Guardare Gaza da Tel Aviv: Naza e il contro documentario dell’IDF

Carmela Di Matteo

Sono passati tre anni dal 7 ottobre 2023 e di Gaza si parla ogni giorno, in ogni lingua, con l’effetto singolare che ne sappiamo meno di prima.

Le parole si sono accumulate fino a coprire il luogo di cui avrebbero dovuto riferire e le immagini, ripetute a sazietà, hanno finito per somigliarsi tutte. La Striscia è diventata per noi una regione dell’immaginazione, un nome che si pronuncia con la sicurezza di chi ha già un’opinione.

Ha contribuito, fin dall’inizio della guerra, il divieto d’ingresso opposto ai giornalisti stranieri: sono entrati soltanto pochi inviati al seguito dell’esercito israeliano, con servizi sottoposti a controllo. Il resto ci è arrivato di seconda mano e, ogni volta che ci è parso di avere la realtà davanti agli occhi, c’era qualcuno che aveva già stabilito come mostrarcela.

In questo vuoto è caduto Naza, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor premiato a Venezia. Poche settimane dopo gli è stata opposta una replica, prima con un documento ufficiale dell’esercito israeliano e poi con un secondo film, firmato da altri israeliani e dichiaratamente nato per smontare il primo. Anche qui a parlare sono dei militari e le loro parole divergono in tutto: uno racconta un pentimento, l’altro rivendica quel che è stato fatto e contesta gli ex colleghi.

Le prove, se esistono, sono però altrove e restiamo con due racconti inconciliabili. Nessuno può stabilire quale dei due sia quello vero, almeno per ora, ammesso che la verità appartenga interamente a uno soltanto.

Cosa significa Naza

Naza è l’acronimo ebraico di nezek agavi, che si rende in italiano con «danno collaterale» ma che alla lettera dice qualcosa come «danno incidentale». Nel gergo dell’esercito indica i civili che si accetta di perdere quando si decide di colpire un obiettivo militare. Basta la definizione a mettere a disagio, dato che “danno” è parola da perizia assicurativa e riduce una persona a una voce di spesa; l’aggettivo che le sta accanto la relega ai margini dell’operazione, come un residuo, qualcosa che accade mentre si fa altro.

Secondo il film, quel numero veniva fissato prima di ogni attacco e faceva parte del calcolo. Gli intervistati sostengono che in certi casi si fosse arrivati a prevedere cinquecento civili morti per un solo bersaglio e che con essi si mettesse in conto la distruzione di villaggi e quartieri interi. L’esercito israeliano nega che attacchi simili siano mai stati pianificati o autorizzati; in Naza, invece, se ne parla come di una possibilità prevista, non di un’eccezione imprevedibile.

Il documentario dura circa ottanta minuti. Lo hanno firmato due registi israeliani che nel 2025 avevano vinto l’Oscar con No Other Land, girato insieme a due colleghi palestinesi e dedicato alle demolizioni nei villaggi della Cisgiordania. Naza è nato in collaborazione con il Guardian e a Venezia è stato l’unico documentario del concorso principale. La prima è stata accolta da un applauso di venticinque minuti e due giorni dopo è arrivato il Premio speciale della giuria. Il film ha ottenuto poi una distribuzione in decine di Paesi.

Gli intervistati sono ventiquattro, tra soldati e uomini dell’intelligence, le cui identità sono state controllate dai due registi. Nel 2024, Abraham aveva già pubblicato un’inchiesta su Lavender, il sistema di intelligenza artificiale che il documentario riprende e colloca al centro del racconto. 

Il racconto del documentario

Le voci arrivano di notte, dai tetti di Tel Aviv, alterate fino a diventare irriconoscibili. Raccontano il funzionamento di un apparato costruito in molti anni: una sorveglianza quasi totale delle comunicazioni di Gaza e, sopra di essa, Lavender, un software che indica i sospetti membri di Hamas incrociando telefonate e spostamenti. Uno degli intervistati paragona il lavoro a quello di una fabbrica, una sorta di catena di montaggio dove ognuno ha un compito: ad alcuni, tocca anche lanciare attacchi a distanza con droni. 

