Vi è piaciuto il finale aperto di Stranger Things? A noi no

Michele Bagnato

Dal laboratorio di Hawkins al Sottosopra, Stranger Things è la serie che più di tutte ha trasformato la nostalgia in un’estetica e l’amicizia in un genere narrativo. A quasi dieci anni dal suo debutto, lo show dei fratelli Duffer è arrivato alla quinta e ultima stagione con la responsabilità di chiudere un ciclo generazionale: quella dei ragazzini in bici che hanno fatto innamorare il mondo mentre combattevano demogorgoni, bulli, e soprattutto loro stessi. Riprendiamo l’articolo precedente su Stranger Things e rispondiamo alle domande

Rispondiamo alle domande (SPOILER ALERT)

La quarta stagione si era chiusa con Hawkins letteralmente spaccata a metà e la barriera tra Sottosopra e mondo reale ormai compromessa. Il ritorno di Vecna, la crescita dei protagonisti e la sensazione che “stavolta si fa sul serio” hanno segnato un salto di maturità nel tono della serie.

L’ultima stagione risponde alle domande principali, sebbene non sempre in maniera riuscita.

Qual è il vero disegno di Vecna?

La serie suggerisce da tempo che tutte le minacce, dal Demogorgone al Mind Flayer, fossero parte di un ecosistema dominato da un’unica entità: Vecna/Henry/001. 

Nella quinta stagione scopriamo la vera natura del Sottosopra, ossia un ponte di Einstein-Rosen (o wormhole se preferite) che connette due dimensioni, la nostra e “L’Abisso”, il tutto tenuto assieme da materia esotica, sulla quale il dott. Brenner ha condotto degli studi e che ha cercato di dominare tramite Henry e i bambini del laboratorio di Hawkins. 

L’obiettivo di Vecna è quello di fondere L’abisso con il mondo reale, facendo precipitare il primo sul secondo sfruttando la corruttibilità mentale dei bambini catturati, riscrivendo così una nuova realtà: i piani nei quali si muovono i protagonisti sono le tre “dimensioni” fisiche (il mondo reale, il Sottosopra e L’Abisso) e una quarta dimensione, ossia la mente di Vecna, all’interno della quale Max è rimasta intrappolata per oltre due anni dopo le vicende della quarta stagione. 

Vecna, il cattivo di Stranger Things

La mente a sciame – di cui Vecna rappresenta il propulsore, in un rapporto di co-dipendenza, si rivela in tutta la sua potenza nel mostro che i ragazzi affrontano nell’episodio finale. 

Quale sarà il “ruolo cosmico” di Undici?

La storia di Undici è sempre stata speculare a quella di Vecna. Per ogni potere, un trauma; per ogni abilità, un sacrificio. Stavolta potrebbe essere costretta a prendere una decisione definitiva sul proprio potere e sulla propria identità.

All’inizio della stagione troviamo Undici che si allena con Hop e Joyce, in previsione dello scontro finale con Vecna, sebbene non lo riesca trovare nel non-luogo mentale. Con il passare degli episodi, dopo aver ritrovato sua “sorella” Kali (008), Undi scopre che i militari che le hanno dato la caccia per tutta la serie, capitanati dalla dott.ssa Kale, stanno cercando di replicare il lavoro del dott. Brenner, utilizzando il sangue di sua sorella per generare nuovi bambini con i poteri: essendo Undici l’esperimento meglio riuscito ciò la pone in una posizione piuttosto difficile, portandola a sacrificarsi nell’episodio finale, morendo nell’implosione del Sottosopra, sotto lo sguardo straziato della sua famiglia e dei suoi amici. 

O forse no?

Stranger Things 5 serie cringe comin out
Quanto è stato cringe il coming out di Will?

Will diventa finalmente Il Saggio?

Uno degli episodi che ha generato maggiore dibattito, ricevendo inoltre la più bassa recensione dell’intera serie, è stato il penultimo, durante il quale Will affronta l’oceanico gruppo che si appresta a salvare Hawkins per fare una confessione. 

Il finale del primo volume (parte) dell’ultima stagione si è chiuso con il cliffhanger e plot twist più interessante dell’intera serie: Will, a seguito del suo rapimento nella prima stagione e del contatto con il Sottosopra, ha acquisito la capacità di diventare parte della mente a sciame e controllarne le propaggini, arrivando perfino a vedere nella mente di Vecna. Tuttavia Will sa di non poterlo affrontare definitivamente finché non si libererà del peso che da tempo lo affligge. 

Confessa di sentirsi diverso e di aver finto di essere come gli altri per paura di essere rifiutato. Spiega che, pur condividendo con i suoi amici tutto ciò che li ha sempre uniti — giochi, abitudini, ricordi, passioni — c’è una parte fondamentale di sé che non ha mai accettato fino in fondo: non prova attrazione per le ragazze come i suoi amici. Will racconta di aver scambiato questo conflitto interiore per una cotta, salvo poi capire che non riguardava davvero un’altra persona, ma il bisogno di accettare se stesso. 

Vecna lo ha messo di fronte a una visione terribile: un futuro in cui, dicendo la verità, i suoi amici non lo respingono apertamente, ma si allontanano lentamente fino a lasciarlo solo. La scena tuttavia si chiude con una risposta profondamente empatica: gli viene assicurato che non sarà mai abbandonato e che il legame tra loro non verrà spezzato: anche nel dolore e nella paura emerge un messaggio di amore incondizionato, accettazione e protezione reciproca. 

