Il sindaco è responsabile della sicurezza della mia città?

Michele Bagnato

Siamo sicuri che i sindaci siano i veri responsabili dell’insicurezza, o sono solo il capro espiatorio di un problema più grande?

Le città italiane, soprattutto quelle più grandi, continuano a essere teatro di episodi di violenza e microcriminalità, ma il tema della sicurezza sembra essere trattato dalla politica più come uno slogan che come una priorità. Non è questione di allarmismo: ancora troppi cittadini,  in particolare le giovani donne (dati ISTAT) ammettono di avere paura a spostarsi di sera. Eppure le risposte istituzionali spesso latitano.

Il contesto sui sindaci e sicurezza: sputiamo fatti

Una premessa doverosa: non si tratta di demonizzare le forze dell’ordine o le istituzioni, ma di constatare l’evidenza dei fatti: la percezione della pericolosità nelle città cresce di pari passo con la sensazione di abbandono da parte dei cittadini.

Le cronache locali e i social raccontano storie di aggressioni, furti, molestie e chi prova a denunciare spesso si sente ignorato. La politica parla di sicurezza ma le misure concrete restano frammentarie e insufficienti. La sensazione è che ci sia più attenzione alla comunicazione che all’efficacia delle azioni.

C’è un’Italia che di notte non esiste. Non perché dorma, ma perché ha paura.

È fatta di ragazze che cambiano marciapiede se qualcuno, anche solo apparentemente, le segue, di persone che rinunciano all’ultimo treno, o di studenti che fingono di parlare al telefono per sentirsi meno soli.
Una generazione cresciuta tra campagne di empowerment e corsi di autodifesa, che però continua a calcolare ogni rischio. La sicurezza non è uno slogan, è la differenza tra vivere e sopravvivere.

La cartina tornasole del problema sono gli sguardi dei cittadini, il modo in cui si cammina per strada, la postura rigida, lo spray al peperoncino tenuto in borsa. È la consapevolezza che la città, quando cala il buio, smette di appartenere a tutti, nonostante le strade siano ricolme di telecamere e controlli di vicinato, ma spesso senza testimoni.

In tutto questo, il paradosso è che i cittadini si trovano sempre di fronte alla solita frammentazione organizzativa: hanno un problema ma non sanno a chi rivolgersi. 

Chi se ne deve occupare? Spieghiamolo una volta per tutte

Garantire la sicurezza è compito dello Stato, in particolare del Ministero dell’Interno. Le forze dell’ordine rispondono a una catena di comando chiara: al vertice c’è il Ministro, sul territorio il Prefetto e, operativamente, il Questore. È questa l’architettura dell’autorità di pubblica sicurezza, così come definita dal Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e dalla legge 121 del 1981.

Il problema nasce quando questa struttura si innesta concretamente nelle città. I sindaci sono i primi a subire questa distorsione: amministrano i comuni, ma non governano l’ordine pubblico. Eppure sono spesso i primi (se non gli unici) a cui i cittadini chiedono conto di aggressioni, furti, degrado. Un cortocircuito istituzionale, in cui si risponde politicamente di competenze che non si possiedono giuridicamente.

A onor del vero, esiste un corpo di polizia che dipende direttamente dal sindaco, la Polizia municipale, ma con una precisazione fondamentale: secondo l’assetto normativo vigente, il comandante riceve dal sindaco solo direttive di carattere generale e il corpo di cui è alla guida, non si occupa in prima linea di contrasto alla criminalità, che rimane di competenza primaria di polizia e carabinieri.

L’attività operativa della polizia locale, soprattutto quando incide su ordine e sicurezza pubblica, resta sempre sottoposta al coordinamento dell’autorità statale di pubblica sicurezza, cioè Prefetto e Questore. Ma vi è di più, perché anche quando il sindaco opera come autorità locale di pubblica sicurezza, lo fa non come rappresentante della comunità, ma come ufficiale del Governo, dipendendo funzionalmente dallo Stato. In caso di necessità, questa funzione può essere persino sospesa o superata dall’intervento diretto della Polizia di Stato.

Il risultato è un sistema frammentato, dove le responsabilità attribuite si disperdono e la sicurezza diventa una zona grigia: tutti ne parlano, pochi ne rispondono davvero. E nel frattempo le città restano scoperte, soprattutto di notte, quando la distanza tra architettura istituzionale e vita reale diventa più evidente.

Tuttavia i sindaci e, più in generale, gli amministratori locali non si devono chiamare fuori dal problema, potendo comunque contribuire al contrasto del degrado urbano, che della criminalità è il primo catalizzatore. Le politiche sociali e culturali nel territorio, quando indirizzate a prevenire la marginalizzazione sociale, aiutano a contenere quelle situazioni di disagio destinate a diventare terreno fertile per la malavita, del quale si nutre e prospera. 

In definitiva, serve un vero patto istituzionale che rimetta al centro la sicurezza non come parola di cui riempirsi la bocca all’occasione, ma come obiettivo di progresso sociale. Se la sicurezza è un diritto, allora va trattata come una politica pubblica ordinaria, non come una reazione emotiva!
Questo significa smettere di inseguire l’emergenza e iniziare a governare la quotidianità. La sicurezza non si costruisce solo aumentando i controlli, ma riducendo le condizioni che rendono uno spazio insicuro.

Stop alla propaganda

Una città sicura è una città abitata, dove i mezzi pubblici non si fermano al tramonto, dove l’illuminazione è curata come attività ordinaria, e non straordinaria, e dove i servizi continuano ad esistere anche nei quartieri più fragili. La presenza dello Stato non è solo coercizione o minaccia di punire i criminali: è continuità, visibilità, affidabilità. Lo Stato deve assumersi fino in fondo la guida della sicurezza urbana, ma i comuni devono essere messi nelle condizioni di agire, con risorse, strumenti e competenze chiare. 

Accanto a questo, serve riconoscere che il degrado non è neutro e ogni spazio abbandonato è una rinuncia preventiva al controllo del territorio. Intervenire sul decoro, sulla vivibilità, sull’accessibilità non è un vezzo estetico, è prevenzione concreta. È scegliere se una piazza resta un luogo di incontro o diventa un’area da evitare.

Infine, la sicurezza va sottratta alla propaganda: non può essere né un’arma ideologica né un tabù culturale. La sicurezza è diventata una questione di marketing politico, di spauracchio elettorale da agitare a convenienza, facendo leva sulla paura. Ma la paura non si reprime, si disinnesca, e per farlo servono spazi vivi, non zone sorvegliate: luci che funzionano, autobus che passano, quartieri che non vengano lasciati marcire. Serve un’urbanistica che protegga, non che isoli, perché decidere di non intervenire è una resa collettiva. Quando lo Stato smette di garantire le condizioni per muoversi liberamente, la libertà è già finita.La sicurezza non è un privilegio, è un diritto. Eppure sembra che in questo Paese si debba scegliere: libertà o protezione, coraggio o prudenza, uscire o restare a casa. Le città italiane non sono pericolose, sono disattente, e la disattenzione è la forma più vile dell’indifferenza.

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