La fisica dei “mi piace”. Ascesa e discesa di Vincenzo Schettini

Camilla Fois

Ascesa e discesa di Vincenzo Schettini, il professore star de “la fisica che ci piace”
Un professore che registra in classe, assegna live pomeridiane e finisce al centro di un’inchiesta mediatica. Da qui parte il caso Vincenzo Schettini. Le frasi sul futuro dei docenti part time, l’idea che la cultura vada venduta come un prodotto, le testimonianze degli ex studenti su like, screenshot e voti. Quanto può spingersi un insegnante nel costruire un brand personale? Dove finisce la divulgazione e inizia il profitto personale?

Intorno a questa vicenda c’è anche un’altra dinamica che conosciamo bene: l’ascesa, l’idolatria, la caduta. In un sistema che premia la visibilità e poi punisce l’errore, il confine tra innovazione e eccesso diventa sottilissimo. E forse la vera questione è proprio questa: stiamo giudicando un singolo professore o il modello di successo che, in fondo, contribuiamo ad alimentare ogni giorno?

Il prof. Schettini spiega le sue ragioni ma la difesa è debole

La scalata verso il successo di Schettini

In questi giorni è diventato virale un fatto che ruota intorno a Vincenzo Schettini, professore di fisica e, ormai, a tutti gli effetti un personaggio pubblico.

Dal 2015 divide la sua vita tra i banchi dell’IISS Luigi dell’Erba di Castellana Grotte, in provincia di Bari, e l’universo digitale. Prima un canale YouTube, “La Fisica che ci piace” poi altri social, conquistando definitivamente le luci della ribalta con video-spiegazioni di fisica brevi e magnetiche su TikTok, durante il periodo della pandemia. Raggiunge l’apice del successo con la pubblicazione del libro omonimo “La fisica che ci piace” nel 2022.

Letta così, questa breve biografia, non ci sembra per nulla anormale, solo la classica traiettoria di un fortunato uomo comune che intercetta l’algoritmo giusto nel momento giusto. Eppure, se rielaboriamo quella cinica frase secondo cui “non si diventa miliardari per etica” viene spontaneo chiedersi se anche la scalata a professore di scuola superiore più famoso d’Italia non richieda prima o poi qualche scelta controversa.

Le faide non sono mancate, soprattutto con altri docenti. Non soltanto per una personalità che definire eccentrica sarebbe un eufemismo, ma anche per il modo in cui la sua attività social si intreccia con l’attività scolastica ordinaria. Registrare in classe, durante l’orario di lezione, con in sottofondo, e talvolta in primo piano, voci e volti di studenti minorenni che nel frattempo stanno semplicemente cercando di capire qualcosa di fisica. Chi sta insegnando a chi? E soprattutto, davanti a quale pubblico?

La giornalista Selvaggia Lucarelli ha pubblicato le chat degli studenti che discutevano degli assurdi compiti di Schettini, qui vi riportiamo una immagine. Per approfondire

Scheletri nell’armadio

Gli scheletri dell’armadio sono affiorati recentemente, con la pubblicazione di una puntata di The BSMT by Gianluca Gazzoli in cui l’ospite era proprio lui, il professore star. Da lì si è acceso il dibattito.

La prima dichiarazione che ha fatto alzare più di un sopracciglio riguarda il futuro della professione docente. Secondo Schettini, sempre più insegnanti sceglieranno di lavorare a scuola part time per dedicare l’altra metà del tempo alla creazione di contenuti online a pagamento. Perché, parole sue, la cultura va pagata come qualsiasi altro prodotto. Un’affermazione che ha toccato un nervo scoperto, soprattutto quando a dirla è chi lavora in un’istituzione pubblica che della gratuità dell’istruzione fa un principio fondante.

Poi c’è l’altra frase, quella che ha incendiato definitivamente gli animi delle masse. L’ammissione di aver praticamente imposto agli studenti un appuntamento fisso ogni martedì alle 18 in live su YouTube. Il giorno seguente, ci sarebbe stata un’interrogazione sugli argomenti trattati. Una dinamica che, de facto, obbligava gli alunni a collegarsi settimanalmente fuori dall’orario scolastico, quando tutti gli adolescenti avrebbero il diritto di farsi gli affari propri.

