- Cosa è successo in Senato?
- Come la situazione del lavoro in Italia per i giovani?
- Perché è importante un salario minimo legale?
- Il modello ibrido per l’Italia
- Un salario minimo differenziato per Regione
- L’importanza del monitoraggio
- I dati danno ragione al salario minimo
- Cosa dice la politica sul Salario Minimo?
- Cosa dicono gli imprenditori ?
- Conclusioni: cosa dobbiamo aspettarci?
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Un approccio innovativo, un sistema ibrido, differenziato per Regione e basato sul dialogo sociale, per garantire salari dignitosi in ogni angolo del Paese. Leggi l’intera proposta sul sito di Riforma e Progresso/Programma/Lavoro
Cosa è successo in Senato?
Nel luglio 2023 le opposizioni – ad eccezione di Italia Viva – avevano presentato una proposta di legge per introdurre un salario minimo legale, fissato a 9 euro lordi l’ora. Dopo un lungo percorso parlamentare, il 23 settembre il Senato ha approvato definitivamente il provvedimento, ma del salario minimo non resta traccia. La maggioranza di governo, contraria fin dall’inizio, ha completamente riscritto il testo.
La nuova legge non introduce una soglia retributiva unica, ma delega al Governo il compito di intervenire entro sei mesi con decreti attuativi. Gli obiettivi indicati sono: garantire salari “giusti ed equi”, contrastare il lavoro sottopagato, incentivare il rinnovo dei contratti collettivi e prevenire le pratiche di concorrenza sleale tra imprese, il cosiddetto dumping contrattuale.
Con 78 voti a favore e 52 contrari, la delega S.957 è diventata legge. .
Come la situazione del lavoro in Italia per i giovani?
E’ recente una notizia riguardante un blitz degli attivisti del collettivo “Ultima Generazione” all’esterno di un supermercato in quanto l’amministrazione avrebbe pubblicato un’offerta di lavoro da banconista per una busta paga di 850 euro per lavorare 6 giorni a settimana.
L’attivista denuncia la cosa rivolgendosi agli addetti del supermercato: “Avete pubblicato un’offerta di lavoro full time, 6 giorni su 7, a 850 euro al mese. Volevo fare il colloquio solo per dirvi che dovete vergognarvi, sono stipendi da fame, anche voi fate la spesa, sapete quanto costa, la gente con quei soldi non campa”.
Al di là dei modi, a volte opinabili, su come agisce il collettivo Ultima Generazione, è innegabile come in questo caso abbia acceso i riflettori su una questione socialmente discussa nel mondo del lavoro in Italia, ovvero il cosiddetto “lavoro povero”.
In Italia, quasi sei milioni di lavoratori guadagnano meno di quanto serva per vivere dignitosamente. È un dato che fotografa non solo un’emergenza salariale, ma anche una crisi di rappresentanza e di tutele. Per questo, l’introduzione di un salario minimo legale non è più una scelta ideologica, ma una necessità economica e sociale.
Serve introdurre anche in Italia un salario minimo legale per proteggere i lavoratori dalle retribuzioni troppo basse e combattere la povertà, creando un sistema misto che collabori con la contrattazione collettiva sindacale già esistente.
Questo, considerando che quasi il 30% dei lavoratori non è coperto da alcun contratto collettivo (che in alcuni casi prevede retribuzioni minime) e che, allo stesso tempo, quasi 6 milioni di lavoratori italiani, pur essendo coperti invece da contratti collettivi nazionali, hanno un salario minimo contrattuale che è pari o al di sotto della soglia minima di povertà (le stime ISTAT regolano la soglia di povertà per una persona singola (basata su circa il 60% del reddito mediano).
In Italia questa soglia è stimata intorno a 1.000–1.100 euro netti mensili.
Ovviamente il salario minimo da solo non basta per migliorare la situazione lavorativa italiana, né aumenterebbe la produttività. Per sortire effetti positivi sull’economia deve essere accompagnato da altre politiche a sostegno di imprese e lavoratori, così come da un abbassamento delle tasse, dei costi del lavoro, della burocrazia, ecc.
Perché è importante un salario minimo legale?
Il salario minimo rappresenta la retribuzione minima che un datore di lavoro deve corrispondere per proteggere i lavoratori dallo sfruttamento e garantire una vita dignitosa. Questo sarebbe richiesto perfino dalla nostra Costituzione: in base all’articolo 36, a ciascun lavoratore dovrebbe essere garantita una retribuzione “[…] sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Tra i vantaggi di un salario minimo legale troviamo:
- Contrasto al lavoro povero: un tetto minimo di retribuzione evita che, nonostante l’occupazione, i lavoratori rimangano in condizioni di povertà.
- Equità sociale: riduce le disparità salariali tra settori e categorie, garantendo una protezione anche a chi non è coperto dai CCNL.
- Stimolo alla crescita economica: Maggior potere d’acquisto si traduce in consumi più elevati, stimolando l’economia e riducendo la necessità di sostegni statali.