Un intervistato paragona il proprio ruolo a un videogioco, immagine che resta impressa forse anche più a lungo delle cifre: un bersaglio sullo schermo ed un’esplosione che da quella stanza non si vede e non si sente.

Il documentario non mostra Gaza, ci tiene a Tel Aviv, a guardare i palazzi dall’alto con i propri balconi, dai quali intravediamo gente qualunque nelle proprie serate: c’è chi si è messo davanti a un film, chi mangia qualcosa. Le finestre sono accese, la città è viva e abitata mentre la voce alterata parla di interi edifici distrutti pur non avendo prove della presenza di terroristi al loro interno. 

Qui, infatti, si definisce il limite del sistema utilizzato dall’esercito israeliano, un software basato sull’intelligenza artificiale indica i bersagli, colora le zone sullo schermo a seconda della pericolosità delle stesse, ma nessun umano, secondo il film, verifica le informazioni fornite. Si attacca direttamente.  

Colpisce la testimonianza di un militare, che si chiede che cosa sia lui, se si ritiene che i nazisti fossero il male. Le parole hanno un peso e le immagini sono quelle di una sera normale, ma tra le une e le altre si apre una distanza che il film non colma mai. 

Chi ha parlato di videogioco, aveva uno schermo davanti; per ottanta minuti, è come se lo avessimo davanti anche noi spettatori. Le immagini di Gaza arrivano solo verso la fine, per pochissimi minuti. Fino ad allora, guardiamo la Striscia come la guardavano quei soldati, cioè senza vederla.

Si capisce abbastanza in fretta che il limite del film è l’anonimato. Chi guarda ha sempre chiaro chi siano davvero gli intervistati, quale ruolo abbiano avuto, quanto fossero vicini alle decisioni di cui parlano, se abbiano assistito agli episodi descritti o li conoscano per sentito dire da altri. 

Anche tra i critici che hanno apprezzato il documentario c’è chi ha ammesso la lacuna di non poter verificare alcune delle accuse più gravi. Un documentario di questa portata chiede allo spettatore un credito che il lavoro giornalistico e il confronto con altre fonti possono in parte garantire. Il resto potrebbe coprirlo soltanto un’indagine indipendente, con accesso agli atti.

Naza sarà disponibile gratuitamente online sul The Guardian.

Dieci pagine di risposta

Il primo ottobre di quest’anno, le forze armate israeliane hanno pubblicato una replica di dieci pagine. Secondo l’esercito, i registi non avrebbero consegnato una copia del film: il testo si fonda quindi sul resoconto di un proprio rappresentante presente a una proiezione pubblica a Bologna. Il giudizio è severissimo: il quadro che Naza offre sarebbe distorto e in malafede. L’esercito afferma che nessun attacco con cinquecento civili tra le vittime previste è mai stato pianificato né approvato, che bersagli e attacchi sono decisi da persone e mai delegati a un’intelligenza artificiale, che le direttive separano con chiarezza combattenti e civili, e che molti degli intervistati descriverebbero soltanto le fasi iniziali del processo decisionale.

Nello stesso documento si ammette che combattere un’organizzazione come Hamas, radicata nella popolazione civile, pone dilemmi enormi, lasciando così aperta la strada alle critiche sulla condotta dell’esercito, passaggio che impedisce di liquidare la replica come una negazione totale. Resta da chiedersi chi possa stabilire dove finisca una critica legittima e dove cominci la falsificazione deliberata, quando le informazioni necessarie per controllare accuse e smentite sono in gran parte sottratte a qualunque verifica indipendente.

