Le proteste Gen-Z arrivano in Europa. Cosa è successo in Bulgaria?

Francesco Gualtieri


Nelle ultime settimane abbiamo assistito a numerose ed intense proteste per tutta la Bulgaria, che sono culminate giovedì 11 dicembre quando il premier Rosen Zhelyazkov ha rassegnato le dimissioni facendo cadere l’ennesimo governo del paese.

I protagonisti della protesta sono stati circa 50.000 ragazzi della generazione Z, stanchi della corruzione dilagante, del fallimentare piano di bilancio del governo e preoccupati per le conseguenze economiche relative all’adozione dell’euro, che entrerà in circolo nel paese nel 2026.

Dopo il Nepal e il Madagascar, l’ondata di rivolte guidate dalla generazione Z ha investito l’Europa; ma come si è arrivati a questo punto? Quali saranno le prospettive del paese? La rivoluzione Z potrebbe colpire altri paesi in Europa?

Il travagliato contesto politico bulgaro

Dal 2020 in avanti, la politica interna della Bulgaria è stata caratterizzata da una costante instabilità politica che ha portato a 7 cambi di governo negli ultimi 4 anni.

Le ragioni di questa situazione possono essere ricondotte a 3 fattori principali: coalizioni instabili dei partiti, la corruzione presente all’interno della politica del paese, la sfiducia popolare nei partiti e nelle istituzioni.

Ciò è evidente dall’andamento politico sviluppatosi dopo il 2009. Infatti, in quell’anno, il partito conservatore ed europeista Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), guidato da Bojko Borisov, vinse le elezioni con il 39 % delle preferenze.

Il partito, pur avendo ottenuto la maggioranza dei seggi grazie a un programma incentrato soprattutto sulla lotta alla corruzione, nel 2013 fu travolto da una serie di proteste proprio contro i monopoli energetici il sistema clientelare interno all’esecutivo, che portarono allo sgretolamento dell’alleanza di governo. Nei 7 anni successivi, nonostante gli scandali e un susseguirsi di cambi di potere, il GERB riuscì a riconfermarsi come la principale forza politica del paese.

Le proteste del 2020 e un quinquennio d’instabilità

Le proteste del 2020 che contestavano la gestione della pandemia, la diminuzione delle libertà e la corruzione, diedero il via a una stagione d’instabilità politica.
A seguito delle proteste, il governo del GERB si dimise nel 2021 e iniziò un rocambolesco giro di tornate elettorali. Infatti, nel solo 2021 i cittadini bulgari andarono alle urne per ben 3 volte. Le prime di queste si svolsero ad aprile 2021 dove trionfò il GERB che però non riuscì a formare un esecutivo; anche nelle seconde elezioni, svoltesi nel luglio 2021, il governo dei populisti guidato da Trifonov fallì nel formare un esecutivo. Nel novembre dello stesso anno, la neonata lista liberale e anticorruzione Continuiamo il Cambiamento (PP) riuscì a formare un governo accordandosi con una serie di altri partiti, ma la stabilità durò ben poco.
Dopo solo 7 mesi il governo cadde di nuovo, richiamando i cittadini alle urne nell’ottobre 2022, che confermarono l’incertezza politica del paese. L’iniziale vittoria elettorale e il successivo fallimento nella formazione del governo da parte del GERB costrinsero il paese a nuove elezioni nell’aprile 2023 che diedero una stabilità temporanea. Infatti, il GERB, nuovamente vincente, formò un esecutivo insieme al PP (Continuiamo il Cambiamento) e al DB (Bulgaria Democratica) ma l’intesa non durò a lungo.

Il GERB ed il PP presero accordi su come dividersi la carica di premier: inizialmente Nikolaj Denkov del PP avrebbe dovuto assumere la carica di premier, che sarebbe poi passata, dopo 9 mesi, a Marija Gabriel del GERB. Nonostante le dimissioni concordante di Denkov, si verificarono attriti tra i due partiti durante il periodo di rotazione che causarono lo scioglimento del corpo esecutivo.

Dopo altre 2 tornate elettorali a giugno e ottobre 2024, rispettivamente la sesta e la settima in poco più di 3 anni, il GERB, grazie a un’ampia colazione, ottenne nuovamente il governo fino ai recenti sviluppi di dicembre 2025.

Le proteste di dicembre 2025

Le proteste di quest’anno nascono del piano di bilancio proposto dal governo in carica del GERB per il 2026. Tra i punti più criticati del piano vi sono: programmi per l’aumento dei contributi individuali per le pensioni, la previdenza sociale e il pubblico impiego, l’aumento del debito pubblico pubblica (37 miliardi per il 2026 e 49 miliardi entro il 2028) e l’elevata spesa pubblica (circa il 45 % del PIL).
Se a tutto questo si aggiungono la sfiducia verso una classe politica percepita come corrotta e il timore che l’introduzione dell’euro, senza una strategia economica credibile, possa tradursi in rincari insostenibili per gli standard bulgari, si capisce perché le proteste di dicembre 2025 siano state così accese.