- Prevenzione del dumping salariale: impedisce che aziende poco scrupolose abbassino i salari per ottenere vantaggi competitivi sleali.
E’ interessante notare anche che ad oggi 22 dei 27 Stati membri dell’Unione Europea hanno introdotto un salario minimo legale, ma lo stesso vale per altri Paesi liberali e avanzati come Stati Uniti e Giappone, senza che per questo sia meno incisiva la contrattazione sindacale.

Il modello ibrido per l’Italia
Basandosi su studi e fonti (che potete vedere ai link in fondo a questo articolo), nonché prendendo a modello vari sistemi di altri Paesi, una proposta per introdurre un sistema di salario minimo consisterebbe nell’integrare la tradizionale contrattazione collettiva con un salario minimo legale calcolato annualmente da una commissione specifica, che faccia da “rete di sicurezza” per tutti i lavoratori. In particolare, si propone:
- Coinvolgimento delle parti sociali e di esperti ISTAT: Un organo tripartito, composto da rappresentanti del Governo, delle organizzazioni imprenditoriali, dei sindacati e da esperti tecnici (inclusi rappresentanti ISTAT), garantirà decisioni basate su dati aggiornati e analisi trasparenti.
- Processo di revisione annuale: Seguendo l’esperienza di Paesi come Francia, Germania e Regno Unito, il salario minimo deve essere aggiornato ogni anno, con la raccolta di dati economici e sociali utili a determinare eventuali adeguamenti, sempre in linea con il livello minimo necessario per non cadere in condizioni di povertà (basandosi su parametri regionali come potere d’acquisto, costo della vita, inflazione, ecc.).
Questo modello ibrido non solo preserverebbe la forza della contrattazione collettiva, strumento che in molti settori già garantisce salari superiori al minimo, ma colmerebbe le lacune per quei lavoratori non tutelati e per i settori in cui i minimi salariali negoziati risultano insufficienti.
In linea generale, i salari minimi potranno essere fissati come sempre anche attraverso la contrattazione collettiva, purché non siano inferiori ai minimi legali. Di conseguenza, quando un salario minimo legale è aumentato oltre il livello minimo di alcuni contratti collettivi, si applica il salario minimo legale.
Un salario minimo differenziato per Regione
Il modello ibrido sarebbe particolarmente efficace per un Paese come l’Italia, dove il costo della vita e il potere d’acquisto variano notevolmente da Regione a Regione. Si potrebbe optare per una commissione nazionale che, pur fissando i parametri generali del salario minimo, preveda sottocommissioni territoriali. In questo modo si garantisce coerenza a livello nazionale, mantenendo al contempo la flessibilità di adattare le soglie alle peculiarità locali, come evidenziato nelle buone pratiche internazionali
Questo modello, che coniuga il dialogo sociale con un supporto tecnico solido, offrirebbe un quadro equilibrato e adattabile alle specificità italiane, garantendo sia la tutela dei lavoratori che la competitività delle imprese.
In un modello che prevede 21 organi (una per ogni Regione e per le Province Autonome di Trento e Bolzano), le sottocommissioni territoriali dovrebbero avere una composizione equilibrata che rispecchi le peculiarità economiche e sociali locali.
Il ruolo delle sottocommissioni territoriali rispetto alla commissione nazionale sarebbe prevalentemente consultivo e operativo. Esse dovrebbero:
• Monitorare e analizzare le condizioni economiche e sociali locali, raccogliendo dati e formulando raccomandazioni specifiche per il proprio territorio.
• Trasmettere periodicamente alla commissione nazionale i report e le analisi che evidenziano eventuali discrepanze regionali rispetto al quadro nazionale, garantendo così che la decisione sul salario minimo legale tenga conto delle variabili locali.
• Collaborare con l’Istat all’interno della commissione nazionale, fornendo un flusso continuo di informazioni che integri il contesto nazionale con le peculiarità locali.
In sintesi, mentre la commissione nazionale – composta da rappresentanti del Governo, delle organizzazioni datoriali, dei lavoratori e da esperti tecnici – stabilisce le linee guida e i parametri generali, le sottocommissioni territoriali fungono da “occhi” sul territorio, assicurando che il salario minimo legale sia definito con un approccio differenziato che rispetti le realtà economiche e sociali delle diverse Regioni, come evidenziato nelle buone pratiche internazionali e nel modello ibrido adottato in paesi come Francia e Germania.
Un lavoratore nel settore dei servizi a Milano affronta un costo della vita quasi doppio rispetto a uno a Potenza: un salario minimo uniforme rischierebbe di essere o troppo basso per il Nord, o troppo alto per il Sud, con effetti distorsivi. Un modello differenziato evita questo rischio.
L’importanza del monitoraggio
Monitorare gli effetti del salario minimo è fondamentale in un sistema basato sull’evidenza. I risultati degli studi di impatto devono essere condivisi con i governi e le parti sociali per successive fasi di adeguamento o di modifica del sistema di salario minimo. Per questa ragione è necessario destinare sufficienti risorse all’analisi degli effetti del salario minimo.
