«Non c’è più la politica di una volta» direbbe qualche militante un po’anzianotto, borbottando indignato davantin allo schermo della tv, ricordando gli anni che furono. E forse non ha tutti i torti. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a una campagna referendaria unica nel suo genere: una campagna che ha abbandonato i codici tradizionali della comunicazione politica per abbracciare i nuovi schemi anticonvenzionali del digitale, cavalcando la strategia dell’emotività pura. Un mix di elementi a volte efficaci, a volte confusi e volutamente fuorvianti, forse per giungere al medesimo risultato: un’estrema semplificazione del contenuto. Ma procediamo per ordine, perché di cose da dire ce ne sono fin troppe.
Fare politica nell’era della disintermediazione
Una cosa è certa: i politici hanno capito, una volta per tutte, che i talk show dove ci si urla addosso per un’ora e mezza in prima serata e quei dieci minuti di recita confezionata al tg non sono poi così funzionali. La vera battaglia oggi si combatte in un ecosistema digitale molto frammentato, dove gli algoritmi dettano l’agenda e dove è difficile verificare la veridicità delle informazioni.
Un caso emblematico: sono circolate per settimane, sui vari social, le parole di Giovanni Falcone, che ormai trent’anni fa, in un’intervista per Repubblica, avrebbe definito la separazione delle carriere inaccettabile «perché ha come obiettivo quello di subordinare la magistratura inquirente all’esecutivo». Una citazione girata ovunque, riportata anche dal Fatto Quotidiano e ripresa da Gratteri durante un’ospitata a DiMartedì su LA7. Peccato che questa intervista non sia mai esistita, come verificato da PagellaPolitica.
E lo stesso vale per la corrente del sì, che ha decontestualizzato un intervento di Falcone per ottenere validazione immediata. Vari post, tra cui uno del Comitato del Sì, riportano: «il pm non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di paragiudice». La citazione, spesso priva di fonte, è tratta da un intervento in cui Falcone commentava il nuovo codice di procedura penale: non auspicava una riforma costituzionale, ma chiedeva una separazione delle funzioni e una specializzazione del pm, traguardo già raggiunto oggi, anche grazie alla Scuola Superiore della Magistratura.
Due casi speculari, esempio della facilità con cui il contenuto clickbait non verificato — protagonista di questa era del digitale — sia stato strumentalizzato da entrambe le parti per ottenere consenso. Il modus operandi è molto semplice: trova un caso, una dichiarazione o un evento di cronaca interessante, trasformalo in un titolone in puro stile rage-baiting e sbattilo su un post, possibilmente in giallo e in caratteri cubitali, insieme a un’immagine evocativa o a una foto del personaggio in questione. E il gioco è fatto. Mille like, quattromila repost, centomila visualizzazioni. Siamo su una piattaforma social ed è chiaro che l’algoritmo non cerca la verità storica o il confronto tecnico offerto dagli esperti, ma si limita a nutrire l’utente con ciò che conferma i suoi pregiudizi. Il contenuto finisce dritto in quelle “camere dell’eco” che alimentano la disinformazione: se sei a favore della riforma, vedrai solo il “Falcone pro-separazione”; se sei contrario, leggerai solo i debunking che lo descrivono come un baluardo della magistratura.
Tutto questo avviene perché ci troviamo nell’era della disintermediazione. È di uno di quei paroloni cari a chi studia la politica, ma il concetto è semplice: se una volta per informarti passavi per forza, e anche per abitudine sociale, dai mass media o più in generale da intermediari tradizionali (come, ad esempio, i telegiornali), adesso le piattaforme digitali permettono ai politici (e non solo) un dialogo diretto con gli elettori, bypassando sia il sistema dei media sia le strutture di partito. Questo tipo di comunicazione ha delle regole tutte sue, che spesso rifiutano quelle tradizionali: si basa su strategie che puntano al contenuto “emozionale”, su fonti semplificate a discapito della profondità del dibattito ma soprattutto su messaggi semplici, schematici e di immediata comprensione, veicolati attraverso i social per creare meccanismi di consenso rapidi, a prescindere dalla loro fondatezza.
La comunicazione politica sui social avviene non senza filtri, come si potrebbe pensare, ma con dei filtri tutti nuovi: gli algoritmi, le piattaforme, le linee guida, lo shadowban (o censura algoritmica: la pratica per cui un account viene penalizzato in modo invisibile, con i contenuti resi meno visibili agli altri utenti senza che il diretto interessato ne sia informato)e così via. Con il rischio che, cercando di stare dietro ai ritmi serrati e aggressivi di uno o dell’altro lato, a lungo andare si perda di vista l’obiettivo (l’informazione e l’educazione del cittadino) per perseguire il fine ultimo del consenso (o del like).

