Non vogliono essere chiamati “baby gang” né “maranza”: dicono di essere una famiglia, unita dalla strada, dalla rabbia e dal bisogno di contare qualcosa. Tra centro e periferia hanno precedenti, armi e paura degli altri, il loro racconto mostra cosa c’è dietro l’etichetta.
L’incontro in stazione
Torino, 12 gennaio. Ci troviamo all’interno della stazione di Porta Nuova ed è qui che stiamo per incontrare una baby gang, che ha accettato la nostra presenza durante le prossime 24 ore.
Si riconoscono da lontano: sono un gruppo, tutti vestiti più o meno uguali, tuta e felpa nera, cappello sugli occhi.
Sono giovanissimi. Il più piccolo dice di avere 14 anni, il più grande 20.
Come nasce una baby gang?
«Noi siamo come una famiglia, qui siamo tutti fratelli. Non è che ci siamo svegliati una mattina e abbiamo detto “facciamo una baby gang”, la strada ci ha uniti», ci spiega Ayub, il più grande del gruppo.
Ma voi siete o no una baby gang?
«Ma cosa vuol dire baby gang? Siete voi giornalisti che avete iniziato a chiamarci così, mica lo abbiamo scelto noi. Ti ripeto, noi siamo una famiglia, e se c’è bisogno di morire per uno di questi ragazzi, lo farei ora».
Il tono di Ayub è serio. Parla di questi ragazzi come se avessero un legame profondo, viscerale, tanto da poter morire per loro.
Come iniziate di solito la vostra giornata?
«Alcuni vanno a scuola, mentre altri si ritrovano qui. Magari ci facciamo un giro in centro o in Barriera, ci compriamo da fumare e poi si torna nella nostra zona».
Ma i vostri genitori cosa sanno di voi?
Alla domanda si scambiano sguardi. Qualcuno abbassa la testa. Dopo un silenzio risponde Ayub: «Preferiamo non rispondere a questa domanda».
Decidiamo di uscire da Porta Nuova. Sono circa le 12 e ci dirigiamo verso il McDonald’s di Piazza Castello.
Baby criminali
Chi di voi ha precedenti?
Rispondono uno dopo l’altro. Quasi tutti, degli otto ragazzi, hanno precedenti: scippi, furti o tentata rapina sono alcune delle accuse che pronunciano.
«Io ho seguito una coppia di ragazzi, vedevo che erano vestiti bene e mi sono avvicinato con un coltello e li ho rapinati», racconta Jaz, un ragazzo di 16 anni, nato in Italia ma originario del Cairo, Egitto.
Avete delle armi con voi?
«Sì, un coltello e un tirapugni».
A cosa vi servono?
«Dipende. Se qualcuno mi aggredisce io posso difendermi. Poi purtroppo per strada ormai c’è solo gente pazza, è meglio che colpisca io per primo che loro a me».
Loro chi? La polizia?
«Anche, ma tipo altri ragazzi, gente pazza, roba così».
Giustificano il possesso di un’arma come qualcosa di utile per la loro incolumità, ponendo un problema di sicurezza nei loro confronti e motivando, di conseguenza, anche l’aggressività.
Ma Don Ali era il vostro capo?
Ridono, poi esclamano qualcosa in egiziano e rispondono: «No, però free Don».
Cultura maranza
Che cosa significa essere un maranza?
«Maranza lo avete inventato sempre voi giornalisti. Io perché sono un maranza?
Perché ho il cappello e la borsa a tracolla? Oppure perché faccio casino in giro?
Il vero problema è che televisioni, giornali e social, grazie ad alcuni elementi, hanno portato a creare le baby gang, i maranza e così via».
Ayub ha le idee chiare.
Come sei cresciuto tu, Ayub?
«In una famiglia dove non c’era mai abbastanza niente: cibo, soldi, fortuna. Esistevano solo le disgrazie e l’odio».
Sei andato a scuola?
«Sì, ma non è stato bello. Fin dalle elementari mi prendevano in giro perché magari non parlavo un italiano pulito, venivo a scuola con i vestiti sporchi o non avevo soldi per comprarmi le scarpe. È questo che fa nascere la rabbia. Questo mi ha portato a stare con i miei fratelli, ed è questo che mi fa derubare gli stessi che mi deridevano».
Una sorta di rivincita contro la vita: derubo e scippo chi mi derideva da piccolo. È questo che Ayub vuole dirci.
Il racconto mostra come un sistema scolastico, a volte, abbia permesso che tra bambini, ragazzi e adolescenti il razzismo prendesse il comando, producendo una generazione di giovani arrabbiati.
La rabbia, l’ingiustizia e la voglia di emergere sono elementi che si leggono negli occhi di questi ragazzi, anche se mentre parliamo, camminiamo o ci sediamo da qualche parte, le persone ci osservano con un velo di terrore.
Come vi fa sentire quando le persone hanno paura di voi?
«Bene. Ci ricorda che noi possiamo comandare, ed è giusto così».
Sono circa le 19 e, dopo una giornata tra le vie del centro, discorsi e confronti, siamo arrivati in una location dove uno di questi ragazzi si confronterà con Rosella e Cristina Autore, giornalista della trasmissione *Fuori dal Coro*.
Rosella è la sorella di Paolo, un giovane ragazzo vittima di una rapina finita male: a causa di un pugno oggi si ritrova tetraplegico.
Rosella si confronterà con un ragazzo che fa parte di una baby gang.
Vuole comprendere perché tutta questa violenza e aggressività. Come ti ha fatto sentire parlare con Rosella?
«Male. Però lui doveva lasciare il monopattino e basta, e ora non sarebbe successo nulla».
Ci lasciamo così.
Con parole secche, senza attenuanti e senza assoluzioni.
Analisi sulla mentalità dei maranza
La mentalità maranza non è una moda né un’invenzione mediatica: è una cultura contorta, fondata su leggi che non stanno nei tribunali ma sulla strada.
Comanda chi è più forte, vince chi incute più paura.
Chi non regge questo gioco deve farsi da parte.
Chi non lo fa, paga.
La strada non educa e non perdona.
Premia la violenza, normalizza l’arroganza e trasforma l’umanità in debolezza.
E quando qualcuno resta a terra, paralizzato per sempre, non è un errore né una fatalità.
Paolo non ha perso solo un monopattino.
Ha perso una vita.
E per questa mentalità, è solo una conseguenza.
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