TEST DI MEDICINA. Michele Bagnato: “Eliminarlo è una follia”

Michele Bagnato

Mancano medici. Quante volte abbiamo sentito questa frase? La ripetono un po’ tutti, quasi per esorcizzare una situazione che in pochi anni diverrà ingestibile, ossia la non sostenibilità dell’attuale sistema sanitario. Ma questa è un’altra storia. Torniamo all’assunto iniziale, cui è legato un altro annoso problema: il numero chiuso al test di medicina, questo invece demonizzato, a torto, un po’ trasversalmente.

Di seguito cercheremo di spiegare perché non solo la narrazione che viene tratteggiata è sbagliata ma che il test per l’accesso al corso di laurea in medicina, al momento, è necessario.”

Michele Bagnato è il Presidente di Riforma e Progresso, frequenta Medicina e Chirurgia all’Università “Sapienza” a Roma.

Mancano medici specializzati

Iniziamo chiarendo un punto cruciale: non è vero che mancano i medici. Ma come, direte voi, certo che mancano medici, per fare una visita in ospedale devo aspettare mesi! Ma che manchino medici è una verità dimezzata, come il visconte di Calvino. Per completarla è necessario fare un passo in più: mancano medici specializzati. Sembra una differenza da poco, ma in realtà è sostanziale.

Mancano chirurghi, anestesisti, medici d’urgenza, psichiatri, infettivologi. Mancano medici di base, che sì, sono medici specializzati in medicina generale e sono anche la prima linea di difesa del nostro sistema sanitario.

Come si forma un medico specialista? Dopo la laurea di sei anni in medicina e chirurgia il medico novello può affrontare, una volta l’anno nel mese di luglio, un concorso nazionale per vedersi assegnata una borsa di specializzazione, ossia un posto retribuito in uno dei policlinici universitari in cui svolgere l’essenziale attività clinica, senza la quale questi ospedali collasserebbero su loro stessi, e al contempo formarsi nel campo scelto.

L’assegnazione della sede e dell’ambito di specializzazione dipendono dal punteggio conseguito. Il percorso di specializzazione può durare dai tre ai sei anni a seconda dell’indirizzo. Quindi la formazione completa di un medico dura dai nove ai dodici anni. Il medico con la sola laurea in medicina può fare ben poco, perché gli elevati standard di cura cui un sistema avanzato come il nostro ci ha abituato possono essere garantiti solo da personale adeguatamente formato.

Ragioniamo un momento per assurdo (ma non troppo): a partire dal prossimo anno accademico il test di medicina viene abolito. Tralasciando le ovvie difficoltà a carico del sistema universitario, di cui parleremo in seguito, rimane evidente che prima di sei anni i futuri medici non prenderanno in carico nemmeno un paziente e che saranno spendibili come specialisti non prima di una decina d’anni.

Ve lo immaginate, l’attuale sistema sanitario, arrancare per altri dieci anni? Un sistema sanitario che ti permette di fare una risonanza magnetica, una visita cardiologica, un intervento chirurgico dopo mesi per non dire anni, a causa delle liste d’attesa? Un sistema che vede, oggi, un ammanco di oltre 30.000 medici (per non parlare degli infermieri e degli altri operatori sanitari, ma anche questa è un’altra storia)? Abolire il test di medicina non può risolvere la crisi che il sistema sanitario nazionale sta affrontando ora.

Aule universitarie ed ospedali sovraffolati

Riprendiamo il discorso sulle difficoltà a carico del sistema universitario. Abolire il test di medicina o comunque spostare la selezione successivamente comporta un ingente aumento dei costi. Significa dover insegnare a circa sei volte gli attuali studenti, secondo le previsioni.

Significa dover assumere più professori, ampliare gli spazi a disposizione nelle università, sempre garantendo un’adeguata formazione negli ambienti ospedalieri, che già oggi risulta piuttosto carente a causa del sovraffollamento delle corsie. Tutto questo ha un costo. Chi dice il contrario mente sapendo di mentire. Perché in nessun universo è possibile spendere le stesse risorse per poter insegnare indifferentemente a 16.000 o 70.000 studenti (tanti sono infatti i diplomati che ogni anno tentano l’accesso al corso di laurea).

Consapevoli di tutte le difficoltà evidenziate finora è imprescindibile un approccio pragmatico: è necessario aumentare i posti a disposizione per il corso di laurea in medicina e chirurgia, magari aprendo nuove sedi che facciano riferimento alle tante strutture d’eccellenza che abbiamo nel nostro paese.

Tale aumento deve essere però graduale, per dare al sistema universitario il tempo necessario per adeguarsi al nuovo afflusso di studenti (negli ultimi sei anni si è passati da 9.000 a 16.000 posti circa senza adeguati accorgimenti, con il risultato di avere aule sovraffollate e la formazione clinica ridotta all’osso).

