Esperia, Welcome to Favelas e La Zanzara: dentro l’ecosistema mediatico che ha fatto della derisione una strategia.
Se c’è una dinamica che trovo profondamente insopportabile è l’ipocrisia che domina certi angoli dei social: quel vizio tipico di chi costruisce una carriera predicando bene per poi razzolare malissimo. Spesso ci si chiede chi si nasconda dietro le pagine che spopolano nei nostri feed con migliaia di interazioni; la risposta, solitamente, è un identikit piuttosto ripetitivo: persone prive di un reale impegno sociale, ma con un enorme interesse nel ridicolizzare battaglie collettive che la percezione comune ha già bollato come “irrilevanti”.
Il punto fondamentale è che questa produzione di contenuti non ha nulla di casuale. Questi formati giocano cinicamente sulla nostra euristica e sulla propensione naturale al giudizio immediato. Ci inducono a cercare rifugio nel pensiero rassicurante di essere “migliori di loro”, alimentando un sentimento di superiorità morale che, in Italia, è ormai diventato un problema strutturale.
Diciamoci la verità: i soggetti intervistati in questi video – selezionati accuratamente tra decine di scarti per massimizzare l’effetto comico – non sono certamente i massimi esponenti del lume umano. Tuttavia, il problema reale è che non lo è nemmeno chi pone la domanda. Assistiamo a una simmetria nell’assenza di profondità che risulta pesante: il montaggio finale serve esclusivamente a convalidare uno stereotipo, senza mai avere l’ambizione di sollevare un dubbio o stimolare una riflessione che vada oltre la superficie.
I NOSTRI “MODELLI” DI RIFERIMENTO
Analizzando i profili che gestiscono queste realtà – come Fashowpinion, Esperia, Welcometofavelas, Il Toro Pensante o La Zanzara – emerge una matrice politica molto chiara. Si tratta di una destra identitaria che ha trasformato la ridicolizzazione in una strategia di posizionamento. Il loro modello si basa su un’irriverenza sistematica verso temi sociali percepiti come “di sinistra”, trasformando la derisione di un diritto o di una lotta nell’unico strumento utile per affermare la propria identità di gruppo.
È bene chiarire un punto: la mia non è una critica alla satira o alla libertà di espressione. Anzi, quest’ultime le trovo sacrosante. È una critica a un modello comunicativo che punta deliberatamente ad abbassare i costi cognitivi degli utenti. Si offre una realtà semplificata, predigerita e pronta per essere sbeffeggiata, impedendo qualsiasi forma di analisi complessa.
La strategia di queste pagine è ambigua e calcolata. Si alternano post populisti sull’attualità a contenuti politici che servono a posizionarsi come “quelli che capiscono davvero gli italiani”, per poi piazzare il contenuto irriverente verso tutto ciò che viene etichettato come “woke“. Il problema non è essere contrari a certe derive culturali, ma il fatto di non offrire mai uno spunto interessante per superarle. La ridicolizzazione diventa il fine ultimo, non il mezzo.
I toni usati, specialmente da realtà come Esperia (oggetto di un’interessante analisi di Wired), trasudano quella presunzione tipica di chi si sente moralmente superiore. Questi toni intercettano perfettamente chi ha già voglia di sentirsi un gradino sopra gli altri. Realtà come Welcometofavelas o Il Toro Pensante, invece, sfruttano l’indignazione come leva per la viralità: si fa engagement con la rabbia e poi ci si posiziona come “piazza virtuale” per influenzare l’opinione pubblica.

