Il governo Meloni è il più longevo della Repubblica, ma che cosa significa davvero?

Michele Cacciapuoti

Un viaggio tra i governi più lunghi e più brevi della storia italiana. Da De Gasperi a Berlusconi, da Craxi a Renzi, passando per Giolitti

Il 4 settembre, il governo Meloni è diventato ufficialmente l’esecutivo più longevo della Repubblica italiana,superando il record del Berlusconi II. Ma quali sono gli altri governi più lunghi e più brevi d’Italia?

I festeggiamenti di Meloni

Per l’occasione, Fratelli d’Italia ha organizzato una celebrazione al Porto di Bari, con lo slogan Il governo più stabile, l’Italia più forte.

Prima della cerimonia, il presidente del Senato La Russa ha deposto una corona presso la targa commemorativa dei fratelli Tatarella, storici esponenti “finiani” di MSI e AN.

Iniziato nel pomeriggio e contestato da un corteo, l’evento è iniziato con alcuni interventi simbolici (un’insegnante, uno skipper, uno studente, un’infermiera…).

Il culmine è stato il discorso serale di Meloni stessa (introdotta dalle note di Rino Gaetano), che in un’ora ha parlato di quasi tutto, dalla carne sintetica al Sud passando per il petrolio, per terminare con qualche sferzata al centrosinistra.

La premier era accompagnata dagli altri leader di maggioranza: in una laggante videoconferenza, Salvini per la Lega e Tajani per Forza Italia (secondo cui il centrosinistra sarebbe morto, lasciando spazio a una sinistra “estrema”); in presenza, Lupi per Noi Moderati. C’erano anche il deputato Donzelli (FdI) e il sottosegretario Mantovano.

Il primo politico a parlare è stato Fitto, oggi vice di Von der Leyen in UE ma già ministro per il Sud nel governo Meloni (incarico che rivendica) e presidente della Puglia vent’anni fa.

L’organizzazione dell’evento è partita almeno a luglio, quando ha cominciato a circolare la notizia che Fratelli d’Italia avesse adocchiato la Fiera del Levante a Bari, già occupata da nientepopodimeno che Caparezza.

I 5 governi più longevi della Repubblica

Silvio Berlusconi nel 2004.

Come anticipato da un post in mattinata e da Lupi, la premier ha sottolineato che i tre governi repubblicani più longevi sono tutti di centrodestra (e, aggiungiamo noi, della Seconda Repubblica).

Ma come si arriva a definire il governo o premier più longevo o, nei termini di Fratelli d’Italia, il più stabile?

Bisogna guardare non alla trentina di premier che abbiamo avuto, quanto piuttosto ai quasi 70 governi.

Meloni ha appena superato i 1412 giorni del Berlusconi II, in carica dal 2001 al 2005. Fu quello il vero inizio del periodo berlusconiano al governo: il suo primo esperimento, nel 1994, era durato meno di un anno a causa del “ribaltone” della Lega Nord di Bossi; recuperata la Lega e mantenendo AN di Fini nella nuova Casa delle Libertà, Berlusconi nel 2001 batté l’Ulivo di Rutelli.

Il leader di Forza Italia raggiunse questo risultato anche concentrandosi sulla politica estera (sempre più vicina a Bush Jr.) più che su quella interna, con le molteplici polemiche sui suoi processi, sui conflitti d’interesse e sulle leggi ad personam. Questo non significa che il governo Berlusconi II non abbia introdotto riforme: la Bossi-Fini sull’immigrazione, la Moratti sull’istruzione, la Biagi sul lavoro, la Gasparri sulla TV.

Nemmeno questo esecutivo riuscì però a ultimare i cinque anni di legislatura. La ricerca d’indipendenza di un Fini sempre più moderato, l’ictus di Bossi, la sconfitta alle regionali del 2005 e il fallimento di alcune riforme (Castelli sulla giustizia, Calderoli sulla Costituzione) portarono alcuni alleati a ritirare i propri ministri.

Berlusconi perciò si dimise, completando la legislatura con il suo terzo governo. Dopo un’effimera vittoria di Prodi, sfiduciato dai democristiani di Mastella, Berlusconi rivinse le elezioni nel 2008 con il PdL: anche il suo quarto governo fu da record, con quasi 1300 giorni.

Il neo-premier Craxi in visita negli USA, 1983.

