Tra normalizzazione e disagio, cosa raccontano i numeri sulle nuove dipendenze.
L’uso di sostanze stupefacenti è un tema ricorrente nel dibattito pubblico contemporaneo, che, però, è spesso viziato ed influenzato da narrative volutamente polarizzanti a fini politici ed elettorali. Le modalità con le quali viene affrontato il tema dell’uso delle sostanze stupefacenti difficilmente verte ad indagare la reale entità del fenomeno o le cause che danno origine all’utilizzo di droghe di vario tipo nella società. Ciò ha spesso delle ripercussioni negative sulla reale comprensione dell’argomento e di conseguenza su coloro che ne fanno uso o ne sono influenzati direttamente o indirettamente.
In questo articolo cercherò di descrivere come la Generazione Z si rapporta con sostanze stupefacenti, illustrando quali sono le droghe più diffuse, le tendenze in atto e le motivazioni che spingono i giovani al consumo.
Breve contesto storico
Prima di iniziare a parlare dell’evoluzione del rapporto tra i giovani e la droga è importante contestualizzare il termine stesso di “giovani”. Può sembrare strano, ma il termine così come lo intendiamo noi è nato solamente negli anni ‘50. Prima di allora non esisteva l’idea di “gioventù” come categoria sociale, esistevano i bambini e poi gli adulti: appena una persona iniziava a lavorare, spesso già da adolescente, veniva assimilata nel mondo adulto.
Negli anni ‘50, una serie di fattori tra cui la scolarizzazione più lunga, il boom economico, l’industria culturale giovanile (cinema, musica e moda) e le rappresentazioni mediatiche del teenager hanno creato i presupposti per la nascita della categoria moderna di “giovani”, che sono a metà tra il mondo infantile e quello adulto con propri interessi ed esigenze.
Negli anni ‘60 si è poi assistito ad una vera e propria presa di coscienza graduale e rivoluzionaria dei giovani che ha visto il suo picco nel 1968. È proprio in questo periodo, caratterizzato da lotte studentesche per i diritti civili e sociali, che le strade dei giovani e la droga s’intrecciano, trasformando le sostanze in un simbolo di trasgressione su cui costruire movimenti culturali alternativi. Se fino ad allora gli stupefacenti erano utilizzati tendenzialmente da una piccola parte borghese della società (vedasi ad esempio il celebre rapporto di Gabriele d’Annunzio con la cocaina), negli anni ‘60 il numero dei consumatori aumenta drasticamente, ampliando il ventaglio di sostanze disponibili e abbassando radicalmente l’età media di consumo. Si diffonde in particolare l’uso di Hashish, Marijuana e sostanze allucinogene quali ad esempio LSD. – se volete approfondire la storia di D’annunzio abbiamo pubblicato un articolo su di lui! –
Non viene difficile comprendere come gli anni ‘70 e ‘80 rappresentino in maniera lampante l’allontanamento dell’ideale rivoluzionario e alternativo respiratosi nel decennio precedente. La droga diviene sempre più un simbolo di disagio ed emarginazione sociale dovuta al deterioramento dei rapporti interpersonali ed alle difficoltà riscontrate dai giovani nel trovare un’occupazione. Inoltre, l’uso di sostanze stupefacenti si estende trasversalmente a tutti i contesti e livelli sociali.
Per una panoramica completa sull’evoluzione delle sostanze stupefacenti dagli anni 50 ad oggi si veda l’articolo di Psypedia al seguente link.
Quali sono le droghe più utilizzate? I dati a confronto
Secondo il Dipartimento delle Politiche contro la Droga e le Altre Dipendenze, nella Relazione Annuale 2025, circa 960.000 giovani italiani tra i 15 e i 19 anni (pari al 39% della popolazione studentesca) hanno dichiarato di aver assunto almeno una sostanza psicoattiva illegale nella vita. Lo stesso rapporto indica che circa 680.000 studenti di quella fascia d’età, ovvero il 28%, ne hanno consumato almeno una nell’ultimo anno.

