Anatomia di un tifoso

Federica Trezza

Perché milioni di persone passano le domeniche a soffrire per una partita di pallone? Vi spieghiamo perchè

Introduzione

Che cosa ci sarà mai in quel pallone che rotola su un rettangolo verde da creare una dipendenza così forte?

Ventidue persone in pantaloncini che si passano una palla, due porte, novanta minuti e, ogni tanto, qualcuno che si butta per terra sperando in un fallo. Se lo si guarda da fuori, il calcio sembra una cosa incredibilmente semplice.

Eppure, da più di un secolo, riesce a far battere il cuore a milioni di persone: a farle esultare come se avessero vinto alla lotteria, disperarsi per un palo al novantesimo, viaggiare per centinaia di chilometri per una partita e litigare con amici e parenti per un rigore visto – o non visto – dall’arbitro.

E tutto questo, spesso, nel giro di pochi minuti.

La domenica allo stadio 

C’è stato un tempo – e non è neanche così lontano – in cui le partite si giocavano solo la domenica. Se non eri tra i pochi fortunati allo stadio, al massimo riuscivi a vedere uno spezzone in televisione, magari soltanto di un tempo. Oggi sembra quasi preistoria. Adesso le partite sono ovunqueogni giorno, a tutte le ore, su mille piattaforme diverse, con abbonamenti che si sommano uno sull’altro. Eppure, nonostante tutto questo, la partita resta qualcosa di speciale.

Per il tifoso la domenica conserva ancora un che di sacro. Non è semplicemente “andare a vedere una partita”: è un rito. Si indossano sempre le stesse cose – lo stesso cappellino, la stessa sciarpa, quella felpa portafortuna che ormai ha visto più stagioni che compleanni – si prende la bandiera e si parte. Naturalmente con largo anticipo. Perché allo stadio non si arriva mai all’ultimo minuto: bisogna trovare parcheggio, incontrare gli amici, prendere il caffè prima della partita, commentare la formazione.

Poi finalmente entri. E anche lì ogni gesto sembra seguire una piccola liturgia personale. Si sta sempre nello stesso posto, sullo stesso gradino. Cambiare posizione non porta bene. Qualcuno mette un foglio di giornale sotto per non sporcarsi, anche se in fondo lo sa già che seduto ci resterà pochissimo. Intorno lo stadio si riempie lentamente. Il rumore cresce. I tamburi iniziano a battere.

Ti guardi attorno mentre l’ansia sale piano piano: le curve provano la coreografia, i giocatori fanno il riscaldamento, poi rientrano negli spogliatoi e in quell’attimo sospeso sembra che tutto trattenga il respiro. Quando la partita sta per iniziare, il resto del mondo smette semplicemente di esistere. Per due ore non ci sei per nessuno. Quando l’arbitro fischia l’inizio senti subito un leggero brontolio allo stomaco. Quella strana miscela di fame, tensione ed eccitazione che arriva sempre nei momenti importanti.  Poi succede di tutto.  Cori, urla, disperazione, esultanze. Ci sono momenti in cui non riesci nemmeno a guardare il campo e altri in cui te la prendi con l’arbitro, con il destino e anche un po’ con te stesso, perché giuri ogni volta che sarà l’ultima volta che soffri così… e invece sei sempre lì.

Il calcio ai tempi del VAR 

Oggi questo rituale si è moltiplicato perché le partite sono ovunque: anticipi, posticipi, coppe, turni infrasettimanali. Ma il meccanismo interiore del tifoso è rimasto lo stesso. Cambiano i giorni. Non cambia la sensazione.

E poi c’è il calcio moderno, che ha aggiunto un nuovo ingrediente alla follia del tifoso: il VAR. L’idea, sulla carta, è anche nobile: evitare errori arbitrali, rendere il gioco più giusto. Nella pratica, però, ha creato un nuovo tipo di emozione molto particolare: l’esultanza con il freno a mano tirato. Una volta il gol era un’esplosione immediata. La palla entrava e lo stadio esplodeva: abbracci, urla, gente che si ritrovava due file più in basso senza sapere bene come.