Significherebbe innanzitutto dire che esso comporta un reale aumento dei salari. Se la retribuzione minima è fissata a un livello adeguato, essa comporta automaticamente un aumento dei salari medi, riducendo anche il divario retributivo. Se questo non avviene, significa che il livello del salario minimo non è adeguato.
Il monitoraggio deve essere fatto costantemente dalla Commissione Nazionale con l’ausilio dell’ISTAT.
I dati danno ragione al salario minimo
Numerosi studi e dati internazionali, come quelli contenuti nella Guida sulle politiche sul salario minimo dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e analisi pubblicate da testate come Il Sole 24 Ore, dimostrano come un salario minimo legale possa contribuire a ridurre le disuguaglianze e a proteggere i lavoratori più vulnerabili. Inoltre, le statistiche aggiornate dall’ISTAT e i rapporti di organizzazioni come CGIL, CISL e UIL forniscono una solida base di dati utili per strutturare un sistema di questo tipo.
Cosa dice la politica sul Salario Minimo?
Negli ultimi anni in Italia vari leader sindacali, politici e imprenditoriali si sono pronunciati pubblicamente a favore dell’introduzione di un salario minimo legale. Ad esempio, Maurizio Landini (segretario generale della CGIL) ha dichiarato in un’intervista a La Repubblica del 10 luglio 2023 che «il salario minimo orario legale deve essere parte di un intervento legislativo che dà valore generale ai contratti nazionali per tutti, in tutti i settori e per tutti i lavoratori, autonomi inclusi», definendo la proposta di 9 euro l’ora avanzata dalle opposizioni come «uno strumento, un passo avanti»
Analogamente Luigi Sbarra, segretario generale della CISL, in una nota stampa del 16 novembre 2023 ha definito il disegno di legge sul “salario dignitoso” un provvedimento «atteso», sottolineando che esso dovrebbe andare «nella direzione di una forte valorizzazione della contrattazione collettiva, con l’estensione del trattamento economico complessivo dei contratti maggiormente applicati e diffusi»
Sul fronte politico, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, intervenendo in un’intervista a Repubblica del 30 aprile 2025, ha ribadito la necessità di «approvare subito il salario minimo», definendo «vergognoso» il fatto che la maggioranza ne abbia finora bloccato l’iter.
Anche Andrea Orlando (Pd, ex ministro del Lavoro) ha sostenuto pubblicamente la proposta: in un’intervista radiofonica del 4 luglio 2023 ha affermato che «il salario minimo sia una risposta» alle recenti fiammate inflazionistiche, ricordando che contratti nazionali troppo bassi stanno lasciando circa il 15–18% dei lavoratori al di sotto della soglia di povertà e rendendo dunque necessaria «un’integrazione legale… quella appunto del salario minimo»
Anche Carlo Calenda, leader del partito Azione, si è espresso in tal senso: il 4 settembre 2023 a Milano ha affermato che introdurre il salario minimo «non è la panacea di ogni male, ma è una tutela dallo sfruttamento», sottolineando come organismi internazionali (OCSE, UE) indichino questa riforma come utile per ridurre le disuguaglianze salariali.
Cosa dicono gli imprenditori ?
Sul versante imprenditoriale, nomi come Alberto Bombassei (fondatore di Brembo ed ex vicepresidente di Confindustria) e Carlalberto Guglielminotti (AD del gruppo NHOA) hanno rilanciato il tema del salario minimo. Bombassei, intervenendo al Forum Ambrosetti nel settembre 2023, ha dichiarato che «il salario minimo serve, occorre difendere le buste paga di chi prende 1.300-1.500 euro al mese» , mentre Guglielminotti si è detto convinto che il salario minimo «sia una misura doverosa ed è giusto adottarla in Italia»
Conclusioni: cosa dobbiamo aspettarci?
Introdurre in Italia un salario minimo legale, differenziato per Regione, definito in accordo con le parti sociali e supportato da dati ISTAT, rappresenta un passo fondamentale per tutelare i lavoratori e promuovere una crescita economica più equa. Questo approccio ibrido, ispirato alle migliori pratiche internazionali, non solo ridurrebbe il fenomeno del “lavoro povero” ma contribuirebbe anche a livellare il mercato del lavoro, garantendo a tutti un reddito minimo che superi la soglia di povertà. Un salario minimo legale non è un traguardo ideologico, ma un pilastro di civiltà economica. L’Italia ha ora l’occasione di costruire un modello che coniughi giustizia sociale e competitività, restituendo valore al lavoro e dignità a chi lo svolge.
I Comitati Scientifici di Riforma e Progresso hanno studiato una proposta per introdurre in Italia questo tipo di salario minimo. Per leggere la proposta visita il sito alla pagina https://riformaeprogresso.it/programma/politiche-del-lavoro/
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