Manovra di bilancio 2026 senza filtri: cosa funziona e cosa non torna

Giacomo Scotton

La Legge di Bilancio 2026 del governo Meloni promette “meno tasse”, crescita e aiuti per famiglie e imprese, ma è davvero così? Purtroppo non proprio. Vediamo in breve cosa contiene, quali sono le scelte principali del Governo, come le spiegano gli attori istituzionali e le principali critiche sollevate dagli osservatori. L’obiettivo è mettere il lettore in condizione di farsi una propria valutazione informata prima di leggere le osservazioni di merito anche per capire come, purtroppo, sia stata l’ennesima occasione mancata.

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Che cos’è la manovra di bilancio 2026?

La Legge di Bilancio 2026 è il documento che definisce spese, entrate e coperture per l’anno e il triennio dello Stato italiano. La manovra combina riduzioni fiscali (il l’eliminazione di una delle aliquote IRPEF), proroghe di bonus (soprattutto edilizi), misure per imprese e trasferimenti agli enti locali. Ma le scelte distributive e le fonti delle coperture hanno suscitato molte perplessità tra gli osservatori.

Il cuore mediatico della manovra è il taglio dell’IRPEF (la riduzione delle aliquote), una misura il cui costo è stimato intorno a 2,7–2,8 miliardi annui per il 2026 nelle stime di stampa e relazioni tecniche, con un beneficio medio spesso limitato a poche centinaia di euro all’anno a famiglia. Le misure sono presentate come uno strumento per alleggerire il carico fiscale sui contribuenti, sostenere la domanda interna e incentivare investimenti delle imprese, mantenendo al contempo impegni di finanza pubblica (controllo del rapporto deficit/PIL e sostenibilità del debito, una cosa che da tempo ci chiede l’Europa).

La Legge di Bilancio 2026 è il documento che definisce entrate, spese e coperture per l’anno e per il triennio del bilancio statale. Il Documento Programmatico di Bilancio (DPB) del MEF contiene i numeri ufficiali, gli scenari macroeconomici e la spiegazione tecnica delle misure. La manovra combina più tipologie di interventi: misure fiscali (riduzione di una o più aliquote IRPEF), proroghe e ritocchi a incentivi (anche nel settore dell’edilizia), misure per imprese e interventi di trasferimento a enti locali. (https://www.mef.gov.itwww.lamiafinanza.it)

Il fiscal drag: la copertura “nascosta” dietro al taglio

Cos’è il fiscal drag? è un aumento della pressione fiscale sui redditi causato dall’inflazione, che si verifica quando un aumento del reddito sposta i contribuenti in fasce di reddito più elevate, anche se il loro potere d’acquisto reale non è aumentato. Poiché il sistema fiscale italiano è progressivo (a scaglioni), anche un piccolo aumento salariale non reale, dovuto solo all’inflazione, può comportare un aumento delle tasse.  

Esempio pratico: Immagina un lavoratore con un reddito di €30.000, che ha un aumento del 10% dovuto all’inflazione, arrivando a €33.000. Se l’inflazione è stata del 10%, il suo potere d’acquisto reale è rimasto lo stesso (compra le stesse cose di prima con quei soldi, visto che tutto è aumentato di prezzo). Tuttavia, il suo reddito reale dopo le tasse potrebbe diminuire perché è passato a uno scaglione di reddito più alto, pagando così un’aliquota media maggiore. Cioè, paga più tasse in quanto, come reddito, è diventato più ricco (per lo Stato), ma in verità non è più ricco, semplicemente l’inflazione gli ha gonfiato il reddito, perciò si rimane cornuti e mazziati. 

Perché conta per la manovra 2026? I dati della Ragioneria Generale dello Stato indicano che una quota rilevante del maggior gettito IRPEF degli ultimi anni è dovuta proprio a questo fenomeno (oltre a recuperi di evasione, paci fiscali e alla maggiore diffusione dei pagamenti elettronici). Quindi in sostanza, in media, milioni di italiani sono più poveri di prima perché devono pagare più tasse pur non essendo diventati realmente più ricchi. 

Implicazioni pratiche: se la riduzione fiscale è finanziata da fiscal drag e da entrate non strutturali (recupero evasione, paci fiscali), il “meno tasse” proclamato può essere in realtà solo parzialmente permanente: in un contesto di inflazione più bassa o di minori recuperi, quelle coperture potrebbero ridursi, rendendo la misura meno solida di quanto appare. Osservatori indipendenti (UPB, studi economici) raccomandano cautela quando si usa gettito non strutturale per finanziare sgravi che si presentano come permanenti.

