La rivoluzione della Gen Z in Nepal: cosa è successo a distanza di un mese?

Francesco Gualtieri

Un mese dopo le proteste che hanno infiammato Katmandu, il Nepal vive ancora gli effetti della rivoluzione guidata dalla Generazione Z. Giovani, studenti e attivisti hanno ribaltato il potere politico, dando inizio a una fase di transizione inedita per il Paese himalayano.

Alcune info da conoscere sul Nepal

Con una popolazione di poco più di 30 milioni di persone, distribuite in una superficie paragonabile a quella della Grecia, il Nepal dal punto di vista territoriale è unico al mondo. Montuoso, senza sbocco sul mare, situato tra il nord dell’India e il sud della regione autonoma tibetana di Cina, il Nepal è una delle gemme dell’Asia meridionale.

Geograficamente il paese si divide in tre zone:
– il Tarai, che comprende tutto il confine sud con l’India e dove vi è un’altitudine che va dai 60 ai 300 metri sopra il livello del mare;
– il Pahad, situato ai piedi dell’Himalaya comprende il 65% del territorio nepalese e le sue città principali, tra cui la capitale Katmandu, ad altitudini che toccano i 4000 metri;
Himalaya (o Parbat) nella quale sono presenti alcune tra le montagne più alte del mondo come l’Everest o il Makalu. 

Il Nepal non è solo un paradiso per gli amanti della montagna e dell’alpinismo: ha una rilevanza culturale e religiosa per tutto il sub-continente indiano, con un importantissimo numero di siti sacri induisti e buddisti come il tempio di Swayambhunath o il Tempio di Pashupatinath di Katmandu. 

Suddivisone regionale del Nepal

Il Nepal è uno dei paesi più poveri dell’Asia con circa il 20% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Fattori come la geografia estrema del paese, l’instabilità politica, la corruzione interna e la mancanza di opportunità lavorative per i giovani rendono difficile il mantenimento e la creazione di infrastrutture primarie come servizi internet e strade. Questa situazione alimenta fenomeni come l’emigrazione giovanile e la disoccupazione. Con una popolazione tra le più giovani al mondo (25 anni di media), il Nepal vive in una tensione costante: i giovani chiedono futuro, ma incontrano ostacoli sempre più duri. Non stupisce quindi che siano stati proprio loro a guidare la rivoluzione del settembre 2025.

Rivoluzione del settembre 2025 

Lunedì 8 settembre 2025 migliaia di giovani studenti nepalesi hanno marciato nelle strade di Katmandu verso il Parlamento e, nonostante il tentativo di sedare la protesta da parte della polizia con l’utilizzo di lacrimogeni e idranti, sono riusciti in pochi giorni a dar vita a una vera e propria rivoluzione antigovernativa in tutto il Nepal guidata dalla generazione Z.

Questi ragazzi, nati all’inizio del nuovo millennio, sono cresciuti in paese dove le promesse di una vita migliore si sono scontrate con la corruzione, disuguaglianze e mancanza di prospettive. Come tutti i ragazzi della generazione Z i social sono un mezzo non solo di comunicazione digitale ma anche uno strumento per creare spazi di dibattito, denuncia sociale e creatività

La scintilla che ha innescato l’incendio nel Paese è stata accesa pochi giorni prima dell’evento. All’inizio di settembre, infatti, il governo del Partito Comunista del Nepal, guidato dall’allora primo ministro Sharma Oli, aveva disposto il blocco della maggior parte delle piattaforme social — tra cui YouTube, Facebook e WhatsApp — introducendo l’obbligo di registrazione per gli utenti. La misura, ufficialmente motivata con l’intento di contrastare la diffusione di fake news, la criminalità online e i discorsi d’odio, si è presto rivelata per ciò che realmente era: un tentativo di limitare il dissenso politico attraverso il controllo diretto dell’informazione. I cittadini nepalesi hanno interpretato il provvedimento come un grave attacco alla libertà d’espressione e, sebbene sia stato ritirato già il giorno successivo alla sua emanazione, ormai il dado era tratto.

Martedì 9 settembre 2025 i manifestanti hanno incendiato il Parlamento, la sede della Corte Suprema, gli uffici governativi, la sede editoriale del gruppo Kantipur Publications e la residenza dell’ex primo ministro Sharma Oli, oltre a numerosi altri simboli della ricchezza come l’hotel Hilton. La protesta si è successivamente diffusa in più aree del paese obbligando le forze di polizia a imporre un coprifuoco e a chiudere tutti gli aeroporti del paese. Si registrano, inoltre, 13.500 detenuti evasi.

La furia delle proteste non si è abbattuta solo sugli edifici simbolo del potere, ma ha travolto anche gli esponenti del governo comunista. Emblematiche sono le immagini dei politici e delle loro famiglie in fuga dalla capitale, aggrappati agli elicotteri, o dei principali membri del governo costretti a scappare per le strade delle città. Particolarmente eclatante è stato l’episodio che ha coinvolto il ministro delle Finanze, trascinato tra la folla e costretto a sfilare nudo in un fiume della capitale, in segno di pubblica umiliazione.

