Cosa c’è davvero dentro la woke culture?

Michele Bagnato

La “woke culture” divide il dibattito: per alcuni è il simbolo di una nuova consapevolezza sui diritti e le discriminazioni, per altri è solo una gabbia di censura e moralismo. Ma cosa significa davvero “essere woke” e perché se ne parla così tanto?

“Woke” è una parola che arriva dall’inglese: significa “sveglio”, consapevole. Un termine nato nei movimenti afroamericani per denunciare ingiustizie e discriminazioni, che poi si è allargato a diritti civili, femminismo, ambiente, identità di genere. Oggi però è diventato un campo di battaglia culturale.

Su barricate opposte

Negli ultimi anni, il termine woke è esploso. Da un lato, c’è chi si impegna per rendere la società più consapevole, attenta alle fragilità, capace di includere chi prima restava ai margini. Dall’altro lato c’è chi la considera un’ideologia soffocante, che divide invece di unire e che spesso riduce il dibattito pubblico a slogan e accuse reciproche.

Il problema, forse, sta proprio nel modo in cui la parola è usata. Woke è diventata un’etichetta utile a polarizzare: i progressisti la rivendicano, i conservatori la usano come insulto. Così, più che un concetto, ha iniziato a trasformarsi in una caricatura. 

Per la Gen Z l’attenzione a temi woke è parte della quotidianità: parliamo della generazione cresciuta tra Fridays for future, diritti LGBTQIA+, Black Lives Matter, battaglie femministe e attivismo sui social. I critici tendono a  liquidare tutti questi temi usando la medesima parola, woke, con lo scopo di delegittimare queste battaglie. 

Woke ormai è diventato, per i detrattori, sinonimo di politically correct, spostando quindi il focus originario, che promuoveva una società più consapevole. 

Linguaggio inclusivo e identità di genere

Uno dei terreni di scontro è l’utilizzo del linguaggio inclusivo. Partiamo dal fondo per arrivare alla radice del problema.

“Pugile trans dell’Algeria – bandito dai mondiali di boxe – può partecipare alle Olimpiadi e affronterà la nostra Angela Carini. (…) Uno schiaffo all’etica dello sport e alla credibilità delle Olimpiadi. Basta con le follie dell’ideologia ‘woke’!”Matteo Salvini

Ci sono scritte tante di quelle cose sbagliate che è quasi difficile da prendere sul serio. Perché parlare di questo caso? Perché è l’esempio perfetto di come il tema del linguaggio inclusivo, che nelle intenzioni vorrebbe restituire pari dignità, soprattutto professionale, a uomini e donne, si è trasformato in una battaglia ideologica sull’identità di genere. 

Emblematico un caso di attualità, quello di Beatrice Venezi, il cui lancio mediatico avvenne nel 2021, quando a Sanremo disse “Per me quello che conta è il talento e la preparazione con cui si svolge un determinato lavoro. Le professioni hanno un nome preciso e nel mio caso è direttore d’orchestra”. 

Quella frase da sola l’ha consacrata paladina della lotta al politicamente corretto. E il clamore mediatico dimostra quanto il tema sia sentito.

La woke culture spiegata da Francesco Oggiano

Dove sta la differenza di vedute che alimenta lo scontro?  

La doverosa premessa (ma anche speranza) di chi scrive è che tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico, concordino che c’è una disparità di genere (poi su cosa sia il genere torniamo un’altra volta), una disparità talmente evidente che pure nella Costituzione hanno dovuto scrivere che “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” (stando a quanto dicono i dati siamo ancora lontani da questo traguardo). 

I più progressisti ritengono che anche il linguaggio, se non inclusivo, sia un ostacolo al raggiungimento di questa parità, in altri termini che se chiamiamo “avvocato” un’avvocata allontaniamo la possibilità che la società faccia un passo in avanti.               

Che il problema sia culturale e non strettamente linguistico è evidente, laddove le professioni che storicamente erano accessibili ad ambo i generi – maestro/maestra, infermiere/infermiera – non incontrano difficoltà alcuna, ma appena ci si sposta verso professioni che sono state lungamente appannaggio maschile o femminile ci si inerpica su un sentiero accidentato. 

Non la sentite anche voi la lingua che s’impunta nel parlare di una meccanica che ha aperto un’officina o di un segretario (non di partito) che ha preso il vostro appuntamento dalla dentista? Perfino il correttore automatico mi ha appena segnalato come errore “dalla dentista“, suggerendomi di cambiarlo in “dal dentista”

Dall’altra parte è spesso questa l’argomentazione e si ritiene che questa operazione sia una vituperazione della lingua italiana (il correttore è d’accordo), affermazione spesso senza alcuna base linguistica. Altri dicono che non sia il punto, che siano altri gli interventi necessari (parliamone) o che siano altri i problemi (eccolo, il benaltrismo italico). 

Questa differente visione si è fatta poi strada sul tema dell’identità di genere, sulla quale non si è d’accordo nemmeno sul concetto stesso. Il dibattito da ambo i lati delle barricate ha fatto sì di trasformare ciò che è woke per gli uni in ciò che è woke per gli altri. 

