Leva militare in Italia: sospesa, non abolita. E se tornasse?

Francesco Gualtieri

È da poco passato il 24 maggio, data che nei libri di storia rappresenta l’entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale nel 1915.

 Se si pensa all’ascesa del fascismo, alla narrazione della “vittoria mutilata” e alla crisi sociale ed economica del paese è facile intuire come gli esiti del conflitto determinarono radicalmente il futuro politico e sociale della penisola nei decenni a seguire. 

Ciononostante, in questa data è giusto, da un lato, ricordare una generazione che rappresentò il volto della gioventù di quell’epoca, ovvero, i ragazzi nati nel 1899 che sono stati simbolo di sacrificio e resilienza negli anni a venire e, dall’altro, un’occasione per approfondire il tema della leva obbligatoria che ritorna periodicamente nel dibattito politico.

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Chi erano i ragazzi del 99?

Quante volte abbiamo sentito, dopo una grande delusione collettiva, la frase “Ripartiamo dai giovani!”? Da appassionato di sport, e seguendo la nazionale di calcio italiana, è dal 2018 che sento questa frase senza però avere grandi soddisfazioni. Si può dire che anche lo Stato italiano nel 1917 fece lo stesso discorso.

Sin dal 1915 l’Italia era impantanata nel tentativo di sfondare le linee austriache sul fiume Isonzo, dove si susseguirono ben 12 battaglie che portarono a perdite enormi e nessun risultato rilevante per la conquista di Trieste. Ma fu la dodicesima battaglia, quella di Caporetto, a rappresentare non una delusione, come la nazionale di calcio, ma una vera e propria disfatta.

Nella battaglia di Caporetto il fronte italiano crollò: il Regio Esercito arretrò di circa 150 chilometri fino al Piave e quasi 300.000 soldati vennero catturati dagli austro-tedeschi. L’Italia si trovò improvvisamente di fronte al rischio concreto della sconfitta.

Fu a seguito di questa catastrofe militare che l’Italia si affidò ai suoi giovani per risollevarsi, infatti, l’esigenza di sostituire i soldati perduti portò, nel 1917, l’esercito italiano a reclutare i ragazzi del 1899. Poco più che diciottenni, quelli del 99 erano spesso studenti o contadini senza esperienza militare alle spalle che vennero mandati sul Piave e contribuirono nella decisiva battaglia di Vittorio Veneto.

I 18enni italiani che partono per il fronte durante la prima guerra mondiale.

La mitologia dei ragazzi del 99

La leggenda dei ragazzi del ’99 è cominciata dalle parole di Gabriele D’Annunzio: “La madre vi ravvivava i capelli, accendeva la lampada dei vostri studi, rimboccava il lenzuolo dei vostri riposi. Eravate ieri fanciulli e ci apparite oggi così grandi!”. Questa immagine dei giovani soldati trasformati improvvisamente in uomini contribuì a creare attorno ai ragazzi del ’99 una vera e propria mitologia patriottica. L’Italia usciva traumatizzata da Battaglia di Caporetto e aveva bisogno di simboli capaci di ricostruire il morale del Paese e dell’esercito.

A contribuire alla leggenda dei ragazzi del ’99 non fu però solo la letteratura ma anche il loro ruolo nei momenti cruciali della guerra, infatti, i 260.000 arruolati del ’99 furono determinanti per l’esito di tre battaglie decisive. La prima fu la battaglia d’arresto del novembre 1917 dove l’esercito italiano riuscì a fermare l’avanzata austro-ungarica sul fiume Piave; la seconda fu la battaglia del solstizio del 1918 (o seconda battaglia del Piave) dove il regio esercito, con i ragazzi del 99 ormai pienamente integrati nelle sue file, fermò l’ultima grande offensiva austriaca della guerra e che gli impedì di arrivare alla pianura padana.

Infine, la terza battaglia dove i ragazzi del ’99 parteciparono attivamente fu la celebre battaglia di Vittorio Veneto che portò all’armistizio del 4 novembre 1918 e alla fine della guerra per l’Italia. 

Si può dire che il mito dei ragazzi del ’99 nacque non tanto perché “vinsero da soli” la guerra, ma perché rappresentarono simbolicamente la capacità dell’Italia di rialzarsi dopo Caporetto.

