Per oltre vent’anni è stato l’accordo che non arrivava mai. Un passaggio storico che crea uno dei più grandi spazi commerciali del pianeta, con oltre 700 milioni di persone coinvolte. Ma la firma non ha chiuso il dibattito: ha aperto una frattura politica europea.
Il contesto: accordo firmato, ma tutt’altro che digerito
MERCOSUR sta per Mercado Común del Sur ed è il principale blocco economico dell’America Latina, mettendo insieme Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay (con la Bolivia in fase di adesione).
Nasce nel 1991 con l’obiettivo di creare un mercato integrato sudamericano, un po’ come abbiamo fatto noi europei. Nel tempo però, il mercato unico sudamericano è diventato una vera e propria potenza commerciale nei settori agricolo, energetico e delle materie prime, costituendo ancora oggi le principali fonti di reddito dell’area sudamericana.
Per l’Europa, quindi, il MERCOSUR non sarebbe solo un partner economico, ma un importante interlocutore strategico in un contesto geopolitico sempre più frammentato tra Stati Uniti, Cina e nuove sfere di influenza. Legare il Vecchio Continente a un partner latinoamericano significherebbe diversificare, ridurre dipendenze e costruire alleanze economiche “di lungo periodo”.
Non per niente, il 17 gennaio 2026 ad Asunción (Paraguay) sono stati firmati l’EMPA (EU-MERCOSUR Partnership Agreement) e l’Interim Trade Agreement (iTA).
L’EMPA è un accordo politico, economico e geopolitico che rafforza cooperazione, dialogo e coordinamento strategico tra le due regioni, di cui L’iTA rappresenta la parte commerciale dell’intesa e che potrà entrare in vigore più rapidamente perché rientra nelle competenze esclusive dell’UE (in attesa della ratifica completa dell’accordo da parte di tutti gli Stati membri).
In parole povere: l’accordo punterebbe a eliminare o ridurre i dazi su circa il 90% degli scambi tra UE e Mercosur , garantendo una grossa apertura all’esportazione dell’UE di auto, macchinari, farmaci e prodotti chimici, mentre il Mercosur aumenterebbe verso l’Europa l’export di carne bovina, pollame, zucchero ed etanolo.

Sembrava tutto troppo bello e troppo facile per essere vero
Quattro giorni dopo le firme, il 21 gennaio, il Parlamento europeo ha deciso di chiedere un parere giuridico alla Corte di giustizia dell’Unione europea sull’accordo: un vero e proprio scontro tra potere esecutivo e legislativo dell’Unione europea, che racconta molto più delle divisioni interne di quanto non dicano i comunicati ufficiali.
Con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti, Strasburgo ha scelto di portare l’accordo davanti alla magistratura comunitaria. Va però detto che la mozione, sostenuta da circa 150 eurodeputati di sinistra, verdi e liberali, non blocca formalmente l’accordo, ma ne rallenta il percorso politico, perché il voto posticipa la ratifica, inizialmente prevista tra febbraio e aprile. Viene così certificata una verità scomoda: l’accordo è firmato, ma non è condiviso.
Tutto questo accade mentre la situazione commerciale a livello mondiale si fa sempre più complicata e noi ancora qui, come sempre, a sabotarci con le nostre mani.
Scudo legale per le fragilità politiche
Come detto, il rinvio alla Corte non impedisce l’applicazione provvisoria dell’intesa, già decisa dal Consiglio UE (dove siedono i capi di Stato o di governo dei paesi membri), ma questa scatterà solo quando almeno uno dei quattro Paesi del MERCOSUR (Brasile, Argentina, Paraguay, Uruguay) avrà completato il proprio iter di ratifica nazionale.
Tradotto: l’accordo è politicamente in movimento, ma giuridicamente ancora fragile. Almeno fino a che tutti i Paesi coinvolti non avranno firmato.
Ufficialmente, il Parlamento europeo rivendica una scelta di garanzia,“Un impegno a favore dello Stato di diritto”, ha dichiarato l’eurodeputata verde Saskia Bricmont.