Grafico de La Stampa sulle ultime leggi di bilancio

Cosa manca per i giovani e idee pratiche alternative

Quando si parla di politiche per i giovani, il punto non è inventarsi categorie nuove ma capire dove funzionano davvero gli investimenti in Europa. Se si osservano i Paesi che negli ultimi anni hanno ridotto la disoccupazione giovanile , come Germania, Paesi Bassi e Francia, emergono alcune costanti: sistemi formativi solidi, politiche attive del lavoro credibili e un ecosistema che non scoraggia chi vuole mettersi in proprio.

Il primo tassello riguarda la formazione e la ricerca. I dati europei sull’occupazione giovanile mostrano che dove università, laboratori e percorsi tecnico-scientifici sono finanziati in modo stabile, la transizione scuola-lavoro è più rapida e meno accidentata. Non perché “studiare risolve tutto”, ma perché un capitale umano più preparato facilita l’ingresso nelle imprese e accelera il trasferimento tecnologico, due elementi che pesano sulla produttività complessiva del Paese.

Il secondo nodo è quello delle politiche attive. Nessuno strumento, preso singolarmente, fa miracoli.
Ma laddove apprendistato, orientamento professionale, tirocini regolati e incentivi all’assunzione vengono usati in modo coordinato, il risultato è quasi sempre lo stesso: meno giovani fuori dal mercato del lavoro e periodi di inattività più brevi. Il confronto con l’Italia è evidente se si guarda al tasso di disoccupazione under-25, fermo al 19,3% nel 2025 secondo ISTAT.

C’è poi il tema dell’imprenditorialità giovanile. Non è un feticcio da startupper, ma un pezzo di economia reale. Ecosistemi come la French Tech hanno dimostrato che, combinando capitali pubblici, fondi privati e servizi di incubazione, è possibile creare spazi in cui un giovane con un’idea non sia costretto a scontrarsi subito con l’assenza di credito o competenze. Anche la Youth Guarantee europea, pur con limiti discussi, ha introdotto l’idea che i percorsi personalizzati verso lavoro e auto-impiego non siano un lusso, ma una politica necessaria.

Nonostante ciò, la manovra 2026 tocca questi fronti solo in parte, con risorse distribuite in modo frammentato e troppo conservativo dello status quo. Nel dibattito pubblico è emersa un’obiezione concreta: la quota destinata al taglio dell’IRPEF (come detto, circa 2,7–2,8 miliardi per il 2026) avrebbe potuto essere investita, anche solo in parte, in programmi pluriennali su formazione avanzata, apprendistato qualificato e sostegno alle startup giovanili. Non come alternativa ideologica, ma come scelta di priorità economica.

L’argomento è semplice: destinare più fondi a istruzione, politiche attive e imprenditorialità non produce effetti immediati sul portafoglio, ma nel medio periodo può tradursi in occupazione stabile, imprese innovative e salari più alti per gli under-35. È questa la posta in gioco.

Non una guerra tra “tagli alle tasse” e “spesa per i giovani”, ma una domanda più difficile: quali investimenti costruiscono davvero il futuro economico di una generazione che oggi entra nel mercato del lavoro con meno certezze e più competizione di chi l’ha preceduta?

Grafico de Il Corriere della Sera sui numeri della manovra di bilancio 2026

Conclusioni senza giri di parole

È brutto da dire, ma la Legge di Bilancio 2026 offre un sollievo limitato solamente al breve periodo: qualche decimo di punto in meno di pressione fiscale per una parte dei contribuenti e misure settoriali che tamponano urgenze specifiche. Se però la si guarda nel suo insieme, tra uso del fiscal drag, coperture una tantum e riprogrammazione di risorse PNRR, emerge una scelta precisa: privilegiare effetti visibili nel breve periodo, lasciando in secondo piano gli interventi strutturali su crescita e lavoro giovanile.

Finanziare tagli che appaiono tendenzialmente permanenti con entrate non strutturali (recuperi di gettito, trascinamenti del fiscal drag, margini di riprogrammazione) espone a un rischio doppio: da un lato non rafforza in modo stabile la fiducia dei contribuenti, dall’altro riduce lo spazio per investimenti di lungo periodo su formazione, innovazione e occupazione under-35.

Più che una “svolta”, questa manovra assomiglia quindi a un aggiustamento di breve respiro: utile a mostrare risultati immediati, meno efficace nel cambiare la traiettoria di bassa crescita, produttività stagnante e alta disoccupazione giovanile, con riflessi potenzialmente devastanti sul lungo periodo. 

La vera partita, per chi governa oggi e per chi verrà dopo, resta sempre la stessa: decidere se usare il poco spazio fiscale disponibile per rendere più leggera la prossima busta paga o per costruire condizioni diverse (e più solide) per chi, domani, sarà la spina dorsale del Paese.

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