Oggi invece succede una cosa curiosa. La palla entra, qualcuno comincia a esultare… poi guarda l’arbitro. Poi guarda il maxischermo. Poi guarda di nuovo l’arbitro. E parte quel momento sospeso che ormai tutti conoscono: il controllo VAR. Nel frattempo, sugli spalti si vive una specie di apnea collettiva. L’urlo è già partito ma resta incastrato da qualche parte tra lo stomaco e la gola. Ho visto esultanze interrompersi a metà, abbracci congelati, gente che resta con le braccia alzate aspettando il verdetto come se fosse una sentenza del tribunale. Perché nel calcio moderno può succedere anche questo: segnare un gol… e non sapere ancora se si può festeggiare.

Federica Trezza, autrice di questo articolo, allo stadio con suo padre.

Una domenica con papà 

Per molto tempo, per me la domenica ha significato soprattutto una cosa: andare a vedere la partita con papà. Pranzo veloce dalla nonna, mangiato quasi di corsa, mentre lei ci fermava un attimo sulla porta e mi infilava in tasca qualche castagna: “Così te le porti alla partita”. Poi via di corsa, perché guai ad arrivare tardi. Se l’orario si avvicinava troppo al fischio d’inizio, a mio padre saliva una vera e propria crisi d’ansia.

Per anni sono stata la mascotte del gruppo: l’unica bambina in mezzo a uomini che ai miei occhi sembravano giganteschi. Mi sedevo accanto a papà e lo ascoltavo mentre lui e i suoi amici commentavano la formazione. Nel giro di pochi minuti partivano i grandi calcoli sulla classifica:
“Se vinciamo oggi siamo a -3… ma se quelli davanti pareggiano allora bastano sei punti… anzi no, forse sette”.

Io ascoltavo cercando di orientarmi tra risultati delle altre partite, nomi di squadre che non avevo mai sentito e previsioni che cambiavano ogni cinque minuti.

Il ricordo più vivido resta il giorno in cui la nostra squadra tornò dalla Serie D alla Serie C. Era il sabato prima della domenica di Pasqua. Al fischio finale lo stadio esplose: lacrime, abbracci, un’invasione di campo spontanea e poi una specie di processione festosa per tutta la città. Io e papà sul motorino in mezzo alla gente che cantava, bandiere ovunque, clacson impazziti.

Il gran finale? Bagno nella fontana del centro e fuochi d’artificio come se fosse Capodanno.

Esagerato per una promozione in Serie C?

Forse sì.

Ma per noi, in quel momento, era esattamente come vincere la Champions League.

il padre di Federica Trezza allo stadio a tifare Cavese

La metamorfosi di un tifoso

Dentro uno stadio può succedere qualsiasi cosa. Anche ritrovarsi in mutande.

Vi assicuro che, prima del fischio d’inizio, anche mio padre e i suoi amici erano persone normalissime: parlavano tranquilli, facevano battute, qualcuno commentava la formazione con aria da allenatore mancato. Sembrava quasi un ritrovo di amici al bar.

Poi l’arbitro fischiava.
E a quel punto succedeva qualcosa di incredibile: una trasformazione collettiva.

Quelli che fuori dallo stadio erano uomini pacati, educati, persino un po’ timidi, improvvisamente cambiavano pelle. Persone che nella vita quotidiana chiedevano scusa anche quando qualcuno gli pestava un piede diventavano all’improvviso giudici inflessibili, esperti di regolamento, psicologi degli arbitri e strateghi calcistici nel giro di trenta secondi.

Ed è lì che ho capito una cosa: allo stadio funziona un po’ come nelle gite scolastiche. Quello che succede allo stadio resta allo stadio.