Il putiferio online è stato immediato. E quando la polemica si accende attorno a un volto noto, la macchina del fango parte in quarta, pronta a colpire. In questo clima sono intervenuti anche ex studenti, prima nei commenti sparsi sotto diverse pagine social, poi direttamente a Selvaggia Lucarelli, che ha dedicato un’inchiesta al caso nel suo format “Vale Tutto”.

Le testimonianze dei vecchi alunni hanno aggiunto nuovi tasselli a questo quadro, già preoccupante. Le live pomeridiane, raccontano, (come già accennato) erano di fatto obbligatorie. Servivano per l’interrogazione del giorno dopo, certo, ma anche per ottenere vantaggi concreti. Chi commentava e metteva like ai video poteva ricevere fino a due voti in più nelle verifiche scritte e orali. La parola dello studente non bastava, occorrevano prove, come screenshot e report. Senza queste azioni, si poteva ambire massimo a un 8.

Altri ex alunni hanno descritto lezioni in classe come superficiali, con le spiegazioni più approfondite spostate su YouTube. Succedeva anche che durante l’orario scolastico si assistesse a contenuti pensati per altri contesti, registrazioni urgenti che nulla avevano a che fare con il programma della classe. L’esigenza del video, quindi, precedeva quella didattica.

La popolarità, intanto, gli garantiva corsie preferenziali. Aveva a disposizione le aule migliori dell’istituto, LIM di ultima generazione, accesso continuo ai laboratori e progetti extracurricolari facilitati: convegni, open day, iniziative varie. Il dirigente scolastico sosteneva questa centralità, anche perché l’istituto beneficiava dell’effetto star; la scuola infatti aveva ottenuto più iscrizioni e prestigio.

C’era poi la questione delle assenze. Tra presentazioni varie, eventi, impegni legati ai libri, capitava che in classe arrivassero supplenti per periodi più o meno lunghi. E quando si spostava in altri istituti per promuovere i suoi testi, l’incontro con gli studenti era subordinato all’acquisto di un certo numero di copie da parte della scuola ospitante. Senza quel requisito, niente evento.

Col tempo, la sua attività principale ha iniziato a gravitare sempre più lontano dalle mura scolastiche. Eppure il titolo di professore di ruolo restava il timbro che certificava autorevolezza, la cornice istituzionale che illuminava tutto il resto.

Perché sempre più docenti decidono di esporsi online?

Vincenzo Schettini non è stato il primo, e di certo non sarà l’ultimo, a scegliere di mettere la faccia online e portare i propri contenuti fuori dall’aula. Prima di trasformare tutto in un processo pubblico, forse vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi cosa spinga un professore a cercare visibilità sul web.

Partiamo da un dato semplice. La RAL di un docente di scuola secondaria di secondo grado oscilla tra i 24 mila euro a inizio carriera e i 35 mila a fine percorso. Significa uno stipendio netto che nei primi anni resta sotto i 1500 euro al mese e che, anche con l’anzianità, fatica ad avvicinarsi ai 2000. 

Per arrivare in cattedra oggi il percorso si è inasprito. Servono almeno cinque anni di università e il superamento di un concorso pubblico sempre più complesso, spesso accompagnato da corsi integrativi e certificazioni costose. La retribuzione, invece, è rimasta sostanzialmente ferma. Nel frattempo molti insegnanti raccontano una sensazione crescente di frustrazione e la percezione di non riuscire a svolgere il proprio lavoro come vorrebbero.

C’è il tema dei ragazzi, che nel giro di pochi decenni hanno cambiato linguaggio e aspettative. Hanno bisogno di stimoli diversi, di programmi aggiornati e di modalità che dialoghino con il loro tempo. C’è poi il peso dei continui tagli alla scuola e di una burocrazia che assorbe energie e tempo, spesso più di quanto ne lasci per la didattica vera.