Perché lo fanno? Per un pugno di sponsor e qualche invito nei panel che contano. L’aspetto più paradossale è che queste realtà, pur costruendo intere narrazioni sulla critica feroce a certi valori, finiscono spesso per abbracciarli privatamente quando il ritorno d’immagine lo richiede. È una recita a uso e consumo dei like. Danno la parvenza di raccontare il mondo “senza filtri”, ma il loro filtro è il più tossico di tutti: la boria di chi dice “noi ti capiamo, ma devi capire che l’Italia è altro”.
PERCHÈ LA SINISTRA NON FA NULLA?
Da persona di sinistra, credo che questo modello di comunicazione debba farci scattare un campanello d’allarme immediato. Non possiamo accettare che la complessità del reale venga ridotta a un misero siparietto gestito da chi non ha nulla da proporre, se non la tesi che “gli altri sono peggio e non hanno capito nulla”.
Certo, la sinistra ha i suoi enormi problemi comunicativi e le sue colpe in questa polarizzazione, ma di questo parleremo un’altra volta. Oggi il punto è un altro: smascherare chi trasforma la pigrizia intellettuale in un brand di successo.
ESPERIA: UN CASO EMBLEMATICO
Chi mastica un po’ di sociologia di base e tecniche di comunicazione sa che tra le variabili fondamentali della credibilità c’è la prossemica: il modo in cui ci si muove nello spazio, come si interagisce con il mondo e come si modula il proprio modo di parlare. E questi fattori non vanno esclusi nemmeno nel mondo digitale.
Se si fa un giro sul profilo Instagram di Esperia, il tono che viene percepito è costantemente improntato alla supponenza. Una supponenza che, di fatto, intercetta benissimo la pancia degli italiani, sia in positivo che in negativo. Se la supponenza storicamente attribuita alla sinistra viene oggi percepita come idiota e respingente, quella sbandierata dalla nuova destra viene invece recepita come identitaria e fiera. Basta ascoltare con attenzione i video dal loro profilo per rendersene conto.
Parliamo anche di come sono strutturati visivamente i loro contenuti: un logo gigante in alto, con una scelta grafica che strizza molto l’occhio allo stile dei simpatizzanti di Facebook. Anche se teoricamente la Generazione Z odia il sovraccarico visivo, la testata compensa questa pesantezza con ganci d’inizio potentissimi e associazioni d’immagini che completano immediatamente il senso delle loro parole. Quando parlano di mondo woke, ad esempio, mostrano subito filmati di attivisti americani – e ripeto, americani, proprio coloro che tanto idolatrano – con bandiere e aureole arcobaleno. Bisogna riconoscere che sono fortissimi; non a caso i loro video sono tra i più commentati e ricchi di opinionisti che si esprimono con il tono pacato di chi sa tutto, anziché con un’aperta aggressività. Ma c’è sempre quel velo di superiorità.
Certo, a sinistra c’è chi risponde parlando ad alta voce in modo aggressivo, come Raffaele Giuliani, e infatti qui non si vuole stabilire chi sia migliore o peggiore. Ci teniamo semplicemente a dare gli strumenti per capire con chi ci si sta interfacciando e a chi si sta affidando la propria fiducia notiziaria.

L’aspetto più paradossale è che queste realtà, pur costruendo intere narrazioni sulla critica feroce a certi valori, finiscono spesso per abbracciarli privatamente quando il ritorno d’immagine lo richiede.
Di recente, il direttore di Esperia Gino Zavalani ha realizzato un contenuto in collaborazione con la media company Will sul tema del voto fuori sede. Will si è resa cavallo di battaglia per raggiungere questo preziosissimo traguardo. Ma come? La destra ha sempre ampiamente ignorato questa tematica e il suo elettorato non se ne è mai interessato effettivamente. Che cos’è questa novità? Ebbene, questa strategia ha un nome preciso: si chiama triangolazione.