Una selezione è comunque necessaria per garantire uno standard minimo, magari eliminando le domande non pertinenti e concentrandosi su quelle delle materie scientifiche che rappresentano i principali corsi durante il primo anno (biologia, fisica, chimica). Tale selezione prevede un’adeguata preparazione sul programma che teoricamente dovrebbe essere affrontato durante le scuole superiori, evidentemente con un vantaggio per chi ha frequentato un indirizzo scientifico.

Se la scuola superiore non ha fornito una preparazione sufficiente a raggiungere il punteggio minimo, pur con l’impegno da parte dello studente per rivedere il programma, il problema non è da ricercarsi nel test di medicina, ma nella qualità dell’insegnamento (vari indicatori evidenziano un peggioramento delle competenze degli studenti italiani, specie in ambito scientifico, ma, anche di questo, ne parleremo in separata sede).

Non è quindi affatto necessario frequentare i costosi programmi che alcune associazioni mettono a disposizione – opinione diffusa e narrata da un certo tipo di politici, di destra, sinistra, centro e quant’altro – magari sborsando migliaia di euro. Niente di più falso, questi corsi ci sono ma è falso che siano una tappa obbligata.

La verità è che la maggior parte degli studenti che svolge il test di medicina si è preparato in autonomia, magari acquistando uno dei numerosi manuali a disposizione spendendo qualche decina d’euro o reperendo materiale online (anche dai test passati, disponibili sulla pagina del ministero). Chi dice il contrario anche in questo caso mente sapendo di mentire: infatti l’84% degli studenti che tenta il test infatti ha usato libri a supporto della preparazione mentre solo il 37% ha svolto corsi, compresi quelli messi a disposizione dagli atenei, e lezioni private.

Fake news sul test di medicina

Altra accusa, mossa sempre dallo stesso tipo di politici, è urlare ai quattro venti che la selezione “deve essere fatta sul campo”. Ma quale campo, se per i primi tre anni di università gli studenti difficilmente vedranno per più di una manciata d’ore una corsia ospedaliera e men che meno una sala operatoria.

“Usiamo il modello francese” dicono. Ossia permettiamo a tutti l’accesso, poi in base ai risultati dei primi esami (che, ricordiamo, sono biologia, chimica e company, non nefrologia o chirurgia plastica) selezioniamo quelli che continueranno medicina, mentre gli altri verranno dirottati su facoltà affini.

Perché NON adottare il “modello francese”?

Spieghiamo una volta per tutte come funziona il modello francese, in modo da capire se realmente è la panacea per tutti i mali.

In Francia lo studente aspirante medico deve affrontare un anno accademico denominato PACES (Première Année Commune des Etudes de Santé) che è comune a quattro corsi di laurea (Medicina, Odontoiatria, Farmacia e Ostetricia), seguendo, nel corso dei due semestri, corsi di scienze di base (biologia, fisica, chimica, genetica) e di indirizzo (biochimica, istologia, anatomia). Fin qua nulla di diverso rispetto all’Italia.

Al termine del secondo semestre viene svolta la selezione nazionale per l’ingresso nel percorso specifico scelto, che rimane a numero programmato. In media, soltanto il 20% degli studenti con l’intenzione di studiare medicina riesce ad ottenere l’accesso al secondo anno e dunque ad iniziare il percorso di studi verso la carriera prescelta. Il restante 80% si ritrova con un pugno di mosche. Con la differenza, rispetto all’Italia, di aver sprecato ore di studio ed energie per un percorso che si potrà ritentare una volta sola.

Per gli studenti che non superano la selezione non esiste un percorso definito o meglio, il sistema formativo non prevede ufficialmente nessuna ancora di salvezza, dovendosi indirizzare verso altre facoltà, non necessariamente correlate al settore sanitario.

La verità? In Francia cominciano a pensare che questo metodo sia uno spreco di risorse umane ed economiche. Il tanto decantato modello francese non piace nemmeno ai francesi e noi vorremmo adottarlo?

L’associazione nazionale degli studenti di medicina francese (Association Nationale des étudiants en médecine de France ANEMF) sottolinea l’esigenza di rivedere il sistema di sbarramento perché non offre equità di accesso al sistema.

Infatti, mentre circa l’80% degli studenti del PACES vedono sfumare il loro sogno alla fine del primo anno di studi, e sono poi male indirizzati verso corsi di studi alternativi (tanto che una importante quota cambia radicalmente orientamento), chi ha risorse economiche si iscrive all’estero per poi rientrare per altre vie ed altri porti nel percorso universitario francese.

Conclusioni sul test di medicina aperto o chiuso

Il test di medicina è necessario non solo per programmare il numero di studenti e quindi di risorse da stanziare, ma anche per assicurarsi che gli studenti che lo superano siano in grado di affrontare il percorso universitario che li attende.

Rimane inevasa una domanda: come si risolve la carenza di personale, medico e non, che il sistema sanitario sta affrontando? Per la risposta dovrete rimanere sintonizzati e attendere la prossima puntata.
Vi aspettiamo!

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