La lavagna di ardesia e il gessetto bianco non basta più. Gli studenti chiedono strumenti innovativi e spazi attrezzati che permettano di toccare con mano ciò che si studia, soprattutto nelle materie STEM, dove è noto che l’Italia fatica a decollare. In questo contesto, cercare altre strade, anche online, diventa per alcuni una via di fuga, per altri un’opportunità. E per molti, semplicemente, una conseguenza quasi inevitabile del sistema in cui si trovano a lavorare.

Forse, all’inizio, per Schettini è stato un gioco, come succede più o meno a tutti i creator, un modo per rendere la fisica meno respingente. Al liceo scientifico io stessa ho visto i sorci verdi con questa materia, rischiando il debito a settembre più o meno tutti gli anni. L’idea di portarla online poteva nascere anche dal desiderio di renderla più digeribile e di avvicinare gli studenti con un linguaggio diverso e più vicino al loro mondo.

Esiste, poi, la dimensione relazionale. Creare contenuti può essere un modo per coinvolgere la classe, per farsi seguire con curiosità invece che per obbligo. Io stessa avevo una professoressa di scienze che, pur essendo avanti con l’età, cercava strade alternative: ci faceva vedere video su YouTube di creator come Dario Bressanini, valorizzava chi le inviava i compiti su WhatsApp e premiava l’impegno con qualche punto in più.

Non ho la mappa completa di tutte le scuole italiane, però nella mia esperienza era frequente che un docente ritoccasse un voto verso l’alto per riconoscere la dedizione, oppure per incoraggiare una personalità particolarmente brillante, anche quando la preparazione non era impeccabile. Quasi tutti, credo, conserviamo almeno un ricordo di un insegnante percepito come alleato e che stava dalla parte degli studenti.

La controversia attorno a Vincenzo Schettini esplode quando la percezione comune  è che a un certo punto si sia lasciato sedurre dalla crescita e dai numeri. Con il passare del tempo è diventato sempre più una figura pubblica, e torna quella riflessione iniziale: la fama raramente si costruisce con un’etica immacolata. Da qui l’accusa, più o meno esplicita, di aver “usato” i ragazzi come leva per amplificare la propria presenza online.

Ma una domanda mi sorge spontanea: bastano davvero dieci o venti commenti per convincere l’algoritmo a spalancare le porte della viralità? All’inizio anche poche interazioni possono spostare l’ago della bilancia, questo è vero, e forse una strategia c’è stata. Se però nel tempo la sua esposizione è cresciuta fino a trasformarsi in risonanza nazionale, significa che quei contenuti intercettavano qualcosa, offrivano un valore che il pubblico riconosceva e condivideva.

Viviamo immersi in una dimensione sempre più social, dove una ragazza che balla davanti alla ring light o si trucca in camera può arrivare a guadagnare milioni con la sua immagine grazie alle sponsorizzazioni. Dentro questo scenario, l’idea che un professore di fisica tenti la stessa strada e riesca a percorrerla fino in fondo appare meno sorprendente di quanto si voglia ammettere eppure, fa parlare di più.

Doppio standard

Se allarghiamo lo sguardo, Schettini non è certo un caso isolato. La divulgazione online è diventata terreno di gioco per molti professionisti che, accanto alla didattica tradizionale, hanno costruito una presenza pubblica forte. Basta pensare a Alessandro Barbero, storico diventato volto riconoscibile ben oltre le aule universitarie, che per oltre vent’anni ha insegnato in diversi atenei mentre riempiva teatri e piattaforme digitali. Oppure a Dario Bressanini, chimico e divulgatore, docente universitario e creator allo stesso tempo. Davvero pensiamo che le università in cui insegnano non abbiano beneficiato della loro popolarità? È plausibile immaginare che un rettore resti del tutto indifferente davanti a un professore capace di attrarre attenzione, iscrizioni, prestigio?

Il fastidio verso Vincenzo Schettini sembra legato anche al contesto in cui tutto questo avveniva: l’aula scolastica, con la telecamera accesa, a differenza di Barbero e Bressanini che hanno sempre scisso le diverse attività. C’entra forse l’idea, ancora radicata, che alcune professioni debbano restare avvolte in una sorta di aura sacrale, più rigide, più intoccabili di altre. È  spontaneo, per me, il paragone con i medici star, quelli che hanno trasformato la divulgazione social in una vetrina potente per la propria attività clinica. Anche loro finiscono spesso sotto una valanga di critiche, a volte comprensibili.

