- Eredi e ultimi fuochi
- Il torneo che si espande
- Un gioco più controllato
- Chi racconta il calcio
- Le favorite e le incognite
- Gli italiani senza Italia
- L’eredità del Qatar
- Il potere di Infantino
- Un Mondiale a porte chiuse
- Il caso Omar Artan
- Il caso Iran
- Bere conviene a tutti
- Dal Qatar all’Arabia Saudita
- Il mondo nel calcio
- Scrivi e fai video per Il Progressista
- Supporta Il Progressista
Il Mondiale resta il centro simbolico del calcio, ma il modo in cui funziona oggi dice molto di più del calcio stesso.
Il Mondiale 2026 è il più grande di sempre, e proprio per questo rischia di essere anche il più difficile da raccontare come semplice evento sportivo. Più squadre, più partite, più visibilità, più mercato: tutto spinge verso l’idea di una festa totale. Ma dentro questa espansione si intravede un’altra storia, fatta di interessi, gerarchie nuove e di un calcio sempre meno autonomo rispetto a ciò che gli gira attorno.
Non è solo una questione di formato. È il segno di un torneo che si allarga mentre cambia natura. E a ogni allargamento corrisponde un modo diverso di distribuire attenzione, denaro e influenza. Il Mondiale resta il centro simbolico del calcio, ma il modo in cui funziona oggi dice molto di più del calcio stesso.
Eredi e ultimi fuochi
Dentro questa edizione c’è una staffetta generazionale evidente. Messi e Ronaldo si avvicinano all’ultima tappa delle loro carriere, mentre Mbappé, Bellingham, Haaland e soprattutto Lamine Yamal rappresentano il volto di ciò che viene dopo. Non è solo un passaggio di testimone: è il segno di un’epoca in cui i campioni nascono già dentro una macchina che li trasforma in immagini prima ancora che in giocatori. Prima ancora di entrare davvero in campo, sono già simboli, volti da raccontare, corpi su cui si proiettano aspettative enormi.
Il talento, oggi, non basta a sé stesso. Deve diventare narrazione, valore, marchio. Il calcio continua a produrre idoli, ma li consuma e li rilancia con una velocità sempre più vicina a quella dell’industria dell’intrattenimento. Ogni nuova generazione arriva più presto sotto i riflettori, ma anche più presto sotto pressione: deve confermare, superare, reggere il confronto con ciò che è venuto prima, spesso ancora prima di aver costruito una propria identità. È anche per questo che il ricambio generazionale non appare mai del tutto naturale: ogni volto nuovo arriva già carico di aspettative, investimenti e pressione, come se il futuro dovesse dimostrare il proprio valore prima ancora di averlo davvero conquistato.
Il torneo che si espande
Il 2026 è il primo Mondiale a 48 squadre. Sulla carta, il più globale di sempre; nei fatti, un torneo in cui la geografia del calcio viene riscritta con maggiore evidenza. 16 nazionali europee su 48 bastano a dire che il peso relativo del continente cambia, mentre il resto del mondo guadagna spazio, visibilità e narrazione.
La FIFA lo racconta come apertura e inclusione. E in parte lo è. Più Africa, più Asia, più Oceania, più CONCACAF: più possibilità per federazioni rimaste a lungo ai margini. Ma c’è anche un’altra lettura, meno celebrativa. Il Mondiale non si sta solo allargando: si sta redistribuendo. E quando redistribuisci il calcio, redistribuisci anche il potere.
Per anni l’Europa ha occupato una quota enorme del torneo, spesso ben oltre il suo peso nel resto del mondo. Adesso quel predominio si riduce. È democratizzazione o diluizione? Probabilmente entrambe. Il punto vero, però, è un altro: chi decide le regole dell’ingresso, chi guadagna dall’allargamento, chi trasforma l’apertura in un nuovo modello di mercato.
I 104 match non sono solo un aumento quantitativo. Sono una vera inflazione del torneo: più partite, più esposizione, più calendario, più consumo. Ogni giorno in più allunga il racconto, moltiplica i diritti, spalma l’attenzione e rende il Mondiale ancora più vendibile.
Un gioco più controllato
Nel 2026 cambiano anche le regole del gioco: rimesse laterali con conteggio visibile, sostituzioni più rapide, uso più esteso della tecnologia, tempi morti sempre più regolati. In apparenza, tutto va nella direzione della fluidità e della trasparenza. Ma il punto, forse, è un altro.
Il calcio viene sempre meno lasciato al suo disordine naturale e sempre più ricondotto a un insieme di procedure. Non si tratta solo di regolamentare il gioco, ma di renderlo più prevedibile, più leggibile, più compatibile con le esigenze televisive e commerciali. Il caos, che per decenni è stato parte essenziale del calcio, oggi appare quasi come un difetto da correggere.