La leva militare in Europa

Raccontando la storia che ha reso celebre la generazione dei ragazzi del ’99, che ha combattuto nella fase decisiva della Grande Guerra, e dato che l’argomento è discusso in molte cancellerie europee mi sembra utile fare una panoramica sulla leva in Europa.

Innanzitutto, è utile ricordare che la leva obbligatoria è ancora presente in molti Paesi del mondo e che la scelta di adottarla dipende quasi sempre dal contesto geopolitico, storico e di sicurezza in cui uno Stato si trova.

Per esempio, la coscrizione è tuttora in vigore in Corea del Sud, Israele e Iran per ragioni legate alla loro particolare situazione strategica e militare.

In gran parte dei Paesi europei, invece, la leva obbligatoria non è più attiva. Questo vale anche per l’Italia, dove il sistema di difesa si basa oggi su forze armate professionali e sull’appartenenza alla NATO, una delle alleanze militari più potenti e strutturate al mondo. Si potrebbe quindi pensare che far parte di un’alleanza come la NATO sia sufficiente per rinunciare alla coscrizione obbligatoria, ma la realtà è più complessa.

Se Stati neutrali come Svizzera e Austria mantengono il servizio militare per motivi di sicurezza nazionale, esistono anche diversi Paesi membri della NATO in cui essa è ancora presente. È il caso di Svezia, Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Grecia e Turchia.

Le motivazioni cambiano da Paese a Paese, ma nella maggior parte dei casi sono legate alla percezione di minacce esterne, in particolare nei confronti della Russia, oppure a tensioni regionali ancora irrisolte, come quelle tra Grecia e Turchia nonostante entrambe facciano parte della NATO.

L’Italia vuole reintrodurre la leva militare, dopo Francia e Germania? Finita la Guerra Fredda, diversi Paesi europei avevano abbandonato o ridotto all’osso la leva militare sperando in tempi migliori. Negli ultimi anni, però, l’invasione dell’Ucraina ha dimostrato che le minacce ci sono ancora.

Come funziona la leva militare in Italia?

In Italia la leva militare obbligatoria è stata sospesa nel 2005, segnando il passaggio definitivo da un esercito di massa a un modello composto da militari volontari e professionisti.

Eppure, ancora oggi, l’articolo 52 della Costituzione italiana recita:

“Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge.”

Per gran parte della storia italiana il servizio militare obbligatorio ha rappresentato un elemento centrale del rapporto tra Stato e cittadini. Per milioni di giovani uomini la “naja” non fu soltanto un’esperienza militare, ma anche un vero rito di passaggio verso l’età adulta. Questo valeva ancora di più durante la Prima guerra mondiale, quando la mobilitazione coinvolse intere generazioni, compresi i ragazzi del ’99.

Fino al 30 giugno 2005, in Italia esistevano due possibilità: svolgere il servizio militare nelle Forze Armate oppure, per gli obiettori di coscienza, il servizio civile obbligatorio. Una serie di riforme avviate tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila portò però alla sospensione della leva e alla nascita di un esercito interamente professionale. Anche il servizio civile venne trasformato in una forma volontaria.

È importante sottolineare che la leva non è stata abolita, ma soltanto sospesa. In teoria, potrebbe essere reintrodotta attraverso un decreto del Presidente della Repubblica in caso di guerra, grave crisi internazionale o insufficienza del personale militare volontario. 

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la guerra in Ucraina, il tema è tornato periodicamente nel dibattito pubblico europeo. Anche in Italia alcuni partiti politici hanno proposto forme di servizio militare o civile obbligatorio, sostenendo che le Forze Armate italiane soffrono di carenza di personale. 

Tuttavia, un ritorno alla leva di massa appare oggi molto difficile.
L’Italia contemporanea è profondamente diversa da quella del Novecento: sono cambiati il rapporto tra cittadini e Stato, il modo di concepire la guerra e anche il ruolo sociale delle Forze Armate.

La vicenda dei ragazzi del ’99 appartiene alla storia italiana, ma il dibattito sulla leva obbligatoria dimostra che il rapporto tra cittadini, guerra e difesa nazionale resta ancora oggi un tema aperto.

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