Poi c’era anche il lato un po’ più… movimentato del tifo. Mio padre oggi è l’uomo più pacifico del mondo, ma ogni tanto, quando saltano fuori certi racconti di trasferte lontane, qualche sorriso imbarazzato lo tradisce. Diciamo che negli anni giovanili è stato anche lui un ultras e che qualche scazzottata in trasferta l’ha fatta. Niente di epico, più che altro folklore da curva: quelle storie che oggi si raccontano ridendo e con un pizzico di vergogna.

Per fortuna erano altri tempi e soprattutto altri modi di vivere lo stadio.
Una cosa però non l’ho mai capita, allora come oggi: perché l’arbitro deve sempre avere una sorella.

Quando il tifoso diventa allenatore

Ma adesso passiamo al mio esemplare di tifoso preferito: quello che diventa improvvisamente allenatore.

Persone che nella vita fanno il commercialista, il muratore, l’impiegato comunale o il farmacista, davanti a una partita sviluppano nel giro di pochi minuti una competenza tattica degna di una panchina di Serie A. Tutti sanno esattamente cosa andrebbe fatto. Tutti vedono il problema che l’allenatore – povero ingenuo – sembra non vedere.

Il modulo è sbagliato. I cambi arrivano sempre troppo tardi. Quell’attaccante non doveva mai partire titolare. Quel difensore doveva essere marcato a uomo già dal riscaldamento. Il tifoso analizza ogni azione come se avesse a disposizione cinque telecamere e un tablet tattico. E il lunedì mattina, davanti al caffè, è fermamente convinto che se l’allenatore avesse ascoltato lui la partita sarebbe finita molto diversamente.

La scaramanzia del tifoso

Il tifoso medio dirà sempre di non essere scaramantico. Lo dirà con grande convinzione. Subito dopo però si rifiuterà categoricamente di cambiare posto sul divano perché “la partita si è messa bene da quando mi sono seduto qui”.

Ci sono sciarpe che non vengono lavate per mesi perché portano fortuna, maglie che devono essere indossate solo nelle partite importanti, bar in cui bisogna entrare sempre dalla stessa porta e tavoli da cui non ci si può alzare se la squadra sta attaccando.

Ho visto persone rimandare la pausa bagno per venti minuti perché “proprio adesso stiamo spingendo”, e gente rimettersi la stessa felpa dell’ultima vittoria anche se fuori c’erano trenta gradi.

A volte la scaramanzia arriva persino sui social. Un tifoso del Manchester United, Frank Ilett, diventato famoso online con il soprannome The United Strand, ha fatto una promessa piuttosto radicale: non tagliarsi i capelli finché la squadra non infilerà cinque vittorie consecutive in campionato. Ha smesso di andare dal barbiere nell’ottobre 2024 e da allora la sua chioma continua ad allungarsi insieme alla pazienza dei tifosi. Oggi racconta questa attesa sui social davanti a più di un milione di follower.

Il lunedì del tifoso

E poi c’è il giorno dopo. Il lunedì del tifoso è una specie di piccolo tribunale emotivo. Tutto dipende da cosa è successo la sera prima. Se la squadra ha vinto, il mondo sembra improvvisamente un posto migliore: il traffico pesa meno, il caffè è più buono e perfino il capo in ufficio sembra un po’ meno antipatico. Se invece si è perso… è meglio non parlarne.

Il tifoso arriva al lavoro con un’aria leggermente offesa, come se qualcuno gli avesse fatto un torto personale. I colleghi che tifano altre squadre diventano improvvisamente molto simpatici e disponibili a ricordarti il risultato della partita. Più di una volta.

La cosa più incredibile è forse questa: quanto il calcio riesca a influenzare l’umore di una persona. Una vittoria all’ultimo minuto può trasformare una giornata qualunque in una giornata perfetta. Il mondo sembra improvvisamente più leggero, la musica alla radio suona meglio, perfino il tempo sembra più bello.

Una sconfitta, invece, può lasciare una specie di nuvola sopra la testa per ore. Non è una tragedia, ovviamente. Ma è quella piccola amarezza che resta lì, come una frase rimasta a metà.