Nel calcio contemporaneo ogni minuto improduttivo è un problema. Ogni interruzione va giustificata. Ogni pausa va incastrata. Ogni momento morto deve diventare utile.
Chi racconta il calcio
Tra le novità del Mondiale 2026 ce n’è una meno appariscente, ma simbolicamente importante: per la prima volta, una donna, Tiziana Alla, commenterà per la Rai le partite di un Mondiale maschile. Non cambia gli equilibri del torneo, non modifica il regolamento, non sposta gli assetti del potere. Cambia però qualcosa nella narrazione.
Per decenni il calcio è stato raccontato quasi esclusivamente con uno sguardo maschile. Le grandi telecronache, le voci diventate iconiche, i commenti che hanno accompagnato generazioni di tifosi hanno costruito un immaginario in cui il racconto sembrava appartenere naturalmente agli uomini. Oggi, senza proclami e senza rivoluzioni, quel racconto si apre a una voce diversa.
Non è una questione di quote né un gesto simbolico fine a sé stesso. È il segno che cambia anche l’idea di chi possa essere considerato autorevole nel raccontare il calcio. Per anni le donne hanno conquistato spazio soprattutto ai bordi del campo, nelle interviste o negli approfondimenti. Oggi, invece, una donna entra nel luogo più simbolico di tutti: la telecronaca, il momento in cui una partita prende forma attraverso le parole.
È un cambiamento silenzioso, ma significativo, perché ricorda che l’evoluzione del calcio non passa soltanto dalle regole, dalla tecnologia o dal business. Passa anche da chi ha il diritto di raccontarlo.
Le favorite e le incognite
Sul piano tecnico, la Spagna campione d’Europa sembra la squadra più completa. La Francia continua a impressionare per qualità e profondità, l’Argentina sogna un ultimo capolavoro con Messi, mentre Brasile, Germania e Inghilterra restano nel gruppo delle favorite abituali.
Ma ogni Mondiale ha bisogno anche della sua sorpresa. Serve una squadra capace di spostare l’immaginario, di diventare racconto, di entrare nelle conversazioni prima ancora che nel tabellone. Il problema è che quando una outsider cresce troppo, smette di essere innocente: da favola diventa minaccia.
Il nuovo formato a quarantotto squadre potrebbe amplificare ancora di più questa tendenza. Il Marocco non vuole più essere una favola. Il Giappone non è più una sorpresa. E chissà che il 2026 non regali una nuova outsider capace di ribaltare le gerarchie.
Più squadre, più storie, più mondi, più calcio. O almeno questa è la teoria. Il rischio, naturalmente, è più rumore, più calcolo, più business.
Gli italiani senza Italia
Poi c’è una domanda molto semplice: cosa faranno gli italiani senza l’Italia? Quando l’azzurro non c’è, il Mondiale diventa un intreccio di simpatie provvisorie, affetti in prestito e seconde appartenenze. L’Italia guarda il Mondiale come si guarda una festa a cui si era convinti di essere invitati: con curiosità, con un po’ di risentimento, e con la sensazione che manchi sempre qualcosa. C’è chi si rifugia nella squadra più forte, chi segue il talento puro e chi preferisce il racconto più romantico.
La tentazione più naturale, stavolta, è il Brasile di Ancelotti. È quasi un modo per soffrire con stile: tifare una nazionale straniera, ma con in panchina un allenatore che agli italiani è rimasto familiare come pochi altri.

L’Italia, intanto, continua a vivere in una posizione ambigua: abbastanza grande per pensarsi centrale, abbastanza fragile da sparire quando conta davvero. L’assenza della Nazionale non pesa solo sul piano simbolico. Riduce anche l’attrazione del torneo nel paese e si traduce in un costo economico concreto, tra ascolti, sponsor, consumi e indotto. Le stime parlano di oltre 500 milioni di euro di ricadute svanite.
Quando la Nazionale resta fuori, non perde solo il calcio italiano. Perde un intero sistema che scopre, ancora una volta, di contare meno di quanto immaginasse.
L’eredità del Qatar
Se c’è una data che ha cambiato la FIFA, quella è il 2022.
Il Qatar non è stato solo un Mondiale controverso. È stato un punto di svolta. Le accuse sulle condizioni dei lavoratori migranti, le polemiche sui diritti civili, le discussioni sulle persone LGBT e soprattutto quel discorso di Gianni Infantino — “Today I feel Qatari” — hanno segnato una frattura profonda.
Più che una frase, una dichiarazione di intenti. Molti osservatori vedono lì il momento in cui la FIFA ha smesso di fingere neutralità. Da allora il 2026 appare come la prosecuzione naturale di quella trasformazione. Il Mondiale non è più solo una competizione sportiva: è un dispositivo di potere.
