Il reato di clandestinità va riformato nell’interesse degli italiani

Giacomo Scotton

L’attuale poco utile reato di clandestinità è inefficace, fa sprecare soldi e tempo allo Stato portando pochi risultati. Serve abrogare il reato di immigrazione clandestina legge 15 luglio 2009, n.94 in quanto dopo più di un decennio, appare oggi come uno strumento che pesa sui bilanci dello Stato e sulle attività della giustizia, senza offrire risultati concreti in termini di riduzione dell’immigrazione irregolare. È evidente la necessità di riformare l’approccio alla gestione dei flussi migratori, adottando soluzioni che siano al contempo più efficienti e rispettose dei diritti fondamentali.

Il reato di clandestinità in Italia: un costo elevato e un’efficacia dubbia

La legge 94/2009, introdotta per contrastare l’immigrazione irregolare, si è rivelata un onere per lo Stato e un ostacolo nelle indagini contro i trafficanti.

Nel 2009 il Parlamento italiano ha approvato la legge 94, che ha introdotto il cosiddetto “reato di clandestinità”. In pratica, chi entra o soggiorna in Italia in maniera irregolare rischia una multa compresa tra 5.000 e 10.000 euro. Tuttavia, quasi tutti gli immigrati in situazione irregolare sono privi di risorse economiche e, quindi, impossibilitati a pagare la sanzione. Di conseguenza, la multa diventa inesigibile e la norma si trasforma in un pesante onere amministrativo e giudiziario (con annessi costi e lungaggini per lo Stato).

Un ostacolo per le indagini

Il sistema processuale italiano prevede che i migranti denunciati come clandestini vengano trattati come imputati. Questo significa che hanno il diritto di rifiutarsi di collaborare, rendendoli poco utili come testimoni nelle indagini sui trafficanti di esseri umani. In molti altri Paesi europei, come Francia e Regno Unito, le violazioni in materia di immigrazione vengono gestite attraverso procedure amministrative o, in ambito penale, con un’azione discrezionale che permette di ascoltare i migranti come informatori. Numerosi commenti giuridici (presenti in manuali di diritto penale e riviste specializzate) confermano che si tratta di un reato “penale–contravvenzionale” che, per via della sua natura, non consente l’arresto immediato. Al contempo esaminano l’effetto di questa norma, evidenziando come la criminalizzazione dell’immigrazione irregolare in Italia abbia creato delle criticità dal punto di vista processuale (ad es., la qualifica del migrante come “imputato”). 

Dati sui migranti del Ministero dell’Interno

Numeri che fanno riflettere sulla immigrazione

I dati più recenti confermano le criticità del provvedimento:

  • Denunce e procedimenti:
    Secondo il Ministero della Giustizia, nel 2022 sono state registrate oltre 45.000 denunce per immigrazione irregolare, ma solo una piccola parte di questi casi ha portato a procedimenti conclusi e meno di 100 condanne.
    (Fonte: Ministero della Giustizia, dati aggiornati al 2022)
  • Rimpatri ed espulsioni:
    I dati di Eurostat indicano che nel 2022 l’Italia ha effettuato circa 6.500 rimpatri, di cui meno di 600 volontari. Queste cifre testimoniano come le misure espulsive risultino difficilmente applicabili e, di fatto, abbiano un impatto limitato sul fenomeno.
    (Fonte: Eurostat – Sezione “Migration and Asylum”, dati 2022)
  • Analisi economica:
    Un recente rapporto del Censis sul tema, pubblicato nel 2023, sottolinea che i costi derivanti da questa normativa gravano pesantemente sul sistema giudiziario senza portare a un significativo contenimento dell’immigrazione irregolare.
    (Fonte: Censis – Immigrazione, rapporto 2023)

Una norma nata per ragioni politiche?

Molti commentatori e operatori del diritto sostengono che l’introduzione del reato di clandestinità sia stata in parte dettata da esigenze politiche, per dare l’impressione di un duro contrasto all’immigrazione. Tuttavia, il bilancio pratico a distanza di anni mostra un sistema costoso e scarsamente efficace: le risorse spese per gestire numerosi fascicoli e procedimenti penali, oltre ai costi dei difensori d’ufficio, non vengono recuperate perché le multe non vengono effettivamente riscosse.

Anche importanti figure del mondo giudiziario, come il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, hanno criticato la norma, evidenziando come essa complichi le indagini contro i trafficanti di esseri umani, impedendo di ascoltare i migranti come potenziali testimoni.

Ad esempio, articoli pubblicati in riviste specializzate (vedi, ad es., l’European Journal of Criminology o testi di diritto comparato) evidenziano come il modello italiano sia “atipico” in Europa. (È utile consultare anche documenti e report dell’European Commission sul contrasto all’immigrazione irregolare per avere un quadro comparato aggiornato). 

Questo tipo di provvedimento “all’italiana” ha l’idea di essere stato fatto male e frettolosamente più per questioni elettorali che di sostanza. 

Riformiamo la norma come in altri Paesi europei

Italia
Il reato di immigrazione clandestina è trattato in sede penale
(sebbene di natura contravvenzionale), con l’obbligo processuale che trasforma il migrante in imputato, indipendentemente dalla sua capacità di pagare la multa.

Francia e Regno Unito
Questi Paesi adottano un approccio prevalentemente amministrativo per l’immigrazione irregolare, sebbene con alcune differenze procedurali interne. In Francia si utilizzano il CESEDA e misure amministrative, mentre nel Regno Unito le sanzioni e gli ordini di espulsione sono gestiti in via civile/amministrativa, ricorrendo all’azione penale solo in presenza di ulteriori reati.

Germania
L’approccio tedesco si distingue per la gestione amministrativa dell’immigrazione irregolare, riservando l’azione penale a comportamenti connessi (ad esempio, traffico di esseri umani) e mettendo al centro la protezione dei diritti dei richiedenti asilo.

In Conclusione: che dobbiamo fare sull’immigrazione?

Dopo più di un decennio, il reato di clandestinità appare oggi come uno strumento che pesa sui bilanci dello Stato e sulle attività della giustizia, senza offrire risultati concreti in termini di riduzione dell’immigrazione irregolare. È evidente la necessità di riformare l’approccio alla gestione dei flussi migratori, adottando soluzioni che siano al contempo più efficienti e rispettose dei diritti fondamentali.

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