Un po’ più sotto, ma sempre sopra i 1000 giorni, troviamo il primo governo guidato dal socialista Craxi negli anni ‘80. Lontano dagli scandali di Tangentopoli e anzi forte davanti al terrorismo extraparlamentare e mafioso, Craxi riuscì a radunare sotto di sé il “pentapartito”, cioè i Socialisti e i vari centristi orbitanti intorno alla DC. Il suo primo governo, insediatosi nel 1983, fu caratterizzato da una trasformazione economica in senso moderato: Craxi era arrivato al potere soprattutto contrapponendosi al PCI, superando il periodo della “solidarietà nazionale”. 

In quel periodo, Craxi affrontò anche l’ingerenza statunitense nella famosa crisi di Sigonella. La durata di questo governo fu un unicum nella Prima Repubblica, peraltro con uno dei primi premier non democristiani, dopo il repubblicano Spadolini; tuttavia, il suo record fu arrestato dalla corrente di De Mita, che nella DC mirava a un nuovo “compromesso storico” con il PCI.

De Mita fece cadere prima questo governo, e poi il Craxi II, dopo meno di un anno.

Sempre sopra i 1000 giorni si colloca infine il governo Renzi: nel 2013, dopo Monti, le elezioni non avevano indicato un chiaro vincitore e si era quindi formato un governo di “larghe intese” fra centrosinistra e centrodestra, guidato dal moderato Letta (PD).

Dopo la sfiducia di Berlusconi, Letta fu sostituito dal giovane sindaco fiorentino prima a capo del PD e poi, nel 2014, a capo del governo. Fu un esecutivo un po’ meno trasversale, ma l’NCD (la parte di centrodestra che non aveva seguito Berlusconi) rimase in maggioranza.

Il governo Renzi è considerato l’emblema della parabola politica: dirompente nella comunicazione, consacrato dal 40% dei voti alle europee, dopo le contestazioni al suo Jobs Act fu abbattuto dal referendum sulle riforme costituzionali del 2016. Renzi si dimise, venendo sostituito da un simile governo Gentiloni, mentre la Corte Costituzionale dichiarava illegittima la sua nuova legge elettorale, l’Italicum.

Dopo aver tentato di restare a galla rimanendo segretario del PD, la vittoria giallo-verde alle elezioni del 2018 lo costrinse a dimettersi, fino alla fondazione di Italia Viva nel 2019.

Non è tutto oro quel che luccica

Giovanni Giolitti nel 1905

Va fatta qualche precisazione. Innanzitutto sui criteri per il conteggio dei giorni, che può arrestarsi alle dimissioni o all’instaurazione del governo successivo, cambiando un po’ l’ordine della classifica.

Inoltre, bisogna distinguere fra il governo e il suo capo: una stessa persona, infatti, può presiedere più governi, anche in modo discontinuo, assommando complessivamente un alto numero di giorni.

Da questo punto di vista, infatti, Berlusconi è ancora molto al di sopra di Meloni: attraverso quattro esecutivi, distribuiti in modo intermittente nell’arco di quasi vent’anni, l’imprenditore milanese ha totalizzato più di 3000 giorni di governo, più del doppio di Meloni.

Fra lei e Berlusconi, con oltre 2000 giorni, ci sono l’onnipresente Andreotti, De Gasperi e Aldo Moro, poco sotto Fanfani e – per tornare a tempi più recenti – Prodi.

Naturalmente non è questo un indice di stabilità. De Gasperi è così in alto in classifica, ma perché ha presieduto ben 7 gabinetti nel cruciale momento fondativo della nostra Repubblica: consecutivi, questi governi si sono avvicendati proprio in conseguenza delle tensioni fra le forze politiche, fra cui i Liberali ma soprattutto Socialisti e Comunisti, che vennero espulsi nel 1947 passando dall’unità nazionale alla formula centrista.

Dopo il ritiro di De Gasperi nel 1953 e il fallimento della “legge truffa” con premio di maggioranza, poi, la stagione centrista sarebbe proseguita con un decennio di governi ancora meno stabili: nel 1960 si ebbe il premier meno longevo della storia repubblicana, il democristiano Tambroni che godeva dei voti dell’MSI neofascista; i moti di Genova portarono a una spaccatura fra la DC e l’MSI, che lasciò la maggioranza, costringendo Tambroni alle dimissioni dopo poco più di 100 giorni.

Nel periodo del centrosinistra (l’alleanza di alcuni centristi con i Socialisti negli anni ‘60 e ‘70) raggiunsero simili risultati i democristiani Moro e poi Andreotti, alternandosi e intervallandosi però in più governi; Fanfani, originario ideologo del centrosinistra ancor prima di Moro, fu presidente di ben 6 esecutivi, ma piuttosto distribuiti dagli anni ‘50 (quando guidò il più breve governo della Repubblica, appena 22 giorni) agli anni ‘80 (quando si era ormai spostato verso destra).

