Esiste poi una dimensione più istituzionale, quella dei gruppi parlamentari informali. Certo, il loro logo non compare sulla scheda elettorale, ma la loro ombra si allunga su ogni decisione cruciale all’interno dei palazzi attraverso la scelta dei capigruppo e dei membri di commissione, fino alla definizione delle candidature e degli incarichi interni.
Il problema vero sorge quando questi canali si trasformano in filiere di puro potere, in cui una corrente smette di produrre pensiero e si riduce a mero strumento per fare muro e blindare poltrone.
Naturalmente, nella realtà questi confini sfumano continuamente. Una stessa fazione può essere, nello stesso momento, un’officina di idee, una macchina elettorale sul territorio e un’arma di pressione politica. Per questo motivo, l’intero fenomeno andrebbe analizzato senza moralismi da due soldi, perché le correnti non sono buone o cattive a prescindere: diventano una risorsa se coltivano il pluralismo, oppure una zavorra se si riducono a oligarchie nate solo per occupare spazi e proteggere se stesse.
Come è cambiato l’equilibrio con Elly Schlein
Elly Schlein arriva alla guida del PD con una promessa di discontinuità, perché la sua vittoria parla a mondi che non coincidevano pienamente con le vecchie correnti, preferendo parlare di giovani, ambientalismo, femminismo, lavoro povero, diritti.
Ma una volta dentro il Nazareno, ogni leadership deve fare i conti con la struttura reale del partito.
Schlein ha costretto le correnti a cambiare forma, non le ha superate e solamente una parte delle aree interne ha scelto di sostenerla, mentre l’altra, costituita da una parte dei riformisti, si è riposizionata. Persino l’area Bonaccini, dopo una fase autonoma, è entrata nella maggioranza che sostiene l’attuale segretaria.
Quante sono le correnti del PD oggi (vediamole una per una)
Dire un numero secco risulterebbe controproducente, dato che non esiste un registro ufficiale delle correnti del PD. Alcune sono vere strutture organizzate, altre sono aree informali, o hanno un nome pubblico, altre ancora nascono, si sciolgono, cambiano nome o confluiscono in contenitori più grandi. La mappa aggiornata va quindi letta come una fotografia politica delle principali aree riconoscibili.
Oggi, nel PD, possiamo distinguere almeno questi blocchi:
- l’area della segretaria Elly Schlein;
- il nuovo “correntone” di maggioranza nato attorno ad AreaDem, Dems ed ex Articolo Uno;
- Energia Popolare, legata a Stefano Bonaccini;
- l’area riformista più critica, con riferimenti come Lorenzo Guerini, Giorgio Gori e Graziano Delrio;
- le reti cattolico-sociali e civiche;
- i lettiani e l’area Crea;
- aree storiche come i Giovani Turchi;
- reti locali e amministrative, spesso decisive nei territori.
Vediamole davvero una per una.

1. L’area Schlein
La parabola di Elly Schlein alla guida del PD comincia da lontano, da una candidatura trasversale e magnetica. È stata capace di parlare a un pubblico vastissimo: iscritti storici, astenuti, giovani attivisti, ma anche a quel mondo frammentato che orbita attorno alla sinistra, all’ambientalismo, al femminismo, alle battaglie sul lavoro povero e sui diritti civili.
La sua promessa era una netta discontinuità con il passato, una rottura totale con i vecchi equilibri. Eppure, una volta varcata la soglia del Nazareno, la neo-segretaria ha dovuto fare i conti con la realtà materiale del partito. Si è scontrata con un reticolo fatto di gruppi parlamentari, feudi locali, amministratori e correnti storiche fortemente organizzate.
Proprio per questo, liquidare oggi la sua leadership come una crociata “anti-correnti” sarebbe un errore di lettura. La realtà è più sfumata: Schlein non ha smantellato i vecchi blocchi di potere, ma ha spostato il baricentro politico del PD, costringendo tutti gli altri a riposizionarsi di conseguenza.
Attorno a lei si è così consolidata una nuova area di riferimento. È un microcosmo eterogeneo che tiene insieme la sinistra più radicale, dirigenti cresciuti al suo fianco, amministratori locali, movimenti giovanili e intere fette di apparato che, pragmaticamente, hanno scelto di scommettere sulla sua segreteria.