Il post rivoluzione e le elezioni Z

A seguito della rivoluzione, il governo comunista del Nepal e la sua casta sono collassati e l’esercito ha preso le redini del Paese con lo scopo di mediare una transizione pacifica. Allo stesso tempo i giovani manifestanti della generazione Z, che pochi giorni prima avevano dato fuoco ai principali simboli del potere, si sono messi a pulire le strade della capitale per dimostrare che il fine della rivolta era la ricostruzione di un Nepal migliore e più giovane.

Pochi giorni dopo, nel vuoto politico creatosi dopo la caduta del partito comunista, la necessità di trovare una leadership condivisa è diventata urgente. In pieno stile generazione Z, più di 130.000 persone si sono riunite in un server Discord per eleggere il nuovo primo ministro. Questo evento rappresenta un esperimento politico senza precedenti in Asia meridionale, che ha mostrato come i social, da strumenti di protesta, potessero trasformarsi in strumenti di democrazia diretta. Il 12 settembre 2025 è stata eletta come prima ministra Sushila Karki (è la prima donna a ricoprire tale ruolo nella storia del Nepal) con lo scopo di guidare il paese fino alle elezioni previste per marzo 2026. 

Ex giurista e attivista per la trasparenza, Sushila Karki è stata la prima donna a ricoprire la carica di Chief Justice della Corte Suprema del Nepal dal 2016 al 2017, distinguendosi per il rigore, l’indipendenza e la lotta alla corruzione. La sua nomina è stata  perciò accolta come un compromesso tra l’energia radicale dei giovani e la necessità di istituzionalizzare il cambiamento: rappresenta la fusione tra esperienza e idealismo, tra passato e futuro, incarnando quella “nuova normalità” che molti nepalesi sperano di costruire dopo i gironi di caos.

Tre manifestanti in cima al Singha Durbar palace, sede del governo a Katmandu
Foto: Niranjan Shrestha / AP / LaPresse (pubblicata su Internazionale)

Le reazioni internazionali

Storicamente il Nepal è come un acrobata che cammina su un filo sospeso tra due giganti: ha sempre mantenuto un atteggiamento altalenante, con lo scopo di mantenere buoni rapporti sia con l’India che con la Cina e non rischiare di precipitare nelle fauci dell’una o dell’altra. 

È chiaro come sia l’India che la Cina, per motivi storici e geografici differenti, sono i principali attori interessati alla stabilità del Paese ed entrambi hanno avuto reazioni diverse.

Tramite il suo portavoce del Ministero degli Esteri la Cina ha dichiarato: “tutte le parti in Nepal affrontino correttamente le questioni interne e ristabiliscano l’ordine sociale e la stabilità nazionale il prima possibile”. Successivamente si è però congratulata per la nomina di Sushila Karki, evidenziando la volontà di Pechino di collaborare con la nuova amministrazione. Si può notare che, nonostante la caduta del Partito Comunista del Nepal, allineato alle politiche di Pechino, la Cina abbia adottato un atteggiamento pragmatico volto a mantenere i forti legami economici con Katmandu.

Anche Nuova Delhi, dopo una iniziale apprensione che ha portato all’intensificazione dei controlli di frontiera, ha mostrato entusiasmo per l’elezione di Sushila Karki augurandosi che il suo mandato porti stabilità e che le elezioni del marzo 2026 si tengano in modo libero e regolare.

Organizzazioni internazionali come l’ONU e l’Unione Europea hanno richiesto un’indagine indipendente sugli eventi, volta a individuare chiunque abbia abusato della violenza auspicando che il governo nepalese protegga i diritti fondamentali (assemblea pacifica, libertà di espressione).

Manifestanti a Kathmandu col ritratto dell’ex primo ministro Sharma Oli.
Foto: Narendra Shrestha/Epa (Pubblicata su Il Manifesto)

Reazioni italiane alla rivolta in Nepal

Ad oggi, il Governo italiano non ha emesso né comunicati ufficiali né dichiarazioni pubbliche sui fatti avvenuti in Nepal, privilegiando azioni volte alla prevenzione di eventuali rischi per i cittadini italiani. Le uniche informazioni a disposizione, sono comunicati provenienti dal Consolato Italiano di Calcutta e dalla Farnesina che invitano a seguire le disposizioni della polizia locale (come il coprifuoco) ed evitare spostamenti verso il Nepal. Inoltre, il Governo italiano ha appoggiato le richieste delle organizzazioni internazionali e dell’Unione Europea sul perseguimento di un’indagine internazionale.

Cosa ci si può aspettare in vista di marzo 2026?

È difficile fare previsioni puntuali su quello che succederà nei prossimi sei mesi in Nepal, ma si può notare come il nuovo Governo ad interim sia determinato nel garantire i diritti di voto per i cittadini interni e per gli espatriati in tutto il mondo in vista delle elezioni del 5 marzo 2026. Si contano circa 5 milioni di nepalesi tra i 18 e 35 anni che studiano o lavorano in più parti del mondo (specialmente in India, nei paesi del golfo, Malesia e Stati Uniti). Nonostante l’entusiasmo per la proposta, la sfida rimane ardua e realizzabile solo in parte a causa di ostacoli legali, tecnici e dal poco tempo a disposizione.

Infine, le promesse di trasparenza e anticorruzione saranno al centro della campagna elettorale e della legittimazione del nuovo governo. 

Se il Governo provvisorio non darà segnali forti in termini di inchieste credibili, la pressione popolare potrà trasformarsi in disillusione o disaffezione.

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