Il 10 dicembre una folla partita dall’università della capitale si è diretta verso i centri governativi. Una protesta partita dagli ambienti universitari, apparentemente di scarsa importanza, in poche ore acquisì dimensioni mai viste in Bulgaria, arrivando a contare più di 100.000 manifestanti che invocavano a gran voce le dimissioni del governo.

Nonostante il ritiro del piano di bilancio, considerato come una mossa per rafforzare il controllo del governo sull’amministrazione, esercito e polizia coprendo allo stesso tempo casi di favoritismi verso le élite e gli oligarchi, le proteste proseguirono per settimane nelle principali città del paese fino a quando, l’11 dicembre 2025, il governo del GERB guidato da Rosen Zhelyazkov arrivò a prendere l’unica decisione possibile: sciogliersi.

Come riportato da Channel 4 news, Martin Vladamirov del Centre for the Study of Democracy sostiene che: “questa è una protesta contro l’arroganza delle élite che è diventata molto compiacente nella pratica di violare lo stato di diritto.” E poi aggiunge: “questa protesta non ha che fare con l’insoddisfazione sociale ed economica, il paese economicamente sta bene, e non è nemmeno una protesta contro l’euro. Questa è una protesta contro la corruzione

Ancor più interessante è notare che la composizione politica e sociale dei manifestanti è stata eterogenea, con persone appartenenti a tutte le fasce sociali e generazionali. Dal punto di vista politico abbiamo visto: bandiere dell’Unione Europea, della Bulgaria e di vari gruppi sindacali, a riprova che la protesta è stata accolta da tutti i sentimenti politici del paese.

Per quanto riguarda le sorti politiche della Bulgaria, gli esperti, tra cui lo stesso Martin Vladamirov, ipotizzano due possibili scenari:

Il primo si basa sull’ipotesi che il presidente Rumen Radev, che è la figura politica più popolare nel paese, formi un suo partito e che con tutta probabilità vinca le prossime elezioni. In questo caso, il tema più dibattuto sarà il posizionamento dell’esecutivo nei confronti della guerra in Ucraina, in quanto il presidente Radev abbraccia notoriamente posizioni considerate più vicine a Mosca.

Il secondo scenario ipotizza che il presidente Radev decida di non prendere parte alla corsa per l’esecutivo. In questo caso si prevede un periodo di frammentazione parlamentare con un governo ad interim che guiderà il paese fino alle prossime elezioni.

Manifestanti in piazza contro le misure di austerità previste dal piano di bilancio 2026, a Sofia, lunedì 1 dicembre 2025. (Foto AP/Valentina Petrova) 

Conclusioni

La Bulgaria non sta vivendo solo l’ennesima crisi di governo: sta vivendo una crisi di fiducia, e quando la fiducia si spezza, non bastano i tecnicismi di bilancio, né i rimpasti, né i governi “a tempo”. Le piazze di dicembre 2025 dicono una cosa semplice: una parte crescente del paese, e in particolare la Gen Z, non accetta più che lo Stato di diritto resti un’etichetta buona per Bruxelles e vuota nella vita quotidiana.

La vera sfida, però, è proprio qui, perché cambiare davvero è infinitamente più difficile che far cadere un esecutivo e molte delle forze che oggi sfilano contro il sistema hanno già avuto ruoli di potere negli anni dell’instabilità.
La corruzione non è solo un “caso” da denunciare, è un meccanismo che si difende, che si ricompone, che trova nuove forme. È per questo che, secondo diversi osservatori, il processo sarà lungo, perché la domanda di rottura è netta, ma la capacità politica di trasformarla in riforme strutturali è ancora tutta da costruire.

La “Rivoluzione Z” entra così nel cuore dell’Europa con una lezione chiara: non esiste un vaccino geografico contro le proteste. TikTok, X e Instagram non fanno politica al posto dei partiti, ma possono accelerare, amplificare, connettere rabbia e organizzazione. E se è vero che Nepal, Madagascar e Bulgaria sono contesti diversissimi, è altrettanto vero che il minimo comune denominatore sempre di più lo stesso: istituzioni percepite come lontane, élite considerate intoccabili, governi fragili o sorretti da consenso minimo.

La domanda finale, quindi, non è se “potrà succedere anche altrove”, ma dove e quando si accumulerà la stessa miscela. E quanto saranno pronte le democrazie europee a rispondere non con slogan, ma con scelte credibili.

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