La triangolazione si basa su un principio geometrico applicato alla politica e alla comunicazione. Invece di posizionarsi rigidamente a sinistra o a destra, creando un muro contro muro che rischierebbe di polarizzare o bloccare il dibattito, l’attore politico o editoriale decide di posizionarsi idealmente “al di sopra” dei due schieramenti tradizionali. Questa strategia si articola in passaggi molto chiari. Per prima cosa, si riconosce che un determinato tema fortemente cavalcato dagli avversari -come può essere la sicurezza per la destra o il welfare e i diritti civili per la sinistra- è molto sentito e recepito dall’elettorato. A quel punto, ci si appropria di quella specifica battaglia, adottando alcune delle soluzioni della controparte ma declinandole in una chiave moderata, pragmatica o legata al buonsenso. Il risultato finale è la totale neutralizzazione dell’avversario, al quale viene tolto il monopolio e l’esclusiva su quel tema, la cosiddetta issue ownership, lasciandolo spiazzato o costringendolo ad arroccarsi su posizioni estremiste per farsi ascoltare.
Questo pippone teorico qui è assolutamente necessario, perché analizzare un’ecosfera non significa solo tracciarne i legami o la storicità, ma capire nel profondo anche le strategie comunicative utilizzate. Esperia è il nostro nuovo media di riferimento? Beh, sì, se vogliamo capire dove sta andando a parare la comunicazione di destra.
ANCHE LA ZANZARA HA I SUOI “ PERCHÈ”
Ma prendiamo anche un altro mondo editoriale: La Zanzara. Ammetto senza problemi di essere un’ascoltatrice non molto assidua, ma li ascolto volentieri quando ho voglia di farmi due risate. E no, non perché io voglia ridicolizzare le battaglie che commentano, ma a volte fa bene allo spirito (almeno al mio) farsi catturare dalla pancia. Parlo quindi da una posizione molto centralista. Anche qui riscontriamo toni irriverenti, quasi di scherno manifesto verso le diverse notizie del giorno. È come se per loro fosse ovvio che certe novità vadano trattate come semplice materiale da satira, trasformando tutto il dibattito in un circo.

In questo contesto non bisogna escludere il ruolo fondamentale svolto dagli stacchetti musicali. Viene proposto un mondo rock che carica il pubblico dandogli quel tocco di finta ribellione fuori dagli schemi. Non è musica scelta a caso, e infatti nelle puntate più particolari partono canzoni di genere completamente diverso. Anche la dualità rappresentata dalla coppia Cruciani e Parenzo crea una dinamica d’ascolto per la quale lo spettatore, schierandosi contro uno o contro l’altro, finisce per inquadrare rigidamente le tematiche su cui discutono maggiormente, come il conflitto tra Israele e Palestina, che diventa un circuito chiuso.
Il punto fondamentale è questo: se anche la radio più ascoltata d’Italia assume toni così irriverenti nei confronti dell’attualità, capite bene come siamo messi a livello culturale. E gli effetti dei media sulla società non sono cazzate, basta aprire con sincera curiosità un libro di sociologia per capirlo. Il risultato sperato è stato ottenuto? A quanto pare sì. È il podcast più ascoltato in Italia, all’interno della radio più ascoltata in Italia, e non fatico a immaginare che, come me, tanti altri ragazzi li ascoltino con la consapevolezza che si tratti di un semplice sottofondo e non di una bussola etica.
IL PIATTO A BASSO COSTO COGNITIVO È SERVITO!
Questo mondo editoriale, inoltre, anche se non è direttamente legato da amichettismi presunti – perché, ripetiamo, non siamo qui a giudicare questo – fa parte di una precisa bolla algoritmica di cui fanno parte pagine come Welcome to Favelas e tutte quelle citate in precedenza.

Immaginate ora il feed di un ragazzo o di una ragazza totalmente saturo di questa roba: molto probabilmente, se mai dovesse uscire un contenuto di sinistra, il suo primo frame mentale sarà quello di schernirlo. Deridere, prendere la posizione di superiorità, quella imparata inconsciamente nella sua bolla informativa.
I commenti che gli verranno mostrati saranno tutti contro quel contenuto perché sì, anche la gerarchia dei commenti fa brodo nel mondo delle bolle mediatiche e degli algoritmi.
Allora il punto qual è? Far sì che queste pagine non esistano?
Impossibile, sarebbe negare svariati diritti: siamo pur sempre in una democrazia. Ma almeno avere presente come funziona la loro comunicazione può esserci solo che utile.
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