Israele tenta di comprarsi la complicità dell’Europa attraverso l’Eurovision? L’inchiesta del New York Times

Sara Collovà

Israele tenta di comprarsi la complicità dell’Europa attraverso l’Eurovision?

L’inchiesta del New York Times

Il quarantaduesimo Festival di Sanremo ci ha regalato uno dei momenti più memetici della storia della televisione italiana. Durante la serata, Mario Appignano (detto Cavallo Pazzo, disturbatore seriale di eventi) irrompe sul palco e urla: “questo festival è truccato e lo vince Fausto Leali”.

L’uomo viene subito trascinato via, lasciandosi dietro un certo imbarazzo della platea, ma ormai il danno è fatto: la RAI finisce ancora una volta al centro delle polemiche sulle ipotetiche falsificazioni dei voti. (Qualche anno dopo l’uomo dichiarerà di aver concordato la scenetta con l’emittente stessa, fatto negato poi da quest’ultima). 

Quella dei voti pilotati a Sanremo è una storia vecchia come il cucco. Se tua madre o tua nonna non hanno esclamato, almeno una volta guardando il festival della canzone, “tanto sanno già chi vince” (quel plurale indica un’entità superiore celestiale), è chiaro che ti manca un bel pezzo di tradizione italiana.

Perché la tiro fuori parlando dell’Eurovision? La scenetta mi è tornata in mente qualche giorno fa, quando sono scoppiate nuovamente le polemiche sull’aggressiva campagna pubblicitaria di Israele in vista dell’evento. È dal 2023 ormai che intorno alla partecipazione di Israele al contest musicale si creano scontri e discussioni, per via degli attacchi israeliani che in questi anni hanno causato più di 70mila vittime palestinesi e la totale distruzione della Striscia di Gaza.

La domanda dell’opinione pubblica è: perché applicare due pesi e due misure per Russia e Israele? La Russia è stata esclusa immediatamente dal contest nel 2022 dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ma l’EBU (European Broadcasting Union, l’ente organizzatore del festival) rifiuta categoricamente di fare lo stesso con Israele. 

eurovision_2026

L’edizione più politica di sempre

Quest’anno l’edizione del contest è stata definita da quasi tutti i giornali come “la più politica di sempre”. Cinque Paesi (Spagna, Paesi Bassi, Irlanda, Islanda e Slovenia) si sono ritirati ufficialmente dalla competizione, rifiutandosi di mandare i propri artisti in segno di protesta contro la decisione dell’EBU di ammettere Israele. L’emittente pubblica irlandese RTE ha dichiarato che partecipare sarebbe stato «inconcepibile data la spaventosa perdita di vite umane a Gaza».

Durante le serate, ogni apparizione sul palco del cantante israeliano è stata accolta da forti contestazioni, fischi e dalle bandiere palestinesi del pubblico in platea e anche dall’irruzione di un attivista poi allontanato dall’arena, che aveva scritto sulla schiena “Free Palestine”.

Cosa dice l’inchiesta del New York Times 

L’11 maggio, il New York Times pubblica un’inchiesta in cui fondamentalmente accusa il governo israeliano di aver utilizzato l’Eurovision come uno strumento di propaganda e soft power, attraverso delle campagne milionarie per influenzare e massimizzare il televoto in Europa (dove non gode di tanta fama). Cosa vuol dire in concreto?

Che utilizza cultura, musica e intrattenimento pop per un fine politico ben preciso: migliorare la propria immagine internazionale, distogliere l’attenzione dalle sue azioni e raccogliere consenso all’estero.

Nel caso specifico di Israele, questo meccanismo si è attivato in modo massiccio e strategico specialmente nelle edizioni più recenti e ce ne accorgiamo per l’enorme investimento finanziario progressivo destinato alla sua partecipazione. 

Ecco i punti chiave dell’inchiesta:

  • La vulnerabilità del voto (il caso della Spagna)
  • L’invito a votare fino a 20 volte
  • 1 mln di dollari stanziati per la pubblicità
  • Le pressioni diplomatiche

Come funziona il voto dell’Eurovision

Una giuria composta da professionisti del settore musicale assegna un punteggio ai cantanti. Il vincitore ottiene 12 punti, il secondo classificato 10 e gli altri un punteggio inferiore. Successivamente, il pubblico di ogni paese vota i propri artisti preferiti, con l’assegnazione dei punti secondo la stessa scala.

Gli spettatori pagano per ogni voto espresso. Oggi si può votare massimo 10 volte, nelle scorse edizioni il massimo era di 20. Il motivo del cambiamento, quest’anno, è dato proprio dalle polemiche legate alla scorsa edizione e alle pressioni sull’EBU. 

La vulnerabilità del televoto 

L’anno scorso, le giurie dell’Eurovision hanno preferito la canzone austriaca, assegnandole 258 punti. La israeliana Yuval Raphael ha ricevuto solo 60 punti dalla giuria, classificandosi al 14esimo posto. Tutto è cambiato al televoto, dove Raphael ha incassato ben 297 punti risultando la più votata in assoluto dal pubblico europeo, portando il paese a chiudere al secondo posto assoluto nella classifica generale. 

Il NYT ha incrociato i pochi dati ufficiali sul flusso di voto dell’Eurovision disponibili, e ha riscontrato una sorta di “anomalia statistica”. Secondo il giornale, in alcuni grandi Paesi europei in cui la popolazione ha espresso la maggiore disapprovazione delle azioni militari di Israele a Gaza, nell’edizione del 2025 la cantante israeliana Yuval Raphael ha comunque trionfato nel televoto nazionale. In modo schiacciante anche. 