2. AreaDem e la rete Franceschini
Se c’è una costante nella storia del Partito Democratico, quella è AreaDem. Nata attorno alla figura di Dario Franceschini, la corrente rappresenta l’anima più longeva e riconoscibile del centro democratico: una forza tranquilla con profonde radici cattolico-popolari e una forte vocazione istituzionale.
Per anni ha custodito le chiavi della stabilità del partito. Il suo segreto? Non certo il radicalismo ideologico, ma una straordinaria intelligenza politica, costruita sulla capacità di muoversi nell’ombra dei passaggi decisivi, decifrare gli equilibri interni e, al momento opportuno, orientare la scelta delle leadership.
Con l’arrivo di Elly Schlein, però, lo scenario è cambiato e AreaDem ha dovuto reinventarsi. Franceschini è stato tra i primi big a scommettere sulla nuova segretaria fin dal congresso, offrendole una sponda decisiva per blindare la nuova maggioranza del Nazareno.
Questa evoluzione ha infine toccato il suo apice nel 2025, anno in cui, secondo le cronache politiche, i franceschiniani sono stati tra i motori della nascita del cosiddetto “correntone” di maggioranza, ovvero un nuovo grande polo interno nato dall’asse con i Dems di Andrea Orlando e gli ex esponenti di Articolo Uno guidati da Roberto Speranza.

3 Dems e l’area Orlando
Dall’altro lato della sinistra interna troviamo i Dems, la componente nata nel 2017 attorno alla figura di Andrea Orlando. Fin dalle origini, la missione dell’area è stata presidiare i temi storici del lavoro, del welfare, della lotta alle disuguaglianze e della protezione sociale, coltivando l’idea di un centrosinistra largo e inclusivo.
Negli anni l’area è cresciuta, diventando il baricentro della sinistra dem più organizzata. Sotto le sue insegne si sono mossi dirigenti di primo piano come Peppe Provenzano e Marco Sarracino, figure chiave nel dettare la linea sociale del Nazareno.
Il vero tratto distintivo dei Dems, però, sta nella loro postura strategica. A differenza di altre scissioni, questa componente ha sempre scelto di dare battaglia restando dentro il perimetro del PD, cercando di condizionarne la linea dall’interno. Con l’avvento di Elly Schlein la convergenza politica è apparsa quasi naturale (certamente più fluida rispetto al passato) anche se la convivenza quotidiana non è rimasta immune da fisiologiche tensioni.

4 Ex Articolo Uno e area Speranza
Un’altra componente rilevante è quella degli ex Articolo Uno rientrati nel PD, legati a figure come Roberto Speranza, Arturo Scotto, Cecilia Guerra e Nico Stumpo.
Articolo Uno nasceva fuori dal PD, dopo la scissione del 2017, ma una parte significativa di quel mondo è poi rientrata nel partito. Oggi questa area rappresenta una sinistra più sociale, attenta a sanità pubblica, lavoro, diritti sociali e rapporto con il campo progressista.
Nel nuovo equilibrio interno, gli ex Articolo Uno sono stati indicati dalla stampa come uno dei tre pilastri del correntone di maggioranza, insieme ad AreaDem e Dems.

