Voto ai 16enni: perchè no?

Mattia Mezzetti

Il dibattito sul voto ai sedicenni è di stretta attualità. Le forze progressiste sono tendenzialmente favorevoli, mentre quelle conservatrici si mantengono più tiepide. Non deve stupire: alcune rilevazioni mostrano una maggiore propensione dei giovani verso la cosiddetta ala progressista, sebbene il quadro non sia uniforme,e la controparte teme che questa fascia d’età ne eroda il consenso. È indubbio, però, che attrarre ai seggi giovani entusiasti di esprimere la propria opinione potrebbe ridurre l’astensionismo imperante. 
Vediamo pro e contro di questa decisione.

Paesi nei quali possono partecipare alle elezioni gli adolescenti di 16 o 17 anni. In determinati Paesi gli adolescenti possono partecipare a tutte le votazioni, in altri soltanto a quelle locali o alle elezioni europee – ACE Electoral Knowledge Network, Wikipedia und UNICEF

Sedicenni al voto

La proposta di riforma muove dal fatto che in Italia, a 16 anni, si sono già acquisiti numerosi diritti (e doveri) che caratterizzano la vita adulta. A quell’età, in effetti, nel nostro Paese è già possibile (nel senso di consentito dalla legge) abbandonare la scuola per lavorare, pagare le tasse, firmare contratti e abbonamenti ed essere chiamati a rispondere, anche sul piano penale, delle proprie azioni. Non è però consentito esercitare il più basilare dei diritti democratici: scegliere i propri rappresentanti presso le istituzioni.

Si pensi, per esempio, che In Italia si diventa già imputabili penalmente a 14 anni. In una fase della vita nella quale si è ancora piuttosto lontani dalla maggiore età, si risponde già delle proprie azioni, nel caso in cui queste vadano a ledere la libertà, i diritti, o le proprietà di altri. Il quattordicenne, inoltre, è in grado, secondo la legge del nostro paese, di prestare consenso sessuale. Due anni interi prima dell’eventuale acquisizione del diritto di voto, dunque, l’adolescente è già titolare di diritti e doveri considerevoli.

La politica plasma non solo il presente ma, soprattutto, il futuro. Non sarebbe giusto dare proprio ai giovani, che di quel futuro saranno i protagonisti, il diritto di scegliere con quale leader affrontarlo?

In Parlamento è stata intavolata, da anni, una discussione sulla nuova legge elettorale. I nostri attuali rappresentanti avevano preso l’impegno, durante la loro campagna elettorale del 2022, di partorire un nuovo testo entro l’attuale legislatura. In realtà, non se ne stanno occupando con particolare dedizione. Eppure, il tempo per portare a termine l’iter della riforma ci sarebbe ancora (la legislatura termina a settembre 2027).

Indipendentemente da quel che farà la politica, andiamo a vedere le ragioni del No, sostenute da chi vorrebbe mantenere le cose come stanno, e poi quelle del Sì, condivise da chi ha proposto e sottoscritto l’appello al voto per i sedicenni.

I sedicenni sono pronti a votare?

Le ragioni del No

Chi dice No solleva anzitutto un’obiezione giuridica: estendere il suffragio a chi non ha ancora raggiunto la maggiore età crea un’incoerenza nel sistema legale. A quell’età si godono già alcuni diritti civili, come abbiamo visto in apertura, ma non si è ancora pienamente responsabili davanti alla legge. Ha senso, quindi, partecipare a decisioni politiche le cui conseguenze giuridiche non ricadono ancora pienamente sul votante?

Il secondo argomento riguarda la maturità e l’esperienza: si sostiene che a sedici anni la mente non sia ancora pienamente formata per prendere decisioni politiche complesse, da cui dipende il futuro del Paese. 

Anche se la scienza ci dice che il processo di sviluppo cerebrale non è ancora concluso a sedici anni, l’argomentazione dell’inesperienza è piuttosto attaccabile. Lo stesso si potrebbe infatti dire dei diciottenni. La letteratura neuroscientifica indica che la corteccia prefrontale, responsabile delle funzioni esecutive e della regolazione emotiva, raggiunge la piena maturazione solo intorno ai 25 anni . A ciò si aggiunge che, secondo una recente ricerca pubblicata su Nature Communications (Mousley et al., 2025), le reti cerebrali completano la propria organizzazione strutturale complessiva addirittura intorno ai 32 anni. Questa motivazione, dunque, si rivela abbastanza fragile. 

Un argomento piuttosto forte di questo schieramento è il rischio di condizionamento da parte di genitori ed educatori. Le menti degli adolescenti sono più malleabili di quelle degli adulti. Famiglia, prima, e scuola, poi, sono i due ambienti all’interno dei quali si forma la coscienza del ragazzo, la quale risentirà inevitabilmente degli stimoli e delle influenze cui viene sottoposta in giovane età.

Chi è per il No parla anche di un possibile disinteresse. Di nuovo, ci troviamo di fronte a un’argomentazione non certo robusta. Sostenere che molti adolescenti non abbiano interesse reale o competenze specifiche in ambito civico e politico non è sbagliato, ma non è neppure corretto. Non si può generalizzare in questi termini. Per ogni sedicenne disinteressato e distante dalla politica potrebbe essercene uno che si occupa di cosa pubblica da quando ne ha contezza e si è magari già impegnato nella rappresentanza scolastica o nell’attivismo in associazioni para-politiche.