È una cosa difficile da spiegare a chi non tifa. Perché razionalmente lo sappiamo tutti: non è mica finito il mondo. Eppure, per qualche ora, un po’ sembra di sì.

Quando la partita vale un viaggio

Ed è proprio a questo punto che chi non ama il calcio comincia a fare la domanda più sensata di tuttema davvero vale la pena fare tutto questo per una partita?

La risposta breve è .
La risposta lunga è… dipende da quanto sei tifoso.

Perché quando il calcio entra davvero nella vita di qualcuno smette di essere solo uno sport e comincia a funzionare un po’ come una fede. Non nel senso religioso, ma in quel modo misterioso per cui ti ritrovi a fare cose che, raccontate a freddo, sembrano completamente irrazionali. Tipo attraversare mezza Europa per novanta minuti.

Succede continuamente nel mondo del calcio. Ci sono persone che partono nel cuore della notte, fanno dieci ore di macchina, mangiano panini negli autogrill e bevono caffè alle quattro del mattino, per poi tornare al lavoro il giorno dopo come se niente fosse. Quando l’Atalanta ha iniziato a giocare in Champions League, migliaia di tifosi hanno macinato chilometri su chilometri pur di esserci.

E nella famosa finale di Istanbul del 2005 tra Liverpool e Milan molti tifosi inglesi arrivarono addirittura senza biglietto: qualcuno aveva venduto oggetti personali, qualcun altro aveva fatto debiti.

Ma non serve una finale europea per scatenare questa follia. Succede ogni weekend. Pulmini che partono all’alba, treni presi al volo, viaggi improvvisati in cui metà del tempo si passa cantando cori e l’altra metà cercando di capire dove si parcheggia vicino allo stadio.

Ci sono tifosi che attraversano mezza Italia per una partita di Serie C, passando più tempo in viaggio che sugli spalti. Altri che prendono un volo low cost il sabato sera, guardano la partita la domenica e tornano a casa nel cuore della notte per essere in ufficio il lunedì mattina. C’è chi ha visto più stazioni ferroviarie che stadi.

E poi ci sono quei momenti in cui il viaggio diventa parte del ricordo quanto la partita stessa: il panino mangiato sul pullman, la birra bevuta in una piazza mai vista prima, la conversazione improbabile con qualcuno seduto accanto a te sugli spalti che, novanta minuti dopo, sembra quasi un vecchio amico.

E chissà, magari ti capita proprio una di quelle partite che succedono una volta sola nella vita. Di quelle che anni dopo racconti ancora con lo stesso entusiasmo, come se il tempo si fosse fermato. In quel momento capisci che novanta minuti possono valere qualsiasi viaggio — anche quello partito all’alba, con poche ore di sonno e molte speranze.

Non di solo amore vive il tifoso

Naturalmente non sempre il calcio rende la vita sentimentale più semplice. La musica italiana lo aveva capito già molti anni fa. Nella canzone La partita di pallone di Rita Pavone qualcuno lo chiede apertamente:

“Perché, perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita di pallone?”

Ecco. Diciamo che quella domanda continua a riecheggiare in molte case ancora oggi. Perché nella vita di un tifoso la domenica ha una gerarchia molto precisa: prima la partita, poi tutto il resto. Non è cattiveria. È proprio una questione di priorità emotive.

Il punto è che certe coincidenze semplicemente non sono accettabili. Non esistono battesimi, cresime o anniversari che possano competere con una partita importante. Nel calendario del tifoso tutto si può spostare. Tranne la partita.

E poi ci sono le piccole trattative domestiche della domenica pomeriggio.

“Usciamo?”
“Sì, ma dopo la partita.”
“Ma la partita finisce alle sei!”
“Appunto.”