5. Il “correntone” di maggioranza
Nelle cronache politiche lo chiamano “correntone”, un’etichetta giornalistica che fotografa una dinamica quanto mai reale, ovvero la nascita di un maxi-contenitore nato per fare da scudo alla segreteria Schlein, ma anche per orientarne le mosse.
Il battesimo del fuoco è andato in scena a Montepulciano, nel novembre del 2025, in cui si sono ritrovate anime diverse della maggioranza dem. Come ha ricostruito il Corriere della Sera, l’evento ha sancito l’asse tra i mondi di Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza, attirando lungo la strada anche altri pezzi da novanta del partito.
La strategia dietro questa mossa è sottile. Il nuovo blocco sostiene la leader, ma rifiuta il ruolo di semplice claque: l’obiettivo è pesare sulle scelte cruciali, dalla linea politica alle alleanze, fino all’organizzazione del partito e alla complessa costruzione dell’alternativa alle destre. In fondo, il “correntone” nasce proprio per evitare l’isolamento della segretaria, offrendole una sponda solida ma tutt’altro che passiva.

Dato per favorito alle primarie con Elly Schlein ha perso con la sua corrente Energia Popolare ma ha tenuto in piedi il suo gruppo di potere seppur ridimensionato.
6. Energia Popolare e l’area Bonaccini
Energia Popolare è l’area legata a Stefano Bonaccini, ex presidente dell’Emilia-Romagna ed ex sfidante di Schlein alle primarie del 2023.
Bonaccini aveva raccolto attorno a sé buona parte del mondo riformista, amministrativo e pragmatico del PD. Dopo la sconfitta alle primarie, ha scelto di non trasformarsi nel capo di un’opposizione frontale alla segretaria, costruendo una propria area autonoma, più territoriale e amministrativa.
Energia Popolare rappresenta soprattutto il PD degli amministratori: sindaci, presidenti di regione, dirigenti locali e figure legate agli aspetti tecnici del governo territoriale.
Nel dicembre 2025 c’è stato però l’ingresso dell’area Bonaccini nella maggioranza che sostiene Schlein, certificando che l’ex sfidante è ora parte dell’equilibrio interno della segretaria, mentre una parte dei riformisti sceglie una posizione più autonoma e critica.

7. I riformisti critici: Guerini, Gori, Delrio
Alla destra interna del PD, o comunque nell’area più moderata e riformista, si colloca il blocco più critico verso Schlein.
I nomi ricorrenti sono Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Graziano Delrio, Paolo Gentiloni, Piero Fassino, Simona Malpezzi e altri dirigenti che chiedono una linea più netta su europeismo, atlantismo, politica estera, riformismo economico e rapporto con il Movimento 5 Stelle.
Questa area è una minoranza interna organizzata, critica verso alcune scelte della segreteria e interessata a pesare sul prossimo equilibrio congressuale.
Tuttavia, temono che il PD si sposti troppo verso sinistra, si leghi troppo al Movimento 5 Stelle o perda riconoscibilità su Europa, sicurezza internazionale e cultura di governo.
A questa corrente faceva parte anche Pina Picierno che ha recentemente lasciato il PD per dare vita al progetto Spazio Pubblico.

8. Base Riformista
Nata nel 2019, Base Riformista è stata per anni una delle aree centrali del riformismo dem e viene associata soprattutto a Lorenzo Guerini e Luca Lotti.
Per molto tempo è stata raccontata come l’area degli ex renziani rimasti nel PD dopo la nascita di Italia Viva, ma questa etichetta è parziale, dato che dentro Base Riformista sono confluiti dirigenti accomunati più da una postura riformista e governista che da una semplice nostalgia renziana.
Oggi Base Riformista non può essere raccontata come un blocco compatto e immobile, ma come una parte del mondo che aveva sostenuto Bonaccini e che oggi si è avvicinata alla maggioranza, mentre un’altra parte ha scelto di organizzarsi in modo più autonomo e critico.
Quindi, per essere precisi: Base Riformista resta una sigla importante per capire il PD degli ultimi anni, ma la geografia riformista attuale è più frammentata.

9. Crea e l’area lettiana
Crea, o “Crea! L’Italia che faremo”, nasce come area riconducibile agli ex lettiani, cioè a dirigenti vicini all’esperienza politica di Enrico Letta.
In origine quest’area era stata letta come una componente neo-ulivista, più attenta alla costruzione del centrosinistra largo e alla cultura istituzionale del PD, ma nel nuovo equilibrio interno, pezzi dell’area lettiana sono stati riconosciuti come vicini o presenti nel processo di aggregazione attorno al correntone di maggioranza.
Anche qui però serve prudenza, visto che non parliamo di un partito nel partito, ma di una rete politica che partecipa alla nuova fase di assestamento interno.