La battaglia social del sì e del no
«Basta alla panna sulla carbonara, vota sì», «Giorgia sesta a Sanremo? Colpa dei magistrati, vota sì». Negli ultimi mesi, molti utenti su TikTok si sono divertiti a creare parodie della campagna del sì, sulla scia del “fa ridere ma fa anche riflettere”. E in effetti, al netto degli scivoloni ufficiali — Nordio che si contraddice tre volte su quattro, che si lascia scappare di volere una magistratura controllata, che dice a Schlein che la riforma servirà anche a lei quando sarà al governo — la campagna del sì si è fatta promotrice di alcuni slogan piuttosto grotteschi. Tra i più diffusi: «vota sì perché non possiamo accoglierli tutti» (in che senso?) e «se vince il no, stupratori e teppisti saranno liberi» (un po’ fuorviante).
La campagna del sì ha puntato tutto sul marketing politico emozionale, facendo della frustrazione popolare per le indagini giudiziarie il suo cavallo di battaglia. Giudice terzo, fine del correntismo e cittadino al centro: soluzioni impacchettate e pronte che dovrebbero risolvere tutti i problemi degli italiani. I partiti promotori hanno bombardato l’elettore medio con storie di malagiustizia (quella famiglia nel bosco di cui non se ne può più) e hanno promesso, nel caso di esito positivo al referendum, una giustizia più veloce, più efficiente, più attenta ai bisogni reali del cittadino.
Ogni campagna che si rispetti, poi, ha bisogno di un nemico. La destra porta avanti da molto tempo (dal primo Berlusconi) quella che molti hanno definito una campagna di screditamento e isolamento della magistratura. Una narrazione polarizzante che vede i giudici (spesso definiti “toghe rosse”) favorire la “casta” rispetto al cittadino indifeso. In questo gioco di parti, il Sì se l’è presa in particolare con l’Associazione Nazionale Magistrati, impegnata negli ultimi mesi in una durissima campagna a sostegno del No e accusata di “difendere la casta”. Il vecchio e instancabile noi contro loro, stavolta esteso anche ad alcuni singoli esponenti della magistratura, tra cui Nicola Gratteri.
Una battaglia, quella del sì, indubbiamente facilitata dal contesto sociale attuale, dove immigrazione e crimine sono temi caldissimi e la fiducia dei cittadini nella giustizia si attesta ai minimi storici (circa il 39% nel 2022 secondo Demos & Pi, mentre nel periodo di Mani Pulite era sopra l’80%). Così, nel caso della famiglia nel bosco, i magistrati sono diventati «burocrati ideologizzati», e nel caso Garlasco degli ostruzionisti della giustizia stessa. «Diciamo sì alla riforma per dire mai più Garlasco», dichiarava la Presidente del Consiglio ad Atreju, salvo poi rimangiarselo qualche giorno prima del voto, in diretta da Mentana: «Garlasco? Che c’entra con la riforma sulla giustizia?». Ma la Presidente e il Ministro della Giustizia non sono stati gli unici, tra i sostenitori del sì, a rilasciare dichiarazioni preoccupanti. «Votiamo sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione»: così il capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi. E ancora il senatore di FdI Zaffini: «finire davanti alla magistratura è come un cancro».
La battaglia del no, invece, si è giocata su tutto un altro campo. Partita con numeri di consenso bassissimi nei sondaggi iniziali, la campagna ha puntato su una carta classica: la politicizzazione del referendum. «Se voti sì sei contro la nostra Costituzione, contro la democrazia: la destra vuole assoggettare la magistratura all’esecutivo». Una strategia della paura, la paura di una riforma che avrebbe inevitabilmente portato al crollo dell’ordine prestabilito e quindi ad una deriva autoritaria. Efficace fino a un certo punto, perché la corrente del no si è trovata a dover fronteggiare anche le accuse di ipocrisia: in tempi e contesti diversi, alcuni partiti della coalizione, in particolare alcune componenti del PD, si erano mostrati favorevoli a una separazione delle carriere, arrivando persino a includerla in alcuni programmi politici precedenti alla riforma Cartabia.