Attorno al documento si è mossa la politica. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha parlato, già a settembre, di «accusa del sangue», espressione che richiama un’antica calunnia antisemita e ha ordinato di valutare azioni legali. Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato che avrebbe agito per togliere la cittadinanza ai registi. Benjamin Netanyahu ha denunciato un «incitamento antisemita globale» e ha annunciato una legge per revocare la cittadinanza a chi diffami i soldati israeliani all’estero.

Il Committee to Protect Journalists e altre organizzazioni per la libertà di stampa hanno chiesto che siano garantiti i diritti e la sicurezza dei due autori, mentre più di millecinquecento cineasti israeliani hanno firmato una petizione in difesa della libertà di espressione. Sulla stampa israeliana, qualcuno ha osservato che chi è convinto della falsità del film dispone di un modo semplicissimo per provarla, ovvero dimostrare che non è così che funziona. 

Naza: The Real Story

Il secondo film si intitola Naza: The Real Story, dura quarantanove minuti ed è firmato da Roi Danino, ufficiale della riserva, insieme a Hagai Gutman e Ariel Averbuch, anche lui riservista. Gli autori lo definiscono un film d’attacco, pensato per trascinare la discussione sul terreno degli avversari. Alcune scene sono girate di notte sui tetti di Tel Aviv, a ricalcare l’ambientazione scelta da Abraham e Szor. La struttura è simile, con testimonianze e spiegazioni. Cambia ciò che sta tra un’intervista e l’altra, cioè i filmati girati dall’IDF nella zona di guerra.

La narrazione che unisce tutto il documentario è che i terroristi sono ovunque, dalle camerette dei bambini, agli ospedali. Per questo, nessun luogo può essere realmente escluso. Tuttavia, i soldati raccontano di avere il divieto di avvicinarsi ad alcuni obiettivi sensibili, come appunto ospedali o luoghi di culto: i terroristi lo sanno e, per questo, ne approfitterebbero.

La scena che più torna, che dà il tono all’intero film, è quella dei militari che mostrano armi e cunicoli trovati in alcune stanze di bambini. Scene analoghe riguardano anche alcuni luoghi di culto. Per quarantanove minuti il film ripete lo stesso argomento: Hamas come organizzazione che avrebbe incorporato la popolazione civile e gli spazi della vita quotidiana nel proprio apparato militare.

Quei filmati suscitano qualcosa, sarebbe ipocrita negarlo. E posto che tutto sia autentico, quei filmati rispondono a una domanda diversa da quella posta da Naza. 

Che Hamas si nasconda tra i civili è un fatto; quanti civili l’esercito accetti di uccidere per ogni bersaglio ne è un altro.

Due documentari, due domande

I due film non appartengono allo stesso genere: conviene dirlo subito, perché nel dibattito pubblico vengono trattati come se fossero intercambiabili. Il primo è un’inchiesta, con i limiti che abbiamo visto; il secondo, per dichiarazione dei suoi stessi autori, è un film d’attacco.

Diversi sono, a mio avviso, anche i punti deboli. Nel primo non sappiamo chi parli, da quale posizione, quanto vicino alle decisioni che racconta; ma una testimonianza può pesare sulla coscienza di chi l’ascolta anche in assenza di una conferma indipendente. Nel secondo, i filmati li ha girati l’esercito e li ha scelti e montati chi voleva difenderlo, e senza sapere che cosa sia rimasto fuori è difficile giudicarli; anche quelle immagini, però, sono potenti e suscitano emozioni autentiche. Nessuno dei due è, beninteso, una prova definitiva.

Israele, dal canto suo, dice cose che il primo film non cancella. Ha subìto il 7 ottobre, quando Hamas uccise circa milleduecento persone in territorio israeliano, in gran parte civili, e portò a Gaza 251 ostaggi. L’esercito sostiene che le decisioni operative siano prese da esseri umani: una commissione indipendente potrebbe verificarlo, e che finora nessuno, dall’esterno, abbia avuto accesso completo agli elementi necessari è tra le cose più inquietanti dell’intera vicenda.