10. Cuperlo, Pollastrini e la sinistra culturale
All’interno del Nazareno, Gianni Cuperlo incarna una voce a sé, quella della sinistra culturale, nobile e riflessiva, con una sensibilità politica diversa, quasi d’altri tempi. Al centro del suo pensiero non ci sono mai state le geometrie di potere, ma la qualità della democrazia interna, lo spessore ideologico e la necessità di ricucire il rapporto, spesso sfilacciato, tra i leader e il popolo dei militanti. Per Cuperlo, la vera sfida del PD riguarda il come si decide insieme, come si discute, come si forma una nuova classe dirigente e, soprattutto, come si torna a produrre un pensiero comune.
Anche per questo, quando nel 2025 i retroscena lo hanno accostato alle manovre di aggregazione della nuova maggioranza, è apparso chiaro a tutti che la sua non era una mossa tattica. Se Cuperlo guarda a questa nuova fase, lo fa mantenendo la sua autonomia intellettuale: ridurlo a un semplice ingranaggio del “correntone” sarebbe un errore, perché la sua presenza serve prima di tutto a dare profondità politica al dibattito.

11. Giovani Turchi
I Giovani Turchi sono una delle aree storiche della sinistra interna del PD, legata soprattutto a Matteo Orfini.
Il nome viene da una fase precedente del partito e oggi suona quasi paradossale, perché quella generazione politica non è più giovane nel senso anagrafico del termine. Ma la sigla conserva un valore nella memoria interna del PD.
Negli anni, i Giovani Turchi hanno rappresentato una sinistra di partito critica verso il renzismo e attenta al radicamento politico. Oggi non sono il centro della geografia dem, ma restano una presenza riconoscibile nel mosaico interno.

12. Reti civiche, cattolico-sociali e area pacifista
Accanto alle correnti più tradizionali ci sono reti più recenti, meno rigide.
Una di queste è l’area cattolico-sociale e civica che guarda a figure come Paolo Ciani e Marco Tarquinio, con attenzione a pace, solidarietà, beni comuni, contrasto alle disuguaglianze e critica della guerra. Nel 2025 è stata raccontata la nascita di Rete civica e solidale, vicina al centrosinistra, con Tarquinio e Ciani tra i promotori.
Queste reti non coincidono sempre con il PD in senso stretto, ma dialogano con il suo spazio politico. Sono importanti perché intercettano mondi che il PD fatica spesso a rappresentare: associazionismo, cattolicesimo sociale, pacifismo, volontariato, terzo settore.