Mentre si difendevano da queste accuse, hanno tirato fuori la carta vincente: l’appoggio di personaggi pubblici influenti, capaci di orientare concretamente le masse, specialmente le più giovani. Prima il video dello storico Alessandro Barbero, poi i duri interventi di Nicola Gratteri, tra i magistrati più apprezzati d’Italia. Loro hanno dato il via a un’ondata di sostegno alla campagna del no che ha visto la mobilitazione di diversi esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo, oltre che della magistratura e della politica, uniti in particolare dall’appello lanciato dall’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia). Tra questi Elio Germano (con il suo «io no eh» in omaggio a Gigi Proietti), Fiorella Mannoia, Alessandro Gassman, Anna Foglietta, Corrado Augias, Giovanni Storti e molti altri, tra cui il giovanissimo Raffaele Giuliani, molto seguito tra gli under 20. Una partecipazione convinta di personaggi pubblici che si sono fatti portavoce in prima persona, mentre la campagna per il sì è apparsa, per forza di cose, più governativa, verticale e istituzionale.
Così governativa, che per trovare qualcuno che facesse propaganda sui social si sono dovuti inventare “il Cittadino Zero”: un influencer-attivista di bell’aspetto, creato interamente con l’intelligenza artificiale. Occhi chiari, capelli platino, sguardo inquietante — è arrivato persino a occuparsi di cronaca e a commentare ogni intervento del no. Un po’ grottesco pensare che il governo abbia preferito questo al trovare qualcuno di umano, che fosse abbastanza credibile, empatico o semplicemente disposto a metterci la faccia.

Lo stato della nostra politica
«La politica di una volta» che i nostri genitori e i nostri nonni tirano fuori nostalgicamente a ogni cena di Natale, quella che si faceva nelle piazze, nei circoli, nelle sezioni e nei congressi, oggi si consuma nella maggior parte dei casi nello spazio di un reel o di un carosello. Il che non è necessariamente una cosa negativa. Questo referendum ha visto un boom nell’affluenza rispetto alle votazioni dell’ultimo decennio (è arrivata quasi al 60%) ma soprattutto una grande partecipazione giovanile (tra i 18 e i 34 anni il no ha stravinto con il 61,1%); e gran parte del merito va probabilmente anche ai nuovi modi di fare politica. Dibattiti, informazione e fact-checking si sono spostati su nuovi canali e ne hanno tratto forza, permettendo anche ad attivisti, giornalisti indipendenti e studiosi di varia natura di cercare di orientare l’opinione pubblica nel marasma di AI slop (contenuti digitali di bassa qualità generati in massa dall’intelligenza artificiale)e dichiarazioni fuori contesto.
Dall’altro lato, se i politici sono costretti a stare dietro alle logiche algoritmiche, il rischio è che rinuncino a spiegare la realtà, preferendo invece “impacchettarla” in slogan che non richiedono più di tre secondi di attenzione. E di riflesso noi cittadini ci troveremo sempre più a scegliere cosa votare non sulla base di un’idea o di un valore, ma di uno stimolo emotivo. Per questo poi ci troviamo il Salvini di turno che spiattella qualche titolo di cronaca sulla foto di un barcone e la chiama “strategia politica”.
Non prendiamoci in giro. La politica è emotività, irrazionalità e orgoglio: lo è sempre stata. Ma questa campagna ci ha dimostrato, a mio avviso, che il flusso costante di notizie non verificate né verificabili, favorito dalle dinamiche delle piattaforme social, ci ha spinto a non cercare più la verità, ma solo la conferma di ciò che sappiamo o che crediamo di sapere. Il sì ha cavalcato la rabbia e la paura, come già fa la destra da tempo, trovandosi comodamente il colpevole perfetto da servire su un piatto d’argento: i giudici, la magistratura. Il no ha risposto mettendosi sulla difensiva, come già fa la sinistra da tempo, trasformando la Costituzione in qualcosa da difendere dal pericolo di una deriva autoritaria. A vincere, alla fine, in quest’era della post-verità, è stata l’unica parte capace di garantire un senso di protezione. La vittoria del no ci insegna che, nonostante il bombardamento emotivo di cui può farsi strumento la politica, il popolo preferisce ancora il buon vecchio atto di resistenza.
Scrivi e fai video per Il Progressista
Se hai meno di 30 anni e vuoi raccontare la realtà dalla prospettiva della Generazione Z, unisciti al Progressista: articoli, inchieste, interviste e contenuti che mettono al centro la voce dei giovani.
Supporta Il Progressista
Con 10€ rendi possibile un articolo o un contenuto video. Paghiamo i giovani il doppio degli altri giornali.
Siamo un giornale libero e indipendente, e viviamo grazie alla community. Sostienici per continuare a costruire un’informazione fatta dai giovani, per i giovani.