Anche l’espressione «intelligenza artificiale» chiede prudenza. L’esercito afferma che i sistemi di analisi assistano gli analisti senza scegliere in autonomia i bersagli; il film attribuisce loro un peso assai maggiore. La questione, a mio avviso, va oltre Gaza, a prescindere da chi abbia ragione. Quanto controllo conserva una persona quando una macchina le suggerisce dei bersagli? Quanto di umano resta, se si limita a firmare ciò che altri, o altro, ha preparato? Sono domande che riguardano ogni esercito moderno e tutte le società che affidano alle macchine una parte crescente delle proprie decisioni.

Due lutti

Al di là delle versioni, restano i morti di entrambe le parti. Da un lato le famiglie degli ostaggi e delle persone uccise il 7 ottobre, che hanno atteso per più di due anni giustizia e risposte, fino al gennaio 2026, quando è stata restituita l’ultima salma, quella di Ran Gvili. Dall’altro, i palestinesi di Gaza, con decine di migliaia di morti, bambini compresi, e circa 174.738 feriti secondo il ministero della Sanità di Gaza, i cui conteggi non distinguono tra civili e combattenti, in un luogo in gran parte distrutto.

Riconoscere un lutto non obbliga a negare l’altro. Eppure il dolore è diventato una questione di appartenenza: ciascuno eredita i propri morti insieme alla bandiera. Un civile israeliano ucciso non diventa più accettabile perché è morto un civile palestinese, e un bambino di Gaza non è meno morto perché il 7 ottobre Hamas ha compiuto una strage.

Il cessate il fuoco dell’ottobre 2025 non ha fermato tutto. Secondo lo stesso ministero, da allora sono state uccise oltre 1350 persone, e Abraham, ritirando il premio a Venezia, ha ricordato che nei dieci giorni del festival sono morti a Gaza almeno sei bambini. Ma quella tregua imperfetta è nata da un negoziato e non da un’altra offensiva: la prova che un’alternativa alle armi esiste, per quanto fragile. Dirsi pacifisti, oggi, suona come una posa o un’ingenuità; io intendo la parola in modo più modesto. Nessuna vittoria militare restituisce un figlio a una madre, due popoli destinati a restare vicini di casa dovranno prima o poi trovare un modo di stare nello stesso spazio.

Che cosa chiedere alla politica

Quel modo non lo trovano né i film né i servizi di intelligence, perché tocca ai governi costruirlo, con la politica e la trattativa. Ed è ai politici, di qua e di là, che dovremmo rivolgere l’invito a smettere di usare le parti in lotta, e i film che le raccontano, come bandiere da sventolare o munizioni da lanciare. Vale per chi vuole togliere la cittadinanza a due registi, trasformando un dissenso in tradimento, e vale per chi di quello stesso documentario si serve per condannare un intero popolo o per raccogliere consenso. In tempo di elezioni la tentazione è comprensibile, ma è proprio quella che allontana la pace. Alla politica spetta ciò che finora è mancato: un accertamento indipendente dei fatti, perché si smetta di combattere sulle versioni e si discuta di ciò che è accaduto.

Non è un dettaglio che il documentario più discusso dell’anno sia opera di due israeliani, e israeliana anche la replica. Dentro Israele esiste un dibattito morale che da fuori arriva solo in parte, fatto di paura, di senso di colpa e di dubbio su cosa significhi essere israeliani in una guerra che ha cambiato per sempre il Paese.

Si può dubitare di entrambe le versioni senza smettere di credere ai morti. Per chi sta fuori, l’unica posizione onesta è chiedere due cose insieme: che i fatti vengano accertati e che si smetta di morire mentre li si discute. Solo così Gaza e Tel Aviv potranno tornare a essere luoghi abitati da persone e non argomenti, e nessuno, da una parte o dall’altra del confine, dovrà più essere chiamato «danno incidentale».

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