Per quanto riguarda le sostanze più diffuse la cannabis e i suoi derivati rimangono le droghe più usate tra i giovani. Il Rapporto 2025, con dati del 2024, evidenzia un lieve calo nel consumo: cannabinoidi dal 22% al 21%, nuove sostanze psicoattive (NPS) dal 6,4% al 5,8%, stimolanti dal 2,9% al 2,4%, cocaina dal 2,2% all’1,8%, allucinogeni dal 2% all’1,2%.
Parallelamente, secondo l’ESPAD Italia 2024 (studio sugli adolescenti dai 15 ai 19 anni) diminuisce la diffusione delle sostanze illecite tradizionali, ma aumentano i rischi emergenti come psicofarmaci senza prescrizione, nicotina da sigarette elettroniche e altre modalità di consumo innovative.
I dati più recenti indicano che, rispetto alle generazioni precedenti, non cambia tanto l’elenco delle sostanze usate dai giovani, quanto piuttosto le modalità e le motivazioni di consumo. Tra la Generazione Z, cannabis e alcol restano le più diffuse, ma crescono i comportamenti legati a bisogni emotivi e sociali, oltre alle classiche dinamiche di festa o trasgressione. Si consulti l’articolo di ESPAD e di Società Italiana di Pediatria.

La cannabis continua a essere la droga illegale più utilizzata tra studenti e giovani italiani, presente in oltre un quinto degli studenti tra i 15 e i 19 anni, e rimane dominante rispetto ad altre sostanze. L’alcol è altrettanto comune: nel 2024, circa 360.000 studenti della stessa fascia d’età hanno riportato almeno un episodio di intossicazione nell’anno. Questi dati confermano che alcol e cannabis sono i principali agenti di consumo, spesso associati ad altri comportamenti a rischio. Si consulti Quotidianosanità.it e Aboutpharma.

Una tendenza in forte aumento è l’uso di psicofarmaci senza ricetta medica tra i giovani, spesso per gestire ansia, stress o difficoltà emotive, più che per motivi ricreativi. Oltre 510.000 studenti tra i 15 e i 19 anni ne hanno fatto uso almeno una volta nella vita, con circa 180.000 (il 12%) nell’ultimo anno; il fenomeno è più diffuso tra le ragazze, evidenziando differenze di genere.

Sebbene meno diffuse della cannabis, ketamina ed ecstasy (MDMA) mostrano segnali di ritorno, associate a contesti festivi o ricreativi, con percentuali basse (intorno al 2%) ma persistenti nei dati italiani. In alcuni paesi europei, queste sostanze sono usate da una quota non trascurabile di giovani adulti in ambito ricreativo.
Un’altra sostanza che sta emergendo tra alcuni segmenti di giovani è il protossido di azoto (spesso chiamato “gas esilarante”). Si tratta di un gas usato industrialmente e in medicina, facilmente reperibile perché non è una sostanza vietata, che viene inalato per ottenere effetti di euforia o distacco dalla realtà. Questo uso è cresciuto negli ultimi anni soprattutto grazie alla facilità di accesso, al basso costo e alla percezione di innocuità, nonostante i rischi legati alla deprivazione di ossigeno e agli effetti psicoattivi.

