Chi è Magyar? Cosa cambia in Ungheria su diritti, UE, Ucraina e corruzione

Francesco Gualtieri

Dopo 16 anni di governo incontrastato il regime di Viktor Orbán arriva al capolinea lasciando il passo a Peter Magyar, che ha stravinto le elezioni con il 53% dei consensi e conquistando i 2/3 dell’Országház. Il 12 aprile il popolo ungherese, presentatosi alle urne con un’affluenza del 77%, si è riversato per le strade di Budapest festeggiando, com’era successo per la caduta del comunismo, la fine della presidenza Orban percepita internamente, e anche a livello europeo, come autoritaria.

Il cambio di governo a Budapest è sicuramente un primo segnale di ripresa democratica del paese, ma adesso sorgono una serie di interrogativi sul nuovo esecutivo: Chi è Peter Magyar? È giusto festeggiare? Ci sarà un cambiamento radicale rispetto ad Orban?

In questo articolo cercherò di fare un po’ di chiarezza su questi punti.

Peter Magyar e Viktor Orban

Chi è Peter Magyar?

Nato a Budapest nel 1981, Peter Magyar potrebbe essere definito come “figlio d’arte” di una famiglia da sempre protagonista nella scena politica ungherese. Tra i suoi parenti figura l’ex Presidente della Repubblica Ferenc Mádl mentre la madre è stata Alta funzionaria della Corte Suprema. La sua ex moglie, Judit Varga, è stata, a sua volta, Ministra della giustizia nei governi di Orban.

Nonostante i suoi studi in giurisprudenza e la sua iniziale carriera di avvocato, Magyar comincia il suo percorso istituzionale all’interno del partito Fidesz di Orbán nel 2002 grazie alla stessa Judit Varga. I due, nel 2009, si trasferirono a Bruxelles dove Magyar coprì una pluralità di ruoli tra i quali: nel 2010, collaboratore del ministero degli affari esteri e del commercio, dal 2011, diplomatico specialista nella Rappresentanza Permanente dell’Ungheria presso l’Unione Europea, dal 2015, diplomatico responsabile di gruppo presso l’ufficio del primo ministro Orbán.

In questi anni Magyar mantiene un profilo relativamente basso e viene considerato come un insider leale e parte della rete governativa, ma, allo stesso tempo, conosce sempre più i meccanismi del potere politico ed economico del paese.

Proprio questa vicinanza al sistema, che inizialmente ne favorisce l’ascesa, finirà per alimentare negli anni successivi un crescente distacco critico nei confronti del modello di governo di Orbán, fino alla rottura definitiva.

Chi è Peter Magyar. Fonte ISPI

La Rottura con Orbán

Il punto di rottura con Fidesz arriva nel febbraio 2024: in seguito allo scandalo legato alla grazia concessa dalla Presidente della Repubblica Katalin Novák a Endre Kónya, coinvolto nel caso di abusi su minori nell’istituto di Bicske, si dimettono sia la stessa Novák sia Judit Varga, che si ritira dalla vita pubblica.

In questo contesto, Péter Magyar rassegna le dimissioni da tutte le cariche statali, denunciando implicitamente la gestione del caso da parte del governo di Viktor Orbán.

Lo scandalo colpisce in modo particolarmente duro l’esecutivo perché mette in discussione uno dei pilastri della sua narrazione politica: la difesa dei valori cristiani e della famiglia. La scelta di concedere la grazia a una figura coinvolta in un caso di pedofilia appare infatti, agli occhi dell’opinione pubblica, in aperta contraddizione con la retorica conservatrice promossa per anni da Orbán, alimentando una crisi di credibilità senza precedenti.

Di fronte a questa situazione, Magyar riuscì a porsi come figura principale dell’opposizione al governo di Orbán grazie soprattutto ad una sua intervista al canale YouTube “Partizán” dove criticò aspramente la deriva del governo e il deterioramento dello stato di diritto, denunciando un sistema sempre più caratterizzato da concentrazione del potere, clientelismo e progressiva erosione delle istituzioni democratiche. L’intervista raggiunse il milione di visualizzazioni in sole 24 ore dalla pubblicazione.

Sull’onda della popolarità, nel marzo del 2024, Magyar fondò il suo movimento politico “Talpra, Magyarok!” (Alzatevi ungheresi), che inizialmente si configurò come una piattaforma di mobilitazione civica e protesta. In seguito, nell’aprile dello stesso anno, questa spinta si tradusse in un progetto politico più strutturato con la nascita del partito TISZA (Rispetto e Libertà), attraverso il quale Magyar cercò di trasformare il consenso raccolto in una forza elettorale organizzata.

La vittoria di Peter Magyar alle elezioni. Fonte: Bee Magazine

La fine di un regime e la vittoria del 2026

Il risultato delle elezioni europee del 2024 è stato un risultatostorico per TISZA che ha raggiunto il 30%. Mai nessun partito ungherese, eccetto quello di Orbán, aveva mai ottenuto un risultato simile. Da questo momento iniziò la campagna elettorale e l’ascesa di Magyar che lo ha portato alla vittoria nel 2026.

Le questioni toccate da Magyar in campagna elettorale sono state innumerevoli ma i temi più rilevanti sono stati: la corruzione, secondo Transparency International l’Ungheria è uno dei paesi più corrotti nell’Unione Europea. In questo senso Magyar ha parlato di appalti truccati e di arricchimento della cerchia governativa di Orbán e dei suoi familiari.