Il potere di Infantino
Dietro il sorriso istituzionale di Gianni Infantino c’è una FIFA che parla di neutralità mentre si stringe sempre di più attorno al potere. Il rapporto con Donald Trump ne è il simbolo più evidente: apparizioni pubbliche, deferenza reciproca, premi costruiti come gesti di convenienza più che di merito.
Infantino non si limita a guidare la FIFA: la usa per stare vicino ai centri della forza. E quando una federazione sportiva comincia a funzionare come una rete di relazioni utili, la parola globalità diventa una formula elegante per coprire un sistema opaco.
Un Mondiale a porte chiuse
Il tema delle frontiere è uno dei più sorprendenti di questo Mondiale. La competizione si presenta come globale, aperta, inclusiva, ma nei fatti continua a dipendere da visti, controlli, autorizzazioni e tempi burocratici che decidono chi può esserci e chi resta fuori. È qui che la retorica dell’apertura si scontra con la realtà delle esclusioni, e il contrasto diventa ancora più evidente proprio perché il torneo insiste a presentarsi come festa del mondo.
Non è solo una questione organizzativa, ma politica. Il Mondiale si allarga, promette più accesso, moltiplica i posti e parla di rappresentanza, ma nei fatti resta selettivo nei suoi ingressi, quasi che l’universalità valesse solo finché non diventa concreta. Le difficoltà per delegazioni, staff e operatori di alcuni paesi mostrano con chiarezza che il Mondiale 2026 non è soltanto una festa planetaria: è anche un sistema che distribuisce opportunità, gerarchie ed esclusioni con una precisione molto meno romantica di quella raccontata nei comunicati.
Il caso Omar Artan
Il primo grande scandalo del Mondiale 2026 non è avvenuto su un campo da calcio. E forse è proprio questo il problema. Non è nato in uno stadio, non è stato un gol annullato, non è stato un rigore discusso: è avvenuto in un aeroporto.
Omar Artan, selezionato dalla FIFA e pronto a diventare il primo arbitro somalo a partecipare a una Coppa del Mondo, aveva completato il suo percorso e aveva tutta la documentazione necessaria. Eppure, è stato fermato all’aeroporto di Miami e rimandato indietro. Una vicenda che smonta in un attimo la retorica del torneo: tanto si parla di globalità, rappresentanza e apertura al mondo, ma basta arrivare al punto decisivo — i confini, i visti, i controlli — per capire che l’inclusione vale solo finché resta uno slogan.
Il dettaglio più beffardo è arrivato poco dopo: la UEFA gli ha affidato la Supercoppa Europea tra PSG e Aston Villa. Un riconoscimento importante, certo, ma anche una compensazione elegante, quasi una toppa morale messa dopo il danno. Quasi un modo per dire: non sei entrato da quella porta, ma consolati con questa. Il tutto con la consueta eleganza del calcio internazionale, che riesce sempre a trasformare una figura di scena in un gesto di buon gusto tardivo.
Intorno a questo caso sono emerse anche altre storie di visti problematici, ritardi e documenti trattati con una rigidità che stride con la retorica ufficiale del torneo. Viene spontaneo chiedersi che senso abbia parlare di un Mondiale aperto al mondo se, prima ancora del fischio d’inizio, qualcuno viene lasciato fuori.
Il caso Iran
Il caso Iran è forse il punto in cui il Mondiale mostra con più chiarezza la sua fragilità politica. La nazionale si è ritrovata dentro un negoziato continuo, spostamenti, condizioni di sicurezza, richieste diplomatiche e persino discussioni su chi potesse entrare negli Stati Uniti e chi no. In questo contesto, la globalità del Mondiale si è scontrata con una realtà molto meno universale: la delegazione iraniana è potuta entrare negli Stati Uniti solo per la giornata della partita, con una permanenza ridotta a poche ore, in alcuni casi meno di sedici. Non era più soltanto calcio, ma un test di frontiera.
L’Iran non racconta soltanto un problema sportivo, ma mette a nudo le contraddizioni dietro la facciata della globalità ad ogni costo. Anche tra gli iraniani il tema divide profondamente: c’è chi sostiene la squadra come simbolo del paese e chi invece la contesta, perché la considera espressione del regime. La FIFA ha scelto la prudenza, ma la sostanza resta la stessa: un torneo che dice di unire il mondo e poi deve trattare una nazionale come una questione diplomatica mostra tutta la distanza tra lo slogan e la realtà.
Per decenni la FIFA ha ripetuto che il calcio unisce il mondo. Ma nel 2026 il mondo è arrivato al Mondiale con le sue guerre, i suoi blocchi, le sue tensioni e le sue paure. E nessuno slogan è riuscito a restare fuori dallo stadio.
Bere conviene a tutti
Un’altra polemica molto forte del Mondiale riguarda l’introduzione dell’hydration break. Le ragioni sanitarie sono reali: caldo, umidità e condizioni climatiche impongono pause per tutelare i giocatori. Ma nel calcio contemporaneo anche una misura utile può diventare occasione di monetizzazione.