13. Reti locali e amministratori
Una parte decisiva del PD si capisce dai territori.
Sindaci, presidenti di regione, consiglieri regionali, segretari locali e amministratori costruiscono spesso reti più forti delle sigle nazionali. In alcune zone, sapere a quale corrente appartiene un parlamentare conta meno che sapere quale sindaco o presidente di regione lo sostiene, ed ecco perché il PD è così difficile da leggere dall’esterno: non esiste solo il partito romano del Nazareno. Esiste un PD emiliano-romagnolo, un PD toscano, un PD lombardo, e così via e spesso ognuno ha equilibri propri.
Le correnti nazionali danno una cornice, ma sono i territori con le micro correnti locali a decidere del potere reale sul territorio.
Ma nessun segretario del PD può cancellare le correnti con un atto di volontà, ma solo contenerle. Schlein, per esempio, ha cambiato il baricentro politico e ha obbligato le aree interne a decidere dove stare, con il sostegno di una parte della sinistra dem e di AreaDem. Persino Bonaccini, dopo una fase autonoma, è entrato nella maggioranza. Una parte dei riformisti ha scelto invece una posizione più critica, non per niente il correntone di Montepulciano ha dimostrato che la maggioranza schleiniana non è solo una leadership personale, ma anche un nuovo assetto interno organizzato.
Le correnti fanno bene o male al PD?
Dipende da cosa fanno.
Se producono idee, formano classe dirigente, rappresentano territori e rendono il partito più plurale, possono essere una risorsa. Se diventano solo strumenti per contarsi, occupare spazi e bloccare decisioni, diventano un problema.
Il confine è labile e un partito senza correnti rischia di diventare personale, verticale, dipendente dal capo. Un partito fatto solo di correnti rischia di diventare illeggibile, lento, chiuso, incapace di parlare al Paese. Il PD vuole essere plurale, ma deve decidere. Vuole rappresentare culture diverse, ma deve evitare che ogni cultura diventi una tribù.
Cosa cambia per chi vota?
Le correnti incidono anche su chi non le conosce, perché influenzano le candidature ed orientano la linea politica di partito. Per questo dire che sono solo litigi interni è una semplificazione. Le correnti sono uno dei modi in cui una discussione interna diventa offerta politica pubblica.
Il problema è che spesso questo processo non si vede e all’elettore arriva solo il risultato finale: una lista, una candidatura, una frase in TV, una posizione ambigua, una mediazione difficile da spiegare.
Cosa cambia per i giovani?
Cosa cambia, dunque, per un giovane che decide di impegnarsi in politica? In sostanza, sono le dinamiche interne e il modo in cui funzionano le correnti a stabilire quanto spazio reale riuscirà a ritagliarsi. Quando un partito si fonda esclusivamente sulle filiere personali, finisce per premiare soltanto chi ha già i contatti giusti; se invece ruota del tutto attorno al leader, a fare carriera sarà chi sa allinearsi meglio. Allo stesso modo, un sistema basato solo sulle mediazioni d’apparato rischia di demoralizzare qualsiasi persona arrivi da fuori. La vera sfida, alla fine, è capire se un giovane privo di un cognome importante, senza correnti a fare da scudo o protezioni sul territorio, possa davvero partecipare, contare, crescere e persino dissentire senza essere condannato all’irrilevanza. È proprio da questa prospettiva che il ruolo delle correnti cessa di essere una semplice questione organizzativa e diventa un vero e proprio test di democrazia.

Perché il PD non può limitarsi a “fare sintesi”
Nel linguaggio del PD torna spesso la parola “sintesi”, cioè la capacità di tenere insieme anime e posizioni diverse: una funzione fondamentale per un grande partito. Il punto è che una vera sintesi presuppone un confronto autentico. Se il dibattito resta schiacciato tra i capicorrente, finisce per ridursi a un semplice patto di potere tra gruppi dirigenti; per trasformarsi in vera politica, invece, la discussione deve radicarsi nei territori e tra gli iscritti. Le difficoltà nascono proprio quando la pluralità di idee non riesce più a tradursi in una proposta trasparente per gli elettori.
Tuttavia, demonizzare del tutto la dinamica correntizia sarebbe un errore. Persino a livello giovanile, nei Giovani Democratici, pur spaccati tra la mozione Nuovi Orizzonti e Generazione Prossima, c’è chi lavora per costruire ponti e superare queste divisioni. In fondo le correnti fanno parte dell’identità e della storia del PD: non ha senso proporne l’abolizione a colpi di slogan, così come sarebbe miope far finta che non esistano. La vera domanda è se il partito saprà trasformarle in spazi vivi di idee e rappresentanza o se continuerà a ridurle a meri strumenti di gestione del potere interno. Perché, intanto, fuori dalla sede del Nazareno c’è un Paese reale che non aspetta le alchimie di corrente per decidere se fidarsi ancora della politica.
Le correnti sono davvero il problema del PD o sono solo il sintomo di una politica che fatica a costruire partecipazione vera? La risposta cambia molto a seconda di dove si guarda: dai circoli, dai territori, dal Parlamento o da fuori.
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