Il secondo tema più rilevante è stato quello economico, infatti, il paese è in una fase di stagnazione economica da 3 anni, l’inflazione ha toccato il 25%, la disoccupazione è in calo ma ciò è il risultato del fatto che moltissimi ungheresi sono andati via dal paese negli anni e questo è uno dei temi più sentiti dalle persone.

Secondo alcuni anche la scelta dei temi trattati dai due sfidanti in campagna elettorale ha giocato un ruolo nella vittoria del TISZA. Se Magyar, da un lato, ha cercato di fare massa critica su questioni che toccano la pancia delle persone ciò non si può di Orbán che, dall’altro lato, si è concentrato sulle questioni internazionali come i rapporti con Zelensky e la guerra in Ucraina che per l’ungherese medio sono percepiti temi lontani.

Le elezioni di poche settimane fa hanno decretato un verdetto chiaro e inequivocabile sia dal punto di vista politico che sociale. Magyar ha vinto con il 53% dei voti e conquistando i 2/3 del parlamento staccando nettamente Orbán fermo al 37% che ottiene solo 55 seggi.

È interessante vedere che in parlamento è entrato anche il partito di estrema destra “Patria Nostra” con il 5.8% guidato da László Toroczkai. Quest’ultimo è stato in passato denominato negli ambienti europei come “Il cacciatore di migranti” in quanto andava al confine con la Serbia a cercare i migranti che tentavano di attraversare il confine nella rotta balcanica.

Dal punto vista sociale l’affluenza del 77% (massimo storico) e i festeggiamenti sia all’interno del paese che da parte dagli ungheresi in tutta Europa dimostra come questo risultato sia stato percepito non solo come una vittoria elettorale, ma come un momento di svolta politica e simbolica per il paese.

Alla festa delle vittoria elettorale si è distinto Zsolt Hegedűs, parlamentare e proabile futuro ministro alla sanità ungherese, balla meglio di molti di voi che stanno leggendo questo articolo.

Nuove facce ma stessi problemi

Nonostante l’entusiasmo, diversi osservatori sottolineano come la vittoria di Péter Magyar sia stata favorita più dal diffuso rigetto nei confronti di Viktor Orbán che da una piena adesione al suo programma politico. Ma è giusto ricordare che Magyar, pur presentandosi come volto del cambiamento, resta espressione di una tradizione politica cristiano-conservatrice profondamente radicata nella destra ungherese. Il paradosso di Magyar sta proprio nel fatto che, pur essendosi imposto come alternativa a Orbán, continua a muoversi dentro coordinate culturali in parte simili a quelle della destra conservatrice ungherese in questo senso è facile individuare una linea di continuità su alcuni punti.

Sul piano della politica estera, ad esempio, la posizione di Péter Magyar nei confronti dell’Unione europea e del conflitto in Ucraina resta ancora poco definita: durante la campagna elettorale il tema è rimasto in secondo piano, alimentando aspettative di un possibile approccio più pragmatico, ma senza segnare una rottura netta con il passato.

Analogamente, sulle questioni sociali emergono elementi di continuità: il silenzio sui diritti LGBTQ+, tema centrale nella costruzione del consenso della destra ungherese, e una linea ancora più restrittiva sull’immigrazione (con il sostegno al mantenimento della barriera al confine con la Serbia) indicano una sostanziale adesione a un’impostazione conservatrice.

Infine, anche sul piano energetico, non si registrano cambiamenti radicali: se da Bruxelles si è spinto per un rapido disimpegno dal gas russo, in Ungheria l’orizzonte resta più graduale, con tempistiche che guardano al medio-lungo periodo, confermando un approccio prudente e in continuità con le scelte precedenti.

Il Pride di Budapest nel 2025 che ha coinvolto 200mila persone, l’ex premier Orban ha cercato di fermarlo in tutti i modi senza successo.

Dobbiamo essere ottimisti?

La vittoria di Péter Magyar apre indubbiamente una nuova fase politica, ma le incognite restano numerose. Parte del suo successo è stata resa possibile dal sostegno di elettori che, in condizioni ordinarie, difficilmente avrebbero appoggiato la sua proposta politica; un elemento che lascia presagire un consenso potenzialmente instabile nel medio periodo. In questo scenario, forze più radicali come quella guidata da László Toroczkai potrebbero cercare di intercettare il malcontento e ridefinire gli equilibri a destra.

Sul piano internazionale, uno dei primi risultati concreti che il nuovo governo potrebbe ottenere è lo sblocco dei fondi europei destinati all’Ungheria, così come un ruolo più costruttivo nei negoziati europei legati al sostegno all’Ucraina. Tuttavia, questi obiettivi restano strettamente condizionati all’attuazione di riforme strutturali richieste da Bruxelles, un processo che richiede tempo e stabilità politica.

Allo stesso tempo, però, il semplice fatto che si sia arrivati a un’alternanza dopo oltre un decennio di governo di Viktor Orbán rappresenta di per sé un segnale significativo. Dopo sedici anni di dominio politico quasi incontrastato, il sistema ungherese sembra aver ritrovato una certa capacità di competizione e rinnovamento, offrendo l’immagine di una democrazia che, pur con tutti i suoi limiti, torna a respirare.

In definitiva, il futuro del paese dipenderà in larga misura dalla capacità di Magyar di costruire un equilibrio credibile nei rapporti con la Commissione europea guidata da Ursula Von Der Leyen, dimostrando al contempo di poter trasformare una vittoria elettorale in un progetto di governo solido. Più che una svolta definitiva, dunque, l’Ungheria sembra oggi sospesa tra continuità e cambiamento.


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