Quali sono i motivi che spingono i giovani a consumare droga?
Le motivazioni che portano i giovani al consumo di sostanze non sono univoche né riducibili a spiegazioni semplicistiche.
Dalle testimonianze condotte con giovani consumatori e operatori dei servizi territoriali emerge come ogni percorso nasca da un’esperienza soggettiva, spesso legata a bisogni identitari, emotivi e relazionali.
Uno dei fattori più ricorrenti è la curiosità, intesa non solo come desiderio di provare una sostanza, ma come volontà di esplorare sé stessi.
Alcuni giovani raccontano l’inizio del consumo come un tentativo di “sentirsi diversi interiormente”, di entrare in contatto con parti di sé difficili da esprimere nella vita quotidiana. La sostanza assume così la funzione di strumento per modificare il proprio stato interno, più che per trasgredire norme esterne. Accanto a questa dimensione individuale, le dinamiche di gruppo giocano un ruolo altrettanto importante: l’uso di sostanze può diventare un modo per appartenere, condividere un’esperienza, sentirsi parte di un contesto relazionale. Più che “pressione sociale” intesa come obbligo, si tratta di un linguaggio comune attraverso cui si costruisce l’identità del gruppo, dove consumare diventa un gesto che rafforza i legami.
Col tempo, però, ciò che nasce come esperienza episodica può trasformarsi in abitudine. La sostanza smette di essere solo strumento di esplorazione o socializzazione e diventa una modalità ricorrente per gestire stati emotivi, noia, stress o disagio. È in questo passaggio che il consumo rischia di stabilizzarsi.
Molti operatori sottolineano inoltre come non sia possibile spiegare il fenomeno attraverso la “teoria della porta d’ingresso“, secondo cui l’uso di sostanze leggere condurrebbe inevitabilmente a droghe più pesanti: i percorsi appaiono piuttosto frammentati e individualizzati, dipendenti dal contesto, dalla disponibilità e dalle funzioni che la sostanza assume nella vita della persona.
Un elemento che caratterizza il consumo giovanile contemporaneo è la sua distanza dalla logica di ribellione. A differenza degli anni ’60, quando l’uso di droghe poteva assumere un significato controculturale, oggi il consumo appare meno legato a un rifiuto collettivo del sistema e più integrato dentro di esso. I giovani crescono in un contesto fortemente individualizzato, competitivo e orientato alla performance, in cui la responsabilità del successo o del fallimento è percepita come personale.
In questo scenario, le sostanze diventano strumenti per regolare le emozioni o gestire la pressione, non simboli di opposizione sociale. Il consumo si colloca all’interno della stessa cultura che valorizza produttività ed efficienza, e questo spiega anche la diffusione di sostanze o farmaci utilizzati per “funzionare meglio”, calmarsi o dormire, accanto a quelli usati in contesti ricreativi.
Comprendere queste motivazioni è il primo passo per costruire interventi educativi e preventivi efficaci: più che approcci punitivi o moralistici, servono spazi di ascolto dove i giovani possano esprimere i propri bisogni e sperimentare modalità alternative per rispondere a esigenze di esplorazione, appartenenza e gestione emotiva.
Tema della normalizzazione delle sostanze
Un elemento sempre più citato dagli operatori e dagli studiosi è il processo di normalizzazione dell’uso di sostanze tra i giovani. Non si tratta di un’esplosione dei consumi, ma di un cambiamento nel modo in cui il consumo viene percepito socialmente.
Per molto tempo l’immaginario collettivo ha associato la droga a figure marginali, deviate o pericolose, rappresentando il consumatore come distante dalla normalità sociale e alimentando una forte stereotipizzazione. Oggi questa immagine appare sempre meno aderente alla realtà, infatti, chi consuma sostanze può essere uno studente, un lavoratore, una persona inserita nei contesti quotidiani.
La figura del consumatore non è più necessariamente associata all’emarginazione, ma entra nella sfera della vita di tutti i giorni. Questa trasformazione ha conseguenze dirette sul modo in cui i giovani valutano il rischio: la legalità e la pericolosità perdono il loro peso come fattori di deterrenza. Così facendo, molti di loro non percepiscono la sostanza come “illegale”, ma come qualcosa di disponibile nel proprio ambiente sociale. La valutazione, o la percezione, del rischio tende a essere soggettiva e situazionale, basata su una logica del tipo “so quanto posso reggere” o “lo faccio solo in certe occasioni”, più che su una norma astratta.
Il consumo diventa così meno visibile come problema collettivo e più incorporato nella vita quotidiana, rendendo più difficile distinguerlo come comportamento “altro” rispetto alla normalità.
Paradossalmente, la normalizzazione non implica assenza di controllo, ma una sua trasformazione. Se in passato il controllo era soprattutto esterno, fondato su divieti e stigmatizzazione, oggi assume forme più sottili: le sostanze si inseriscono in una cultura che valorizza la gestione individuale di sé, usate per rilassarsi, dormire, concentrarsi, socializzare o regolare l’umore. La normalizzazione convive così con una logica di auto-regolazione e adattamento alle richieste del contesto sociale, più che con una rottura rispetto ad esso.
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