In Spagna, dove l’opinione pubblica e la stessa emittente pubblica RTVE esprimevano un fortissimo dissenso politico verso l’offensiva a Gaza, la cantante israeliana Yuval Raphael ha clamorosamente dominato il televoto, portandosi a casa il punteggio massimo.

L’inchiesta rivela che l’artista ha ottenuto circa il 33% di tutti i voti espressi dal pubblico spagnolo (pari a circa 47.000 preferenze singole), staccando nettamente tutti gli altri Paesi in gara. Per fare un esempio, la testata cita il distacco con l’Ucraina, che con il televoto si è classificata al secondo posto, totalizzando circa 9.620 voti (un distacco enorme). Tutti gli altri paesi sono rimasti molto indietro.

eurovision_2026

A prima vista, sembra una vittoria schiacciante. Ma l’Eurovision permetteva agli spettatori di votare fino a 20 volte ciascuno. Il Times ha calcolato che bastava solo che 2.379 persone votassero il massimo di 20 volte per generare l’intero totale dei voti spagnoli a favore di Israele. E per battere l’Ucraina e arrivare al secondo posto sarebbe stato necessario che solo 482 persone votassero 20 volte. 482 persone. In un paese di 47 milioni di abitanti.

L’invito a votare fino a 20 volte

Secondo il quotidiano statunitense, questo exploit è stato il risultato di una strategia mirata del governo israeliano. Sfruttando il regolamento dell’Eurovision che consente a una singola persona di votare fino a 20 volte per lo stesso artista, le campagne governative israeliane hanno targettizzato con molta precisione le comunità della diaspora, i gruppi pro-Israele e gli ambienti conservatori e di destra in Spagna.

Poche migliaia di persone, coordinate tra loro e spinte da una forte motivazione ideologica, hanno espresso il massimo dei voti consentiti a testa, gonfiando artificialmente il risultato complessivo e schiacciando il voto del pubblico generalista (che solitamente esprime un solo voto per la propria canzone preferita).

Parte del milione di dollari stanziato dal governo israeliano per condizionare il festival (ne parliamo più sotto) è stato speso in annunci geolocalizzati in Spagna sui social media (TikTok, Instagram, YouTube) fondamentalmente per fare attivismo politico. Agli utenti spagnoli veniva letteralmente spiegato, passo dopo passo, come inviare i 20 SMS per sostenere Israele come “atto di resistenza e solidarietà contro il terrorismo”.

La stra-milionaria campagna pubblicitaria del governo

Quello che è certo è che negli anni, la spesa del governo israeliano destinata alle campagne pubblicitarie sui social in vista dell’Eurovision, è aumentata a dismisura. I giornalisti Mara Hvistendahl e Alex Marshall hanno incrociato i dati relativi a documenti interni riservati dell’EBU (European Broadcasting Union), e gli atti ufficiali dello Stato di Israele relativi ai bilanci della diplomazia pubblica. Si tratta in particolare del National Hasbara Directorate (la Direzione Nazionale per la Diplomazia Pubblica), quell’organo che risponde direttamente all’Ufficio del primo ministro Netanyahu. 

Nei capitoli di spesa dedicati alle “campagne digitali all’estero”, il Times ha individuato le macro-voci di budget destinate alla promozione mirata durante le settimane dell’Eurovision, confermando il superamento della soglia del milione di dollari utilizzato per finanziare la propaganda targetizzata. 

Il problema? L’Eurovision, per regolamento, deve rimanere un evento apolitico e culturale. Il coinvolgimento diretto dell’ufficio del Premier e del Ministero degli Affari Esteri viola formalmente la politica dell’EBU, che vieta ai governi in carica di interferire e finanziare le dinamiche di voto del festival. Lo stesso Netanyahu si è esposto in prima persona sui suoi canali social ufficiali, pubblicando grafiche che spiegavano ai cittadini europei come sfruttare il sistema per inviare il numero massimo di voti consentiti.

Utilizzare i fondi di ministeri governativi per comprare spazi pubblicitari mirati e invitare al voto non per la musica, ma per inviare un messaggio di sostegno geopolitico a uno Stato in guerra, è stato considerato una palese violazione dello “spirito della competizione”. Anche Martin Green, produttore esecutivo del festival, ha ritenuto eccessiva la campagna di invito al voto di Israele, ma oltre a richiamarla un paio di volte, non ha ritenuto necessario prendere altre azioni. 

In conclusione

Israele non ha barato nel senso tecnico del termine. Sul web si è parlato di bot, di profili falsi, di attacchi hacker: ma di tutto ciò non c’è alcuna prova concreta. Questo lo precisa anche il quotidiano statunitense. 

Tuttavia, l’inchiesta ha dimostrato come l’uso massiccio di fondi statali abbia sfruttato una vulnerabilità intrinseca del regolamento dell’Eurovision. In molti Paesi europei il volume totale delle persone che votano attivamente per il festival è storicamente molto basso; di conseguenza, investire budget governativi per spingere anche solo poche migliaia di sostenitori ideologizzati a esprimere 20 voti a testa (il massimo consentito all’epoca) è bastato a distorcere completamente il risultato democratico di intere nazioni. 

Scrivi e fai video per Il Progressista

Se hai meno di 30 anni e vuoi raccontare la realtà dalla prospettiva della Generazione Z, unisciti al Progressista: articoli, inchieste, interviste e contenuti che mettono al centro la voce dei giovani.

Supporta Il Progressista

Con 10€ rendi possibile un articolo o un contenuto video. Paghiamo i giovani il doppio degli altri giornali.
Siamo un giornale libero e indipendente, e viviamo grazie alla community. Sostienici per continuare a costruire un’informazione fatta dai giovani, per i giovani. Oppure puoi aiutarci senza spendere un’euro: scrivi il codice fiscale 94089690039 nella dichiarazione dei redditi per donarci il tuo 5×1000