Per Manon Aubry, capogruppo di The Left, si tratta addirittura di una “grandissima vittoria”.
Ma sotto la superficie giuridica, il voto di oggi ha un significato più chiaro: indebolire politicamente l’accordo, firmato dopo oltre 25 anni di negoziati, e rimettere in discussione il suo equilibrio. Non a caso, una seconda mozione, questa volta presentata dai partiti di destra con lo stesso obiettivo, è stata bocciata nettamente (225 sì, 402 no). Il fronte contrario al MERCOSUR esiste, ma non è compatto, e si muove con strategie diverse.
Ma perché questa divisione?
La frattura europea capita nel momento sbagliato
Il voto del Parlamento europeo riflette una spaccatura ormai strutturale: da un lato l’industria europea, che vede nell’accordo nuove opportunità di export, investimenti e sicurezza delle filiere, dall’altro il mondo agricolo, che continua a temere una concorrenza sbilanciata e standard ambientali applicati in modo diseguale.
L’accordo diventa così il terreno su cui si scontrano due visioni dell’Europa: una potenza commerciale globale, pronta a competere, e una comunità regolata, che teme di sacrificare lavoro e ambiente in nome del libero scambio.
Poi c’è il contesto internazionale, dato che l’accordo nasce proprio in un momento di tensioni crescenti tra Stati. Rafforzare i legami con l’America Latina significa, per l’UE, non restare schiacciata tra Stati Uniti e Cina, continuando a contare qualcosa sul piano economico internazionale (almeno di spera). Ci si sarebbe potuto aspettare che le crescenti tensioni con gli Stati Uniti avrebbero spinto i nostri rappresentanti europei all’azione, ma ancora una volta assistiamo alla fragile unità europea in una fase in cui la rapidità conta quanto la coerenza.
Perché è così importante il MERCOSUR?
L’accordo vorrebbe rappresentare un’Europa che vuole contare di più nel mondo, che firma accordi globali, che non guardi solo al suo interno. Sia chiaro, il mercato unico europeo è una grande conquista, ma siamo solo 450 milioni di abitanti e ci troviamo alle prese con una grave crisi demografica.
A ciò si aggiungono un alleato americano che ha smarrito la bussola e che ha imposto unilateralmente dazi commerciali; un competitor cinese dal quale importiamo molto più di quanto esportiamo e la Russia che, giustamente, è stata tagliata fuori (non a caso si sta guardando con sempre maggiore interesse anche all’India e al continente africano).
Proprio per questo l’accordo con il MERCOSUR è così importante: secondo la Commissione europea l’accordo porterà a un +39% delle esportazioni UE verso il Sud America, pari a circa 49 miliardi di euro l’anno, per un risparmio di 4 miliardi di euro annui in dazi per le imprese europee, a cui si aggiungerebbe il rafforzamento delle filiere strategiche di cui abbiamo un disperato bisogno, tra cui in primis quella delle materie prime.
Le critiche al MERCOSUR, invece, riguardano soprattutto il comparto agricolo (ormai sono nell’immaginario collettivo i trattori a Bruxelles) e la domanda è sempre la stessa: possono davvero competere agricoltori europei e sudamericani alle stesse condizioni?

L’UE promette tutele rafforzate con quote per i prezzi dei prodotti sensibili, un meccanismo di salvaguardia giuridicamente vincolante in caso di aumento incontrollato delle importazioni, verifiche a tappeto su standard sanitari, ambientali e di benessere animale e un fondo di sicurezza da 6,3 miliardi di euro (Unity Safety Net), che sarà attivo dal 2028.
A ciò si aggiungono impegni per la sostenibilità e il contrasto al cambiamento climatico con il rispetto dell’Accordo di Parigi, impegni sui diritti del lavoro, empowerment femminile e sviluppo sostenibile e l’obiettivo condiviso della neutralità climatica entro il 2050.
La verità è una sola: il nodo non è giuridico, ma politico, ancora una volta l’Unione europea mostra la sua fragilità come progetto comunitario. Considerando però il contesto geopolitico che si sta creando, quanto a lungo ancora potremo permetterci questa debolezza?
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