“Perché investire nella scuola” oltre le frasi fatte

Giacomo Scotton

La scuola dovrebbe essere il luogo dove si dà la possibilità a tutti di poter diventare da grandi quello che si vuole.

La scuola deve mitigare le fisiologiche disuguaglianze quali estrazione sociale, locazione geografica e inclinazioni personali. In Italia non è così. Perché, citando il film “La Scuola” (1995), “la scuola italiana funziona solo con chi non ha bisogno”. Solo seri investimenti e mirate riforme possono correggere questa diabolica tendenza. Perché formare un alunno ora significa equipaggiare l’adulto di domani: è la scelta che decide il futuro personale e collettivo di un Paese. L’attuale sistema scolastico non reggerà a lungo. È giunta l’ora di mettersi al lavoro per sistemarlo. Quali rischi corriamo se non lo facciamo; quali benefici concreti possiamo aspettarci; e quali pratiche estere funzionano e potrebbero ispirarci? 

La radice del problema: disuguaglianze che si tramandano

L’obbligo scolastico nasce per fare una cosa semplice: impedire che chi parte svantaggiato resti svantaggiato per tutta la vita. Come purtroppo ben sappiamo, ad oggi quella promessa non regge. Infatti i dati mostrano una forte correlazione tra il livello di istruzione dei genitori e le condizioni economiche dei figli: (fonte: Openpolis) nelle famiglie con genitori che hanno la sola licenza media l’incidenza di povertà assoluta è del 12,3%, mentre scende al 4,6% per famiglie con titolo di studio superiore. Inoltre, dove i genitori hanno solo la licenza media l’abbandono scolastico arriva al 23,9% e solo il 12% dei figli consegue un titolo terziario. Queste cifre mostrano che, senza interventi mirati, l’istruzione non sta svolgendo la sua funzione redistributiva e preventiva.

Cosa succede se non investiamo: rischi sociali e per la democrazia
Una scarsa istruzione diffusa produce conseguenze sociali profonde. Prima di tutto si indebolisce la partecipazione civica: chi è impegnato a sopravvivere ha meno tempo e strumenti per informarsi, partecipare attivamente nelle questioni sociali, votare consapevolmente o impegnarsi nel territorio. In secondo luogo cresce il rischio di analfabetismo culturale, cioè l’incapacità di interpretare informazioni complesse, distinguere fonti credibili dalle fake news e capire il funzionamento delle istituzioni. L’analfabetismo culturale impoverisce il dibattito pubblico e rende la società più vulnerabile a populismi e disinformazione, un rischio che intacca la qualità della democrazia. Infine, l’economia ne risente: meno competenze significano meno occupabilità, minore innovazione e meno crescita sostenibile.

Esempi europei: cosa funziona altrove (e perché potremmo copiarli)

Se guardiamo ad altri Paesi europei con sistemi sociali e organizzativi affini troviamo pratiche che combinano equità e qualità:

La Finlandia viene spesso citata come modello per la scuola europea. Qui, intraprendere la carriera da insegnante non è un ripiego (come avviene in Italia per le poche opportunità lavorative in certe branche) ma una professione altamente selettiva: la formazione iniziale è lunga e rigorosa, e quella continua è parte strutturale del lavoro. A questo si affianca un sistema di valutazione degli studenti poco ossessivo, che riduce la pressione sugli studenti e sposta l’attenzione sull’apprendimento reale, non sulla performance. Ma soprattutto, il finanziamento pubblico è costruito per ridurre le disuguaglianze: le risorse vengono indirizzate in modo mirato alle scuole e agli studenti che ne hanno più bisogno, con classi meno affollate, servizi di supporto educativo e interventi precoci per chi resta indietro. Il risultato è un sistema che ottiene buoni risultati complessivi senza selezione precoce, dimostrando che garantire pari opportunità di partenza non significa abbassare il livello, ma rendere l’istruzione davvero accessibile a tutti.

La Germania con il suo modello duale (apprendistato + lavoro in azienda) è un buon esempio sul come collegare scuola e mondo del lavoro, offrendo percorsi concreti per entrare nel mercato occupazionale senza abbandonare la formazione.

