Meloni contro Bruxelles: meglio sussidi oggi o sviluppo domani?

Francesco Mariotto

La premier Giorgia Meloni aveva accolto la notizia con grande entusiasmo, registrando un video sui social in cui parlava di “Italia che indica la strada all’Unione Europea”

Governo italiano e Commissione europea concordano sulla necessità di agire sulla crisi energetica, ma hanno in mente strategie diverse: l’Italia vuole misure immediate, Bruxelles accetta solo investimenti di lungo periodo. Il confronto si fa più acceso, e Meloni non perde occasione di farsi sentire con le istituzioni europee. Resta da capire quale linea prevarrà.

La flessibilità europea sull’energia e la nuova richiesta di Meloni

Lo scorso 3 giugno, dopo le insistenze dell’Italia e del ministro Giorgetti, la Commissione europea ha dato la possibilità a tutti gli Stati membri di spendere lo 0,3 per cento all’anno del loro PIL in investimenti nel settore energetico, senza che vengano conteggiati nei vincoli di bilancio europei. Per l’Italia significa avere un margine di manovra a bilancio di circa 14 miliardi di euro nei prossimi 3 anni, da spendere in investimenti energetici. La premier Giorgia Meloni aveva accolto la notizia con grande entusiasmo, registrando un video sui social in cui parlava di “Italia che indica la strada all’Unione europea.”

Neanche una settimana dopo però, il 9 giugno, in una videoconferenza a cui hanno partecipato i leader di 17 Paesi dell’Unione europea e la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la stessa Giorgia Meloni ha detto che serve “uno sforzo straordinario, sia a livello nazionale sia europeo, per contrastare gli effetti di breve e medio termine della crisi energetica.”

Perché arriva un’altra richiesta così forte? Giorgia Meloni chiede uno sforzo ulteriore, ma se Bruxelles ha già aperto uno spazio di bilancio da 14 miliardi, significa che questi soldi non bastano per l’energia nei prossimi 3 anni?

Il taglio delle accise, utile nell’emergenza e debole nel lungo periodo

Facciamo un passo indietro. Fino ad ora, la crisi energetica scatenata dalla guerra in Iran e dai conseguenti blocchi navali incrociati nello stretto di Hormuz è stata contenuta, in Italia, attraverso il taglio delle accise. Nella sostanza, per evitare l’impennata del prezzo della benzina e del gasolio, la soluzione immediata era abbassare le accise sui carburanti. È un provvedimento emergenziale, appropriato di fronte a una crisi immediata, che però porta con sé diversi problemi: in primo luogo richiede risorse economiche, visto che secondo QuiFinanza da marzo a giugno è costato oltre 2 miliardi di euro, consumando risorse che potevano essere destinate ad altri provvedimenti. Poi, incentiva l’uso dei combustibili fossili, e quindi indebolisce la lotta al cambiamento climatico e la transizione verso le rinnovabili. A questi due aspetti se ne aggiunge infine un altro: l’Italia storicamente non ha grandi giacimenti di petrolio o di gas naturale, quindi deve importare gran parte del proprio fabbisogno energetico dall’estero. Ma importare significa anche essere dipendenti dal comportamento degli altri Paesi, esponendosi alle crisi internazionali e al rischio di nuovi ricatti energetici.

Tagliare le accise o calmierare i prezzi dell’energia non è sbagliato, è stato fatto ad esempio anche in Spagna, dove però il provvedimento è stato affiancato da investimenti strutturali, tra cui incentivi all’elettrificazione e agli investimenti nelle rinnovabili, la stessa direzione che l’Unione sta chiedendo anche al nostro Paese.

Ha ragione Ursula Von Der Leyen?

Perché Bruxelles vuole investimenti e non nuovi sussidi

E qui tornano in gioco i 14 miliardi: l’Unione europea ha concesso questa flessibilità sì per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia, ma solo attraverso investimenti, e quindi questo margine di bilancio produrrà i suoi effetti sul medio-lungo periodo. Niente taglio delle accise e niente bonus o sussidi quindi, ma misure che servano ad aumentare la produttività e la stabilità, per non dipendere ogni volta dall’umore del mercato globale dei combustibili fossili.

Meloni invece sembra chiedere una flessibilità più immediata, capace di rispondere ai problemi di oggi usando misure tampone, e in questo senso la sua richiesta di uno “sforzo straordinario” suona come un messaggio implicito alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, e contemporaneamente una richiesta agli altri leader europei di esercitare una pressione collettiva sulla Commissione. Il taglio delle accise è servito anche a tenere sotto controllo l’inflazione, perché i beni alimentari e di prima necessità sono molto spesso trasportati su gomma, e l’aumento si sarebbe riversato a catena su questi prodotti. Ora però, con un prezzo del petrolio più contenuto rispetto ai picchi, anche se ancora instabile, è tempo di smettere di pensare all’emergenza e cominciare a parlare di futuro e sviluppo.

Ha ragione Giorgia Meloni?

L’occasione per rendere l’Italia più verde e meno dipendente dall’energia estera

In questo quadro energetico, la Commissione ha approvato un ulteriore provvedimento, ossia il regime italiano di aiuti di Stato per 23 miliardi per finanziare la realizzazione di nuovi impianti eolici onshore, solari, idroelettrici e a biogas, per 37,15 GW di nuova capacità rinnovabile. L’Unione si sta quindi dimostrando flessibile e sensibile al tema energetico, a patto che questa flessibilità incoraggi crescita e transizione ecologica, oltre ovviamente all’ambizione di raggiungere un’indipendenza energetica sempre più necessaria.

Questa impostazione non è quella che il governo avrebbe preferito, per usare un eufemismo, specialmente in questa lunghissima campagna elettorale, in cui Meloni vorrebbe portare risultati istantanei. D’altra parte questo vincolo può diventare una grande occasione: dare all’Italia strumenti più solidi per reagire alle crisi e agli shock esterni, soprattutto in un campo decisivo come quello energetico.

Se la premier non dovesse riuscire a sfruttare questa occasione, il prezzo della scelta lo pagheremmo tra qualche anno, alla prossima crisi energetica. E Giorgia Meloni non passerebbe alla storia come la statista che non ha mai nascosto di voler essere, ma rischierebbe di essere ridimensionata a una semplice politica, che pensa più al tornaconto elettorale che al bene del suo Paese.

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