Molte coppie imparano presto che il calcio è un terzo incomodo piuttosto ingombrante. Ci sono fidanzate che hanno imparato a riconoscere il fuorigioco solo per sopravvivere alla convivenza, mariti che promettono “è l’ultima trasferta della stagione” salvo poi ripetere la stessa frase tre settimane dopo.

Qualche volta la cosa resta nel campo dell’ironia. Altre volte un po’ meno. C’è chi spende i soldi delle vacanze per l’abbonamento allo stadio, chi organizza pranzi di famiglia intorno all’orario del fischio d’inizio e chi, quando deve fissare una data importante come un matrimonio, fa la prima cosa sensata: controllare il calendario del campionato.

Perché si può essere romantici, certo.

Ma non fino al punto di rischiare di sposarsi durante un derby.

Una importante puntata della trasmissione calcistica italiana “Domenica Sprint

 Il lato oscuro del tifo  

Fin qui il tifo sembra soprattutto una grande commedia umana.
Le superstizioni, le discussioni infinite su un fuorigioco, le trasferte improbabili organizzate come missioni militari. Nella maggior parte dei casi il calcio è davvero questo: un rito collettivo, un modo per stare insieme e sentirsi parte di qualcosa.

Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia.

Perché a volte quella passione prende una strada sbagliata. Il confine tra entusiasmo e rabbia, negli stadi come nella vita, può diventare molto sottile. Quando succede, quello che dovrebbe essere un momento di festa si trasforma in tensione, paura, scontro.

La storia del calcio italiano purtroppo lo ricorda bene. Nel 2007, durante gli scontri prima della partita tra Catania e Palermo, morì l’ispettore di polizia Filippo Raciti. Nel 2014, prima della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, il tifoso napoletano Ciro Esposito venne ferito a morte negli scontri tra ultras. E andando ancora più indietro nel tempo, nel 1979, il tifoso laziale Vincenzo Paparelli morì colpito da un razzo durante il derby tra Lazio e Roma.

Sono episodi che ricordano una cosa semplice: quando la passione perde il senso del limite, lo sport smette di essere sport.

Negli anni il calcio ha cercato di reagire. Controlli più rigidi agli ingressi, tessere del tifoso, trasferte limitate, stadi più sorvegliati. Misure pensate per evitare che una minoranza violenta rovini una festa che, per milioni di persone, resta soprattutto un momento di condivisione.

Perché al netto delle rivalità, delle urla e delle polemiche sull’arbitro, lo stadio dovrebbe restare prima di tutto questo: un luogo dove si può tifare, discutere e magari anche arrabbiarsi per novanta minuti — ma senza dimenticare che, in fondo, si tratta sempre di una partita.

In studio del nostro podcast il capo ultras Max Margini detto “Il Malvagio” delle Teste Quadre, la più tosta tifoseria della Reggiana, squadra della provincia di Reggio Emilia.

Anche per chi non capisce il fuorigioco

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che il calcio sia un mondo un po’ folle: gente che urla per novanta minuti discute per giorni su un fallo laterale e litiga con perfetti sconosciuti per un rigore al rallentatore. E in effetti, se lo si guarda da fuori, un po’ folle lo è davvero. Ma proprio per questo vale la pena dargli una chance, almeno una volta. Non serve conoscere i moduli tattici, non serve sapere cosa sia il fuorigioco e non è nemmeno obbligatorio avere una squadra del cuore. Basta entrare allo stadio, sedersi sugli spalti e lasciarsi trascinare da quello che succede intorno.

Perché lo stadio è una specie di esperimento sociale riuscito male… o forse benissimo: migliaia di persone che non si conoscono e che per due ore reagiscono tutte insieme alle stesse cose. C’è il silenzio teso prima di un calcio di rigore, il brusio che cresce quando la squadra attacca e poi quell’esplosione improvvisa quando la palla entra in porta. In quel momento ti ritrovi ad abbracciare uno sconosciuto seduto accanto a te senza sapere nemmeno come si chiama. E la cosa più sorprendente è che a nessuno sembra strano.