La pausa per bere non è più solo una pausa. Diventa tempo vendibile, spazio per spot, sponsor, grafiche televisive e aumento del valore commerciale della partita. In teoria protegge gli atleti. In pratica allarga il perimetro del business.
Durante Inghilterra-Ghana, a giudicare dal termometro, più che un hydration break sembrava l’orario perfetto per un tè delle cinque. Negli Stati Uniti, Fox ha spesso usato quei minuti per mandare pubblicità, mentre in Gran Bretagna ITV ha preferito trasformarli in commento e approfondimento. La stessa misura, dunque, può apparire come tutela sanitaria o come occasione commerciale.
Marcelo Bielsa l’aveva riassunta bene: “Aggiungono poco e tolgono molto”. E persino Thomas Tuchel, inizialmente favorevole, ha poi cambiato idea dopo averli sperimentati, ammettendo che modificano il gioco più di quanto sembrasse.
La questione è semplice: i giocatori bevono acqua, le televisioni bevono profitti.
In un Mondiale così attento all’idratazione, è arrivato persino un episodio quasi comico: durante Stati Uniti-Australia, l’arbitro Felix Zwayer ha avuto crampi nel finale ed è stato soccorso dai calciatori, con stretching e acqua. Anche la lunga sospensione di Francia-Iraq per un temporale a Philadelphia ha aggiunto un tono grottesco al torneo: giocatori negli spogliatoi, pubblico evacuato, e poi la scelta ironica di rendere inutili gli hydration break al rientro, dopo una pausa già lunghissima.
Dal Qatar all’Arabia Saudita
Per anni abbiamo pensato che il Qatar fosse un’eccezione.
Un’anomalia, un caso limite, il prodotto di un momento storico irripetibile in cui il calcio aveva accettato di piegarsi a un contesto politico, economico e simbolico difficile da difendere. Forse, però, ci sbagliavamo. Il Mondiale 2034 assegnato all’Arabia Saudita suggerisce una verità molto diversa: il Qatar non era una parentesi, era una direzione. Non un incidente di percorso, ma l’inizio di una traiettoria precisa, in cui le polemiche vengono assorbite, l’indignazione si consuma in fretta e il business continua a muoversi come se nulla fosse successo.
Il 2026 appare come un passaggio di mezzo, un ponte tra due epoche solo in apparenza separate: da una parte il calcio che abbiamo conosciuto, con le sue gerarchie e le sue illusioni di neutralità; dall’altra un calcio sempre più intrecciato al potere, sempre più disponibile ad adattarsi alle logiche della convenienza, sempre meno interessato a fingere di essere solo uno sport.
Il mondo nel calcio
Allora, è ancora il Mondiale? Sì, almeno nel senso più umano e più profondo del termine. Continueremo a emozionarci, a scegliere le nostre simpatie quasi senza pensarci, a innamorarci di qualche outsider capace di ribaltare ogni pronostico e di rovinare i piani delle grandi, a discutere se Mbappé sia davvero l’erede designato di Messi e Ronaldo, o se Lamine Yamal sia già pronto a reggere il peso di una scena che tende a divorare tutto quello che tocca. Il Mondiale resta anche questo: una promessa di meraviglia, un tempo sospeso in cui il calcio sembra ancora capace di farci sentire vicini, di riportarci a una forma di stupore quasi infantile, di restituirci l’idea che per un attimo il mondo possa davvero fermarsi e guardarsi allo specchio attraverso una partita, senza guerre, conflitti, divisioni.
Ma la Coppa del Mondo non è più soltanto il luogo in cui il calcio si esprime al massimo livello. È diventata il luogo in cui il calcio viene confezionato, disciplinato, allargato, venduto e piegato a un’idea di mondo che con il gioco ha sempre meno a che fare. La contraddizione del 2026 è tutta qui: continuiamo a chiamarlo Mondiale, ma sempre più spesso assomiglia al mondo.
E il mondo, ormai, non entra più nel calcio: lo abita.
Scrivi e fai video per Il Progressista
Se hai meno di 30 anni e vuoi raccontare la realtà dalla prospettiva della Generazione Z, unisciti al Progressista: articoli, inchieste, interviste e contenuti che mettono al centro la voce dei giovani.
Supporta Il Progressista
Con 10€ rendi possibile un articolo o un contenuto video. Paghiamo i giovani il doppio degli altri giornali.
Siamo un giornale libero e indipendente, e viviamo grazie alla community. Sostienici per continuare a costruire un’informazione fatta dai giovani, per i giovani.
Oppure puoi aiutarci senza spendere un’euro: scrivi il codice fiscale 94089690039 nella dichiarazione dei redditi per donarci il tuo 5×1000