Pure Harry Potter è diventato woke, da quando la scrittrice J.K Rowling è scesa in campo esprimendosi sul tema dell’identità di genere (ne abbiamo parlato in questo articolo). E quanto possa essere terreno di scontro lo dimostrano i rapporti incrinati tra gli attori protagonisti e la scrittrice. Recentemente è tornata sull’argomento Emma Watson, l’interprete di Hermione, la quale, cercando di distendere i toni ha affermato che, pur vedendo le cose in maniera diversa, non rinnega l’affetto e la gratitudine nei confronti della scrittrice, che ha invece replicato “Ignora quanto sia ignorante”. 

Il riferimento è al tema dell’identità di genere, in particolare al rifiuto, da parte della Rowling e di chi la pensa come lei, a riconoscere come donne anche coloro che biologicamente non sono nate tali. Il dibattito si inserisce in quello più ampio di fluidità di genere e non binarismo, che trova detrattori anche nella stessa comunità LGBTQIA+. 

Difesa dei diritti LGBTQIA+

Dirò forse una cosa controcorrente, ma non ho mai capito perché queste lettere stiano tutte assieme. O meglio, ritengo che il fatto che stiano assieme abbia creato maggiore confusione tra i non addetti ai lavori, che tendono quindi a confonderle, mescolarle, sovrapporle. 

Per chi non lo sapesse e vivesse nel medioevo (o guarda certi programmi sulla TV di Stato, che è la stessa cosa), queste lettere fanno riferimento a concetti diversi: LGB e la A (lesbian, gay, bisexual, asexual), fanno riferimento a possibili orientamenti sessuali, T e I (transgender e intersex) fanno riferiento all’identità di genere, la Q sta per queer, che potrebbe essere usato come termine ombrello per tutti gli altri – non me ne vogliate, non è questo il luogo per scrivere un saggio sull’argomento – e il “+” credo sia stato messo perché le lettere dell’alfabeto inziavano a scarseggiare ma, nelle intenzioni, va ad includere tutto il resto. 

Per alcune persone, che si identificano come gender fluid o non binary, quindi non si riconoscono né nell’etichetta di uomo né in quella di donna, il tema del linguaggio inclusivo è diventato terreno di lotta. C’è da dire che la lingua italiana non aiuta in questo caso, visto che è incardinata su un binarismo di genere (a differenza, ad esempio, dell’inglese), perciò sono nate tutta una serie di proposte per aggirare il problema. 

Anche qui, da un lato c’è chi rivendica il diritto a non vedersi appicciata addosso un’etichetta, dall’altro chi non vuole essere obbligato a vedere il mondo diversamente dal binarismo uomo-donna. Nuovamente, ciò che è woke per alcuni è woke per altri. 

Torno sull’esempio di Harry Potter ma se ne potrebbero fare a decine. Le polemiche generate dalle parole della scrittrice, che ormai da anni parla dell’argomento, hanno portato in molti ad un vero e proprio boicottaggio delle sue opere, in alcuni casi con gesti plateali, arrivando addirittura a bruciare i suoi libri: si tratta della cancel culture, una sorta di damnatio memoriae 2.0, con la differenza che ad imporla non è alcuna autorità pubblica ma la community. 

Cancel culture

Negli ultimi anni la cancel culture è diventata un fenomeno concreto, e non solo un concetto astratto.
È emersa con forza durante le proteste del movimento Black Lives Matter, in particolare dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, quando intere opere d’arte, statue e monumenti sono stati danneggiati per il loro legame con il colonialismo, la schiavitù o il razzismo. Cristoforo Colombo, Jefferson Davis, e molti altri “eroi” del passato si sono ritrovati al centro di contestazioni, rimozioni e vandalismi, spesso accompagnati da una discussione accesa sui social.

La logica della cancel culture è semplice ma potente: attribuire responsabilità e colpe a persone, opere o simboli per questioni legate a discriminazioni passate o comportamenti attuali, con l’obiettivo di segnalare ingiustizie e stimolare cambiamenti sociali. Tuttavia, il confine tra critica legittima e linciaggio pubblico è sottile. Non si tratta più di discussioni accademiche o dibattiti culturali, ma di azioni immediate che possono avere conseguenze reali: chi viene “cancellato” può vedere compromessa la propria reputazione, carriera o persino la fruibilità delle proprie opere.

Il fenomeno ha generato reazioni contrastanti. Da un lato, c’è chi lo vede come uno strumento necessario per rimettere in discussione narrazioni storiche spesso a senso unico e per dare voce alle vittime di discriminazioni sistemiche. Dall’altro, c’è chi lo critica come eccessivo moralismo, un meccanismo di pressione sociale che rischia di soffocare il dibattito e creare una nuova forma di censura dal basso.

La cancel culture, insomma, mette in evidenza il nodo centrale della cultura woke: promuovere inclusione e diritti senza trasformare ogni discussione in un campo di battaglia, dove chi osa esprimere opinioni diverse rischia di essere condannato sommariamente.

La domanda vera non è se la woke culture sia giusta o sbagliata. È capire come tenere insieme libertà di parola e rispetto per le persone, senza trasformare la discussione in un muro contro muro.

E tu? Ti senti parte della woke generation o pensi che sia solo una moda? 
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