
Verrebbe da pensare che almeno una fotografia decente l’abbiano scattata a Laura Pausini durante la cerimonia di apertura della XXV Olimpiade invernale. Che almeno un obiettivo sia capitato su di lei mentre cantava l’inno. Eppure la prima immagine sui social che ha pubblicato è talmente modificata con l’AI da risultare quasi grottesca nella sua finzione.
Il problema chiaramente non è Laura Pausini, ma l’abuso dell’AI cui si ricorre ormai con tanta facilità da farci domandare sempre più spesso: “cosa è reale?”.
Allucinazione digitale
Cosa ci viene mostrato? Una Pausini ieratica sotto una bandiera italiana monumentale, in uno stadio che sembra uscito da un sogno febbrile di un regista di fantascienza. Perchè? Perché l‘IA “inventa” basandosi su modelli probabilistici. Ma l’algoritmo non è un creatore autonomo, bensì un parassita del nostro immaginario: pesca nel bacino delle nostre proiezioni collettive per restituirci esattamente ciò che siamo pronti a credere, trasformando le nostre aspettative in una realtà visiva indiscutibile.
L’infodemia non riguarda più solo le notizie false, ma l’estetica stessa con cui le narriamo, basti pensare all’immagine modificata pubblicata a seguito degli scontri a Torino di inizio febbraio.

Purtroppo non è un gioco innocuo da grafici annoiati, ma un pericolo verso cui dobbiamo porre attenzione. Sottovalutarlo significa accettare la propaganda quando ci viene servita su un piatto d’argento, luminosa perché l’occhio vuole la sua parte. La manipolazione visiva diventa la bussola smarrita di una società che non sa più abitare il conflitto o l’emozione senza un filtro protettivo.
Non che questa sia una novità: la manipolazione delle immagini è il vizio d’origine di ogni potere che voglia farsi mito. Celebre è la fotografia del discorso di Lenin del 1920 in piazza Sverdlov a Mosca: l’originale ritraeva Trockij e Kamenev sui gradini del podio, ma nelle versioni successive della propaganda staliniana i due scomodi compagni sparirono, letteralmente cancellati dal negativo.

Ieri serviva il bisturi del censore e ore di camera oscura per riscrivere la storia, in un futuro non troppo lontano potrebbe bastare un comando testuale per generare un’ucronica narrazione che faccia comodo al leader di turno. Se tutto può essere ricostruito come “sarebbe dovuto essere”, allora niente è più accaduto davvero.
Minculpop del presente (Ministero per la Cultura Popolare)
Il paradosso è servito: mentre si celebra Giorgio Armani (ma l’AI s’inventa pure un bordeaux nei colori della bandiera italiana delle divise) la narrazione della post-verità diventa una presenza sempre più ingombrante. Il vero dramma, il capolavoro in cui nemmeno Goebbels avrebbe sperato, è che ora non serve un ordine dall’alto per alterare la percezione ma basta la nostra pigrizia nel consumare immagini iper-reali.

Ne è un esempio perfetto la foto pubblicata qualche mese fa dall’account della Casa Bianca con la didascalia:
“Felice 4 maggio (ndr. May the 4th, che suona come “May the force”, celebre frase di Star Wars) a tutti, compresi i Lunatici della Sinistra Radicale che stanno combattendo così duramente per riportare nella nostra Galassia Signori dei Sith, Assassini, Signori della Droga, Prigionieri Pericolosi e famigerati membri della banda MS-13. Voi non siete la Ribellione: siete l’Impero”.
Il punto di rottura è qui: abbiamo smesso di chiedere alla tecnologia di aiutarci a capire il mondo, e abbiamo iniziato a chiederle di sostituirlo con una versione più instagrammabile. Che si tratti di eliminare un rivale politico da una foto del 1920 o di aggiungere criminali galattici a un post istituzionale nel 2025, l’obiettivo è lo stesso, il sabotaggio della verità.
Fossili sintetici
Siamo entrati nell’era della stasi documentale. Se la fotografia è nata per essere la traccia di ciò che è stato, l’abuso dell’IA la trasforma in un fossile sintetico: una forma perfetta che non ha mai ospitato la vita. È un po’ come in Jurassic Park: siamo talmente inebriati dal poterlo fare, che non ci fermiamo a pensare se sia giusto farlo. Solo che qui non stiamo clonando dinosauri, ma la nostra stessa memoria, creando un parco a tema dove la realtà è l’unica specie estinta.
La realtà è diventata un “rumore di fondo” fastidioso che l’algoritmo pulisce, come un filtro antirumore troppo aggressivo che finisce per cancellare anche la voce che doveva proteggere. Accettiamo un mondo in cui ogni leader è un’icona costruita ad arte e ogni disagio sociale viene filtrato fino a diventare invisibile, trasformando la sfera pubblica in una galleria dove le proteste sono eventi da ritoccare.
No, il problema non è il feed di Laura Pausini e nemmeno quanto l’AI sia diventata brava a propinare una realtà che non esiste, ma quanto noi stiamo diventando bravi a farci ingannare. Accettare che la realtà venga corretta è una capitolazione culturale, la scelta consapevole di preferire il conforto di una simulazione perfetta al rischio di un’esistenza autentica.
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