Ecco perché anche chi non ha mai seguito il calcio dovrebbe provarci almeno una volta. Non per diventare tifoso, ma per scoprire che dentro uno stadio succede qualcosa di curioso: per novanta minuti migliaia di persone dimenticano il resto del mondo. Il lavoro, i problemi, il traffico, le scadenze. Tutto sparisce. Resta solo quel pallone che rotola e una folla che reagisce come se da quella partita dipendesse la propria esistenza.

Manuale di sopravvivenza per chi va allo stadio per la prima volta

Se decidi di fare questo esperimento sociale chiamato “andare allo stadio”, ci sono alcune cose utili da sapere. La prima è che probabilmente capirai solo metà di quello che succede intorno a te, ma non è un problema: spesso nemmeno i tifosi storici sono del tutto d’accordo su cosa sia successo davvero in campo. Qualcuno urlerà contro l’arbitro con una sicurezza impressionante, qualcuno accanto a te analizzerà la partita come se fosse l’allenatore della squadra, e nel dubbio tutti saranno convinti di avere ragione.

La seconda cosa da sapere è che allo stadio esistono regole non scritte. Quando la tua squadra attacca ci si alza in piedi automaticamente, anche se fino a un secondo prima eri seduto tranquillo. Se segna un gol, preparati: potresti ritrovarti abbracciato a tre persone che non hai mai visto in vita tua. E non stupirti se qualcuno ti racconta con aria serissima che non puoi cambiare posto perché “da quando siamo seduti qui stiamo giocando meglio”.

La terza regola è la più importante: non cercare di capire tutto subito. Il calcio è uno di quei fenomeni che si comprendono più con le emozioni che con la logica. Può farti ridere, arrabbiare, disperare e esultare nel giro di pochi minuti. E quando esci dallo stadio, con la voce un po’ più roca del solito e le orecchie che fischiano per il rumore della folla, capisci finalmente perché milioni di persone continuano a tornarci.

E a quel punto succede una cosa curiosa. La settimana dopo, senza nemmeno accorgertene, potresti volerci tornare.

L’ultima volta… forse 

Nel calcio può succedere davvero di tutto. Basta un attimo: un rimbalzo imprevedibile, un tiro sbagliato che diventa perfetto, una deviazione che cambia la traiettoria di tutto. E quella che sembrava una domenica qualsiasi si trasforma in una storia da raccontare.

Forse è per questo che torniamo. Perché il calcio è imprevedibile. Non ha un copione scritto: la squadra più forte può perdere, quella più debole può vincere e una partita qualunque può diventare memorabile.

Ma forse torniamo anche per altro.

Torniamo per il rito: il bar prima della partita, la discussione sulla formazione, i messaggi sul gruppo WhatsApp, il commento del lunedì mattina.

 Torniamo per la condivisione, perché poche cose riescono a far reagire insieme migliaia di persone nello stesso momento. Lo stesso silenzio prima di un rigore, lo stesso boato quando la palla entra in porta, lo stesso abbraccio improvviso con uno sconosciuto seduto accanto a te.

Torniamo per le storie che nascono ogni settimana. Per quella trasferta assurda, per quella partita vista con gli amici, per quel gol che qualcuno continuerà a raccontare anche tra vent’anni.

Torniamo perché tifare significa sentirsi parte di qualcosauna città, una comunità, una tradizione che spesso passa di generazione in generazione. E torniamo anche perché, per novanta minuti, il resto del mondo si mette in pausa. Il lavoro, i problemi, le scadenze: tutto resta fuori. 

Naturalmente ogni tifoso giura almeno una volta a stagione che questa è l’ultima volta che si fa venire il fegato amaro. Naturalmente, non è mai vero.

Forse è proprio questo il segreto del calcio: sappiamo benissimo che è solo una partita. Ma per novanta minuti facciamo tutti finta che non lo sia.

E adesso che hai letto tutto questo, ti faccio una domanda.

Se domani c’è una partita… la guardi o no?

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