La Germania rappresenta uno dei casi più riusciti nel collegare in modo strutturale scuola e mondo del lavoro, grazie al cosiddetto modello duale. Un sistema che combina formazione teorica e apprendistato in azienda, permettendo agli studenti di acquisire competenze spendibili durante gli studi. L’ingresso nel mercato occupazionale avviene come naturale prosecuzione: il lavoro diventa parte del percorso formativo, non la sua alternativa. Questo riduce il mismatch tra istruzione e occupazione e offre percorsi concreti e dignitosi a chi non sceglie l’università, senza trasformare la formazione professionale in una scelta di serie B.

Nei Paesi Bassi e nei Paesi scandinavi l’investimento sull’educazione cominciamolto prima. Asili nido e servizi per la prima infanzia sono pensati come parte integrante del sistema educativo: L’accesso è ampio, i costi sono calmierati e le politiche sono costruite per includere anche le famiglie più fragili, con sostegni mirati e servizi di accompagnamento. Intervenire così presto significa ridurre le disuguaglianze prima che si cristallizzino.

Queste soluzioni mostrano che investire non significa solo dare più soldi alla scuola, ma ripensare anche alla formazione degli insegnanti, all’orientamento professionale degli studenti, al supporto alle famiglie e politiche per l’infanzia.

Siamo tra i meno istruiti in europa

Cosa si guadagna da una società istruita: i pro concreti

Avere una società con un livello di istruzione più alto porta vantaggi tangibili a più livelli: 

  • Maggior occupabilità e più opportunità lavorative per i singoli.
  • Più innovazione e produttività per il Paese: persone più formate creano aziende più competitive.
  • Riduzione della povertà intergenerazionale attraverso la mobilità sociale.
  • Maggiore partecipazione civica e qualità del dibattito pubblico.
  • Migliore salute pubblica: istruzione e salute sono correlate, tendenzialmente, infatti chi è più istruito tende ad effettuare scelte di vita più sane.
  • Coesione sociale: meno esclusione e più fiducia reciproca.

Quando la scuola svolge bene il suo ruolo, le comunità locali registrano ricadute positive in termini di sicurezza, crescita economica e qualità della vita.

Ci sono anche dei rischi economici e occupazionali per colpa di una “non-istruzione”.
Dal punto di vista del lavoro, la mancanza di investimenti crea un mercato del lavoro a due velocità: pochi con competenze elevate, molti con competenze deboli e lavori precari. Questo riduce la capacità del Paese di attrarre investimenti e innovazione. Inoltre, giovani meno formati tendono a passare più tempo disoccupati o sottoccupati, con implicazioni fiscali e di welfare: più spesa per sussidi, meno entrate fiscali, e un circolo vizioso che pesa sulle future generazioni.

L’istruzione pubblica come ascensore sociale: perché è decisiva


L’istruzione pubblica universale e di qualità è lo strumento più efficace per dare a tutti le stesse opportunità di vita. Quando la scuola pubblica funziona, non importa da quale quartiere o famiglia arrivi un ragazzo/a: ha la possibilità di imparare, mettersi alla prova, orientarsi verso carriere e ambizioni. Questo è il senso della meritocrazia: un sistema in cui contano le competenze e non l’origine sociale. Per milioni di persone, una buona scuola pubblica è stata il trampolino che ha permesso di uscire dalla povertà e partecipare pienamente alla vita economica e civica del Paese.

Per trasformare il sistema servono interventi mirati: potenziamento della formazione iniziale e continua degli insegnanti; rafforzamento del sostegno agli studenti in difficoltà attraverso l’impiego di tutor, doposcuola e servizi socio-educativi; potenziamento dell’istruzione tecnica e degli strumenti di alternanza scuola-lavoro con garanzie di qualità; investimento nella prima infanzia; revisione dei criteri di finanziamento per favorire le zone più svantaggiate. Non sono soluzioni astruse: sono politiche che altri Paesi europei hanno applicato con successo e che richiedono volontà politica e risorse mirate.

Conclusione: La scuola non è un costo: è un investimento

Investire nell’istruzione significa investire nella democrazia, nell’economia e nella capacità di una società di scegliere il proprio futuro in modo informato. Se non correggiamo la tendenza per cui la scuola “funziona solo con chi non ha bisogno”, per prendere in prestito una frase critica ma azzeccata, rischiamo di lasciare intere generazioni indietro, con danni che si ripercuoteranno per decenni. La soluzione passa per politiche pubbliche coraggiose, in quanto una scuola pubblica forte e inclusiva è il modo più sicuro per dare a tutti, davvero tutti, la possibilità di “farcela” nella vita.

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