La scuola italiana ai docenti ruba il futuro, agli studenti il tempo

Carmela Di Matteo

Una scuola che rende fragile chi insegna e irrequieto chi impara finisce per vivere nell’emergenza permanente.

In questo clima, la formazione smette di essere un progetto collettivo, per ridursi ad una corsa senza respiro.

La scuola italiana corre. Corre quando chiede ai ragazzi di scegliere in fretta, di capire presto cosa sarà utile per il loro futuro, di trasformare il tempo dello studio in una rincorsa continua verso ciò che può essere subito speso, misurato, tradotto in lavoro. Il sapere finisce così per essere valutato soprattutto in base alla sua utilità immediata, come se la formazione dovesse coincidere con l’adattamento rapido a ciò che il mercato degli adulti chiede.

Allo stesso tempo, si continua a chiedere di aspettare a chi, nella scuola, lavora ogni giorno: una nomina, una cattedra stabile, una continuità professionale che troppo spesso resta sospesa per anni. È qui che emerge una delle contraddizioni più dure della scuola italiana, perché mentre agli studenti viene sottratto il tempo necessario per crescere, ai docenti viene negata la stabilità necessaria per costruire percorsi educativi solidi.

Il problema non è il lavoro, ma il suo dominio

Il problema non è che la scuola parli di lavoro, anzi, sarebbe assurdo sostenerlo! Il cortocircuito nasce quando l’occupazione stabile smette di essere uno degli orizzonti possibili della formazione e diventa il criterio principale con cui si giudica il valore di ciò che si studia.

È in quel momento che qualcosa si rompe, perché ciò che non promette un’utilità immediata comincia a sembrare secondario, superfluo, quasi colpevole. Il sapere deve giustificarsi, la  cultura deve spiegare a cosa serve. La riflessione, la lentezza, il pensiero critico, la formazione umanistica vengono tollerati solo se riescono a dimostrare una ricaduta pratica abbastanza rapida. Così la scuola smette lentamente di educare e comincia ad addestrare.

Poter studiare liberamente è una conquista democratica, ma un tempo era un privilegio, un lusso: poi, è diventata la normalità. Oggi, invece, è diventata una perdita di tempo.

Pensare la scuola solo come anticamera del lavoro è un errore, perché studiare non serve soltanto a trovare un impiego, serve a vivere meglio (per dirla alla Giovanni Floris), a comprendere il mondo, a costruire una cittadinanza più consapevole.

In questa prospettiva la scuola non è un corridoio verso il mercato, ma uno spazio in cui si formano persone capaci di leggere la realtà e, se necessario, di cambiarla.

Il precariato dei docenti impoverisce anche chi studia

Dentro questo quadro, si inserisce anche il problema del precariato dei docenti: a differenza di quanto comunemente si crede, non è una questione di categoria. Ma poi, anche se fosse, di che categoria parliamo? Dei docenti, o dei genitori? Dei ragazzi? Dei politici?

Perché una scuola che tiene migliaia di persone in una condizione permanente di incertezza non sta solo gestendo male il lavoro, ma sta dicendo concretamente il valore che attribuisce all’educazione.

Un docente precario è una persona a cui si chiede di costruire continuità vivendo nella discontinuità, cambiando sede, classe, territorio, rincorrendo graduatorie e incarichi temporanei (dovendo al contempo garantire presenza). E questa contraddizione non resta fuori dall’aula, ma entra nella qualità della relazione educativa e nel diritto degli studenti a ricevere una formazione seria.

Quando chi insegna è instabile, anche il sapere lo diventa! Ogni volta che un insegnante cambia, spezzando inesorabilmente la continuità didattica, non si interrompe solo un contratto: si interrompe un rapporto educativo. E questo pesa soprattutto sugli studenti, che della scuola avrebbero bisogno come spazio stabile in cui crescere e formare l’adulto del domani. 

Senza cultura non si formano persone libere

Mentre la scuola si regge su una fragilità ormai strutturale, il discorso pubblico continua a guardare altrove. Ai ragazzi si chiede di capire presto cosa conviene, quale percorso offre più sbocchi, quale sapere “serve davvero”. È un linguaggio che si presenta come realistico, ma contiene un messaggio duro, quasi violento: vale solo ciò che si può monetizzare in fretta.

Così il tempo dello studio si restringe e non è più il tempo della scoperta, del pensiero che matura lentamente, ma un investimento da mettere a reddito, il più in fretta possibile! E tutto ciò che non promette un ritorno immediato, finisce per apparire inutile, anche se la cultura è ciò che ci impedisce di restare prigionieri dell’immediato, ci insegna a riconoscere il potere, a metterlo in discussione, a dare un nome ai conflitti del mondo.

Per questo una scuola democratica non può limitarsi a formare soggetti funzionali. Deve formare persone capaci di comprendere, dissentire, scegliere, cambiare. È qui che il precariato dei docenti e la compressione del tempo dello studio si rivelano essere due facce della stessa crisi. Agli insegnanti si dice di aspettare, agli studenti di sbrigarsi. In mezzo, si perde l’idea più alta della scuola pubblica.

Quando ce ne dimentichiamo, non stiamo modernizzando la scuola: la stiamo solo impoverendo.

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