La dipendenza non nasce nel vuoto: spesso cresce dove mancano protezione, cura e alternative. A Torino incontriamo Daniela, 24 anni, e il crack è solo l’ultimo anello di una catena iniziata molto prima. Nel suo racconto convivono violenza, vergogna, fuga e ricadute. Non è un caso isolato: è una fotografia di come certe periferie vengano lasciate sole. E di cosa succede quando il dolore diventa chimica.

Crack, la droga che miete vittime in silenzio
È il 4 gennaio 2026. Siamo a Torino, a un incrocio della Barriera di Milano, periferia nord della città.
Intorno a noi si muovono diversi spacciatori. Non è una zona tranquilla e finisce spesso sui titoli dei giornali per risse, omicidi e degrado urbano.
In questo quartiere densamente abitato, popolato in gran parte da cittadini stranieri, incontriamo una ragazza di 24 anni. Si chiama Daniela.
Le chiedo se non abbia paura a stare lì.
«Assolutamente no. Ormai mi conoscono tutti, sanno che sono una buona cliente. Non porto guai e so come comportarmi in mezzo alla strada».
Daniela è una delle tante persone intrappolate nella dipendenza da crack, una sostanza sintetica derivata dalla cocaina. Nata negli anni Ottanta negli Stati Uniti, si è diffusa rapidamente anche in Europa.
Da alcuni anni il crack ha preso piede nelle periferie torinesi, dove si muove in silenzio, distruggendo vite, famiglie e giovanissimi.
Il traffico di questa sostanza è gestito da organizzazioni criminali di stampo africano. Viene venduta prevalentemente da spacciatori nigeriani o senegalesi. Costa poco, ma crea una dipendenza devastante.
La storia di Daniela
«Raccontaci un po’ di te».
«Sono nata in una famiglia numerosa: tre sorelle, due fratelli. I miei genitori sono originari del Sud, di Napoli».
Mentre parla, Daniela estrae dalla felpa una pipetta e versa al suo interno la cenere di una sigaretta.
Le chiedo cosa stia facendo.
«Sto preparando una fumata. Sono diverse ore che non assumo e per restare lucida ho bisogno di fumare».
Capisco subito che questa ragazza riesce a raccontarsi solo sotto effetto della droga. È talmente assuefatta da confondere la lucidità mentale con lo sballo.
Le dico di continuare e le chiedo come abbia iniziato.
«Avevo dodici anni e un corpo già sviluppato. Non è facile parlarne, ma ero una ragazzina esuberante. Mi piaceva scherzare. In casa avevamo spesso ospiti, tra cui un amico di mio padre. Giocava spesso con le mani: prima lo schiaffo, poi la toccatina al culo, poi l’abbraccio».
Versa una pietrolina nella pipa, accende. Si sente uno scoppiettio. Aspira.
Inspira lentamente, poi espelle un fumo biancastro. L’aria si riempie di un odore acre, simile a marijuana molto forte. Entra nei polmoni. Tossisco.
Le chiedo cosa sia successo dopo.
«Un giorno, tornando da scuola, l’ho trovato davanti casa. Pensavo aspettasse mio padre. Invece aspettava me».
Si ferma. Aspira di nuovo, con rabbia, con ansia.
«Siamo saliti in casa perché mi fidavo. Mi aveva sempre trattata bene. Non potevo immaginare che mi avrebbe stuprata».
Si interrompe ancora. I suoi occhi sono cambiati. Le chiedo se stia bene.
«Sì», dice. «Mi ha presa di spalle, mi ha colpita con un pugno sulla nuca e mi ha spogliata con la forza. Non ha avuto pietà di una bambina di dodici anni».
Mentre parla, fissa il vuoto. È come se non fosse più lì, ma di nuovo a dodici anni. Racconta dettagli sessuali della violenza.
«Ero esuberante, ma la sessualità mi metteva in imbarazzo. Non sapevo nulla del corpo di un uomo. Quando mi ha penetrata ho sentito un dolore tremendo, un dolore che partiva dall’anima».
Riprende a fumare. È nervosa, si guarda intorno, si tocca spesso la fronte, si sistema i capelli.
Le chiedo cosa sia successo dopo.
«Dopo la penetrazione è uscito tantissimo sangue. Ma lui non si fermava. Non ascoltava le mie preghiere. Mi ha penetrata anche da dietro».
Una violenza inaudita, che solo un mostro può infliggere a una bambina di dodici anni.
Daniela è chiaramente sotto effetto del crack. A un certo punto mi chiede:
«Ma quelle sono luci della polizia?»
No, sono solo le luci di un portoncino.
La prima volta
Le chiedo se abbia mai denunciato.
«No, mai. Ho tenuto tutto nascosto fino ai quindici anni. Poi un’amica mi ha fatto provare l’erba. Tra serate e dolore non so come, o forse non lo ricordo, mi sono ritrovata con il crack in mano. Quella stessa sera ho raccontato tutto ai miei amici».
Daniela si porta dentro la violenza per anni, per vergogna, per paura, per cercare di dimenticare.
Le chiedo cosa si provi la prima volta.
«La prima volta non la dimentichi. Senti un’energia potentissima, forza, libertà. Ti senti invincibile. È quel finto benessere che ti spinge a fare qualsiasi cosa per quella maledetta merda».
Le chiedo come si sia procurata il crack.
«All’inizio lo compravo solo il sabato sera. Poi me ne serviva sempre di più. Mi sono fidanzata con un ragazzo senegalese che me ne dava un pezzetto. Ma non bastava. In una crisi di astinenza fortissima mi sono prostituita per una fumata. In quel momento ho capito che questa roba mi avrebbe uccisa».
Parla in modo confuso, balbetta, cambia discorso, torna spesso sui dettagli della violenza.
Decido di interrompere l’incontro. Non ci sono le condizioni per continuare. È visibilmente sotto effetto di droghe. Le propongo di rivederci il giorno dopo.
«Provo ad uscirci»
Il giorno seguente, verso mezzogiorno, incontro di nuovo Daniela in un bar della Barriera di Milano. È più calma.
Le chiedo come stia.
«Bene. Ho fumato stamattina, così sono tranquilla per un paio d’ore».
Le chiedo se abbia mai pensato di smettere.
«Sì. Ho provato quando avevo vent’anni. Avevo vissuto praticamente due mesi per strada e i miei genitori non mi volevano più in casa. Ho iniziato un percorso con il SERT».
Inizia così il percorso nei centri di disintossicazione, dove ogni settimana bisogna presentarsi e dimostrare, tramite test delle urine, di non aver assunto sostanze. È da lì che inizia il cammino verso una possibile via d’uscita.
Un cammino difficile, spesso interrotto.
«All’inizio mi avevano dato una terapia farmacologica per l’astinenza, che era fortissima. Dopo due mesi, di cui uno in clinica, sono entrata in comunità».
Le chiedo com’è andata.
«Quando vivi troppo a lungo nel mondo del crack non sai più relazionarti se non per fumare. È questo il problema».
«All’inizio stavo bene. Poi è arrivata una crisi di astinenza terribile. Ho litigato con tutti e, essendo maggiorenne, ho deciso di andarmene. Da lì ho fatto le peggiori cose: prostituzione, furti. Ho perso tutto».
Daniela non riesce a reggere le crisi di astinenza, che nel crack sono prevalentemente psicologiche, diverse da quelle fisiche di droghe come l’eroina.
Le chiedo cosa direbbe ai ragazzi della Generazione Z.
«State lontani dal crack. Fatevi le canne, bevete, fate serata, ma questa è una droga. Vi rovina. E quando pensate di morire, non morite: soffrite soltanto».
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