Le ragioni del Sì

Prima di evidenziare le ragioni del Sì è importante fornire un minimo di contesto teorico. 

Una semplice convenzione

Se il dibattito sull’anticipo del voto è attivo in così tanti Paesi non è soltanto perché si desidera combattere una disaffezione verso la politica ormai imperante in tutto l’Occidente, bensì perché si stanno reinterpretando i trattati internazionali sui diritti dell’uomo e del bambino. Sia la Dichiarazione universale dei diritti umani, sia il meno noto, ma altrettanto rilevante, Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, garantiscono il diritto di voto a tutte le persone. 

Nessuno dei due documenti sancisce un’età minima o massima per recarsi alle urne. La limitazione ai maggiorenni, valida in circa il 90% dei Paesi e territori mondiali secondo dati UNICEF, è figlia della giurisprudenza internazionale, non di un principio codificato nei trattati. Naturalmente, è fuori discussione che votare richieda una capacità di giudizio effettiva e che bambini e preadolescenti ne siano esclusi. Tuttavia, il Diritto Internazionale non stabilisce quale sia l’età adeguata a esprimere per la prima volta una preferenza politica, né esiste una norma che leghi direttamente la maggiore età legale al diritto di voto.

L’articolo 12 della Convenzione sui diritti dell’infanzia garantisce a ogni minore il diritto alla partecipazione, ovvero di esprimere la propria opinione sulle questioni che lo riguardano senza esserne escluso. Tale partecipazione deve naturalmente tener conto dell’età e della maturità: non può applicarsi nella stessa misura a un neonato e a un quindicenne. Il Comitato ONU sui diritti dell’infanzia, organo di controllo delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione, si è espresso più volte a favore dell’estensione del diritto di voto agli adolescenti. Le Nazioni Unite ritengono questi giovani già pronti a scegliere i propri rappresentanti. Non a caso, hanno lodato le scelte di Nicaragua e Austria, che hanno abbassato la soglia d’età per il voto. Il Comitato è convinto che estendere la partecipazione politica ai minori rappresenterebbe un segnale concreto dell’impegno degli Stati nell’attuazione della Convenzione.

Al netto delle considerazioni di UNICEF e del Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, passiamo in rassegna le argomentazioni per il Sì.

Le argomentazioni di chi è favorevole

I favorevoli partono da un ragionamento di inclusività. A loro dire, non consentire ai sedicenni di recarsi alle urne, a fronte di un livello di maturazione già adeguato, costituisce un’esclusione ingiustificata. Democrazie europee come Austria, Belgio e Germania hanno già esteso il diritto di voto a chi ha compiuto sedici anni, sebbene in taluni casi, come quello tedesco, i minorenni possano partecipare soltanto ad alcune consultazioni.

Analogamente, è necessario dare voce ai più giovani sulle questioni che li coinvolgono direttamente, dal momento che riguardano il loro futuro. È il caso, per esempio, del debito pubblico e del cambiamento climatico. L’unico modo per consentire agli adolescenti di esprimere un’opinione è autorizzarli a farlo. 

Connessa a questa tesi è quella della responsabilizzazione: non appare giustificato che ragazzi già in grado di compiere scelte importanti per il proprio futuro non siano autorizzati a manifestare il loro parere in materia politica.

C’è poi un aspetto più di principio, sebbene forse ancor più rilevante, in un’epoca in cui il vincitore di ogni tornata è l’astensionismo: la partecipazione. Iniziare a votare prima può attrarre gli adolescenti, spingendoli a recarsi alle urne con curiosità e coinvolgimento. Frequentando il seggio e verificando l’effettiva rilevanza delle proprie opinioni, il giovane può sviluppare un’abitudine democratica duratura, che contrasti la tentazione di astenersi.

Giacomo Zago: le ragioni del sì e del no

A che punto è la discussione in Italia?

Nel nostro Paese è in corso la campagna Voto16, che mira a cambiare l’articolo 48 della Costituzione italiana, quello che autorizza tutti i maggiorenni a votare, per estenderlo anche ai sedicenni. L’approvazione richiederebbe una riforma costituzionale, con votazione a maggioranza qualificata in entrambe le Camere, ed eventuale referendum confermativo.

Sul fronte politico, lo schieramento progressista è tendenzialmente favorevole. Movimento 5 Stelle e +Europa si sono espressi apertamente a sostegno della proposta (+Europa fa parte del comitato promotore della campagna Voto16), mentre parte del PD ha aperto alla modifica costituzionale. Le forze di centrodestra sono invece più fredde, con Forza Italia e Fratelli d’Italia che si sono dichiarate contrarie all’estensione del voto agli adolescenti.

voto 16 anni proposta di legge più europa
Qui puoi leggere la proposta di legge presentata da Più Europa

In conclusione: che fare con il voto ai 16enni?

Come sempre accade, entrambe le posizioni hanno argomentazioni valide a loro sostegno. Quel che però va considerato, indipendentemente da come la si pensi sull’estensione del voto agli adolescenti, è che il distacco dalla politica è ormai tale da mettere a rischio la democrazia partecipata. Nel nostro Paese, circa un italiano su due preferisce non recarsi alle urne. Estendere il diritto di voto non significherebbe soltanto allargare la platea degli aventi diritto, ma potrebbe contribuire a formare una generazione più vicina alla cosa pubblica di quanto non lo sia l’attuale.

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