Eppure non tutte le figure pubbliche ricevono lo stesso trattamento. In università è normale che un docente scriva libri, partecipi a convegni, diriga progetti, intrecci ruoli diversi. Nelle facoltà di Medicina, per esempio, molti professori tengono corsi ed esami mentre guidano reparti ospedalieri come primari e dirigono Scuole di Specializzazione. Una pluralità di incarichi che convive senza scandalo.

Allora la domanda resta lì, sospesa: perché nel contesto universitario questa molteplicità appare legittima, mentre quando un professore di liceo amplia il proprio raggio d’azione si leva subito il coro di chi sostiene che dovrebbe limitarsi a fare solo il professore?

La gogna mediatica – è il tramonto degli influencer?

C’è uno schema che si ripete con una precisione quasi inquietante. L’influencer cresce, conquista la sua nicchia, poi esce dai confini, diventando volto noto ovunque. Arrivano premi e fatturati da capogiro. Poi qualcosa si incrina. Un errore, una leggerezza, un dettaglio che emerge dal passato. L’altare si trasforma in tribunale e la caduta è dolorosissima, rovinando la reputazione e facendo uscire fuori tutte le ombre rimaste fin lì ai margini.

È accaduto a Vincenzo Schettini, ma in scala diversa è successo a Chiara Ferragni con il caso del pandorogate, ed è toccato anche a Martina Strazzer dopo la polemica sul mancato rinnovo del contratto a una dipendente. Cambiano i contesti ma la dinamica resta sorprendentemente simile.

Viviamo in una società iper performativa, dove chi riesce a emergere viene trattato come una divinità laica. Prima idolatrato, imitato e difeso a spada tratta. Poi, al primo scivolone, sottoposto a un giudizio collettivo durissimo. È uno specchio del nostro tempo, solo amplificato. Finché qualcuno performa bene e mostra il lato più brillante di sé, l’approvazione è totale. L’errore, invece, sembra cancellare ogni cosa. La redenzione in felpa grigia, con tono contrito e sguardo basso, raramente convince e rialzarsi diventa un’impresa.

Forse una parte della responsabilità sta nella struttura stessa dell’algoritmo. Quando qualcuno esplode, vediamo soprattutto la superficie scintillante. Ci concentriamo su quella, senza interrogarci troppo su ciò che resta fuori campo, su come sia stata costruita quella scalata. È vero che su TikTok un video può diventare virale anche se lo pubblica la cartolaia di un paese arroccato su una collina. Costruire un business e un personal brand richiede però visione, costanza e strategia. E talvolta comporta scelte discutibili, come registrarsi in classe per rafforzare l’immagine del professore brillante e fuori dagli schemi.

Importante, tuttavia è anche il pubblico. Forse ci siamo stancati delle figure perfette e sempre all’altezza della narrativa che hanno costruito. Forse vogliamo vedere le crepe e le contraddizioni. Solo che quando emergono, la reazione è quella di condanna

Le conseguenze

Dopo un evento del genere è facile immaginare che qualcosa cambi. Molti inizieranno a guardare il professore con occhi diversi, e una ricaduta, in qualche forma, è plausibile. La credibilità potrebbe incrinarsi, almeno per una parte di studenti e genitori. Qualcuno, al momento di scegliere la scuola, potrebbe optare per l’istituto sotto casa invece di puntare su quello in cui insegna Schettini, attratto dall’idea di una didattica rivoluzionaria e poi confrontato con un docente in carne e ossa, con qualità e limiti come chiunque altro, accumulati lungo una carriera che per definizione non è mai lineare.

Forse la lezione più ampia riguarda il nostro sguardo. Serve allenare uno spirito critico costante davanti a ciò che consumiamo online. Nessun contenuto merita fiducia cieca, nessuna figura pubblica è intoccabile. L’entusiasmo va bene, l’ammirazione pure, però accompagnati dalla capacità di farsi domande, anche quando davanti a noi c’è qualcuno che fino al giorno prima sembrava inattaccabile.

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