Dopo la Prima Repubblica, lo stesso Prodi ha superato i 1600 giorni ma con due governi diversi, intervallati da D’Alema e Berlusconi.

Peraltro, i conti cambiano includendo il Regno d’Italia.

In questo caso, naturalmente, l’elefante nella stanza è Mussolini: il suo governo dittatoriale superò i 7000 giorni, anche perché lo Statuto Albertino non gli imponeva di dimettersi dopo le tre “elezioni” che attraversò.

Come singolo esecutivo, comunque, nessun altro governo supera Berlusconi e Meloni: i più lunghi governi di Giolitti arrivarono a 1000-1300 giorni ciascuno.

Come accaduto con De Gasperi o Andreotti, però, alcuni premier hanno accumulato record ben più alti, guidando diversi governi: Giolitti arrivò a quasi 4000 in totale, dominando un’intera stagione a inizio Novecento; sotto di lui, i suoi predecessori Depretis e Crispi. Il premier (e governo) meno longevo è invece Tittoni, durato appena una decina di giorni nel 1905.

C’è poi da dire che, anche se un gran numero di governi associati a uno stesso nome non è necessariamente indice di stabilità, i governi Berlusconi II e III rappresentano un caso a parte (un po’ come il Craxi II che seguì subito al Craxi I). Insieme completarono l’intera legislatura, rappresentando il massimo avvicinamento della Seconda Repubblica a una forma di bipolarismo.

Rispondendo alle spinte interne alla coalizione, nel 2005 Berlusconi diede maggior peso agli alleati (in primis Fini, ma anche i centristi dell’UDC e la Lega Nord). In qualche modo, anche se venne ripresentato l’intero gabinetto con annesso voto di fiducia, il Berlusconi III può essere considerato una forma estrema di rimpasto.

E quanti rimpasti ha avuto il governo Meloni? Prima lo scandalo Sangiuliano, poi Fitto mandato in UE, poi Santanchè dopo il fallimento del referendum sulla giustizia e in mezzo diversi sottosegretari.

Proprio la riforma della giustizia, che Salvini promette per la prossima legislatura, fa sorgere un’altra domanda, molto circolata ultimamente: nonostante la longevità, il governo Meloni è rimasto fermo sulle grandi riforme? O forse è durato tanto proprio restando fermo?

Fratelli d’Italia, per l’occasione, ha diffuso una brochure che si concentra sui risultati raggiunti in politica interna (lavoro, economia, immigrazione, sanità) senza particolare riferimento alle questioni estere o alle riforme strutturali. Lo schema è stato rispecchiato dal discorso di Meloni, che si è concentrato su spread, occupazione, immigrazione e famiglia: l’UE, stretta alleata del governo nel discorso di Fitto, per Meloni si è adeguata alle politiche migratorie italiane.

Al massimo, Tajani ha parlato delle guerre attraversate in questi quattro anni, inclusi i dazi trumpiani.

La premier e gli alleati in realtà ci hanno provato, a fare le riforme: la giustizia, il premierato, l’autonomia differenziata, persino il ponte sullo Stretto, ma invano. Stona l’elenco vantato da Meloni: fisco, appalti, Corte dei Conti, codice della strada, maturità…

È rimasta, forse, solo la legge elettorale: Lupi cita le preferenze, Meloni aggiunge l’indicazione di coalizione, aspetti in realtà divisivi nella maggioranza. Ma, stando a Tajani, alla fine ci si unisce sempre per fare gli interessi della patria o, dice, del centrodestra.

Scrivi e fai video per Il Progressista

Se hai meno di 30 anni e vuoi raccontare la realtà dalla prospettiva della Generazione Z, unisciti al Progressista: articoli, inchieste, interviste e contenuti che mettono al centro la voce dei giovani.

Supporta Il Progressista

Con 10€ rendi possibile un articolo o un contenuto video. Paghiamo i giovani il doppio degli altri giornali.
Siamo un giornale libero e indipendente, e viviamo grazie alla community. Sostienici per continuare a costruire un’informazione fatta dai giovani, per i giovani.

Oppure puoi aiutarci senza spendere un’euro: scrivi il codice fiscale 94089690039 nella dichiarazione dei redditi per donarci il tuo 5×1000