Alcune considerazioni

Chiudere una serie come Stranger Things non è semplice, sia per il fitto intreccio tessuto in cinque stagioni, sia per l’elevato numero di personaggi coinvolti. 

Le domande principali hanno trovato risposta, tuttavia la scrittura della quinta stagione non sempre è stata all’altezza delle aspettative. 

Partiamo dal discusso coming out di Will. Pur essendo coerente con lo sviluppo del personaggio, il monologo di Noah Schnapp è risultato fuori focus rispetto alla narrazione portata avanti nell’episodio, non aiutato in questo da una recitazione talvolta eccessivamente smielata, sacrificando inoltre la dimensione di intimità che ha reso tanto delicato quanto potente il riuscitissimo monologo di Robin (Maya Hawke) nella terza stagione rivolto all’amico Steve (Joe Keery).  

Dimensione intima presente ma non sufficiente a sostenere la non-dichiarazione tra una Nancy ormai in pieno stile Rambo (Natalia Dyer) e Jonathan (Charlie Heaton): uno scambio talmente confuso da necessitare di un chiarimento da parte dei creatori della serie. Ben riusciti invece, anche grazie all’alchimia degli interpreti, gli archi narrativi di Max (Sadie Sink) e Lucas (Caleb McLaughlin), così come il rapporto tra Dustin (Gaten Matarazzo) e Steve. 

Discutibile la NON proposta di matrimonio tra Nancy e Jonathan.

In questa stagione, anche per via del nutrito cast principale, cui si sono aggiunti una convincente Holly (Nell Fisher), il nuovo idolo Derek (Jake Connelly) e una deludente – ma ci torniamo – dott.ssa Kay (Linda Hamilton), i genitori dei ragazzi, in particolare Joyce (Winona Ryder) e Hopper (David Harbour), così come Murray (Brett Gelman) hanno trovato meno spazio, rimanendo per lo più relegati in secondo piano. 

Solo in pochi momenti abbiamo potuto assistere al bel rapporto costruito tra Undici e suo padre adottivo Hopper nel corso del tempo, in parte dovuto ad una Millie Bonnie Bongiovi (come ora si fa chiamare) sottotono rispetto alla più genuina interpretazione durante le prima stagioni, così come ad un Mike Wheeler (Finn Wolfhard) ripresosi solo nel finale. 

L’arco narrativo meno riuscito e conclusosi con un nulla di fatto quello legato ai militari statunitensi, capeggiati dalla dott.ssa Kay, che hanno braccato Undi e il suo gruppo di amici per tutta la stagione, perfino nel Sottosopra, questo nonostante la durata, anch’essa monstre degli episodi (il finale ha superato le due ore). 

Arriviamo all’ultima critica: l’arco narrativo di Undici, lasciato volutamente in sospeso. A differenza di altre serie, i creatori non sono riusciti a sacrificare nessuno dei personaggi principali, che incredibilmente sopravvivono tutti (nemmeno una battaglia interdimensionale ha scalfito il gruppo). Non si tratta del gusto sadico di veder morire personaggi cui siamo affezionati, ma spesso si tratta di uno dei motori narrativi o di sviluppo più potenti. Nonostante molti si siano trovati più e più volte in pericolo di vita i creatori non sono mai riusciti a tracciare un definitivo tratto di penna. Perfino l’unica morte significativa viene messa in dubbio nel finale. 

La fine di un fenomeno globale 

Molto poetica la conclusione, che rende improvvisamente densa una seconda parte del finale farraginosa, sparigliando le carte come solo un Demogorgone saprebbe fare. I giovani meno giovani (Steve, Nancy, Jonathan e Robin) parlano ormai da adulti, di mutuo, di responsabilità, temi che preoccupano anche i giovani di oggi, i ragazzi, ora diplomati, giocano ancora a D&D ma con meno disincanto di quanto avrebbero fatto cinque anni prima, osservando con nostalgia l’innocenza con cui i bambini che hanno salvato dall’Abisso si apprestano a seguire le loro orme. 

Seriamente: vi è piaciuta la scena finale a tema D&D?

La nostalgia è stato il vero motore di questa serie, l’estetica degli anni ‘80, la musica (la potentissima Running Up that Hill in molti momenti clou) e i rapporti vissuti prima dell’era social. Sebbene alcune scelte non siano state all’altezza, Stranger Things ha confermato, con la sua stagione finale, un primato tra le serie di questo decennio, un vero e proprio fenomeno generazionale: una serie tv in grado di parlare tanto alla Gen Z quanto a chi è più grande e che ha fatto dell’amicizia di un gruppo di ragazzi l’elemento fondante sul quale costruire l’intera narrazione. Un gruppo di ragazzi diversi, emarginati, presi in giro, derisi perché non si conformano ma che hanno avuto il coraggio di lottare per loro stessi nonostante le difficoltà, affrontando i traumi che la vita ha messo sul loro cammino. Forse è proprio per questo che non è stata messa una definitiva parola “fine”, per alimentare la speranza di un futuro ancora possibile.

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