- It’s the identity, stupid!
- Di che libro si tratta
- Una diagnosi che parte dal demos
- Noi contro Loro
- Immigrazione, Islam, Woke
- L’economia, la nostalgia, la velocità
- La domanda del sottotitolo
- Limiti e meriti di una bussola
- Salvare le democrazie liberali
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Recensione del libro di Domenico Petrolo, “La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare” edito da FrancoAngeli
Per decenni abbiamo creduto che si votasse con il portafoglio. Che l’elettore, in fondo, fosse un contabile. Poi sono arrivate la Brexit, Trump, le destre europee e qualcosa, nella vecchia equazione, si è rotto. Domenico Petrolo prova a spiegare che cosa.

It’s the identity, stupid!
«It’s the economy, stupid!» è la formula con cui James Carville, stratega di Bill Clinton per la campagna del 1992, descrive una teoria implicita del voto: l’elettore calcola e, calcolando, premia chi ne accresce il benessere materiale. Domenico Petrolo, nel suo recente La stagione dell’identità (2026), se ne congeda. Il consenso, oggi, ruota intorno ad altro. It’s the identity, stupid!
In tutto l’Occidente, gli elettori hanno smesso di chiedersi soltanto come stanno. Hanno cominciato a chiedersi chi sono. Dalla Brexit, letta come rivolta del popolo contro l’élite, alla rivendicazione lepeniana del «siamo a casa nostra», dall’ascesa di Alternative für Deutschland alla parabola del Make America Great Again, il primo capitolo ricostruisce una medesima grammatica, quella di un elettorato che reclama appartenenza e valori ancor prima che salari e tutele. Insomma, milioni di persone votano contro il proprio interesse economico, e lo fanno con orgoglio.
A chiudere il capitolo c’è la prima delle interviste che scandiscono il libro. Si tratta di un dialogo con Romano Prodi sull’incapacità della sinistra di capire le paure che stanno alla base del bisogno identitario. Il Partito Democratico, osserva Prodi, ha smarrito il lessico dei numeri per attestarsi su principi e concetti astratti, ed è proprio in tale scarto che si consuma tutta la sua difficoltà.
Di che libro si tratta
Ci torneremo, ma prima conviene dire che libro è La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare (2026). Si tratta di un saggio, di poco meno di centosessanta pagine, pensato per essere letto, senza troppe difficoltà, da chiunque. È edito da FrancoAngeli, per la collana «Orizzonti», con la prefazione di Luigi Di Gregorio e la postfazione del giornalista Alessandro De Angelis.
Petrolo non è un professore, è un esperto di comunicazione politica e di strategia elettorale. La struttura del testo è peculiare. Ogni capitolo tratta di un problema specifico, prende uno o due dei libri di politica tra i più discussi degli ultimi anni e li usa come trampolino, per poi chiudersi con un’intervista a una voce di peso. Tra queste, oltre a Prodi, lo storico Philipp Blom, la politologa Catherine Fieschi, il filosofo Kwame Anthony Appiah, gli economisti Nicola Gennaioli e Guido Tabellini, lo psichiatra Emanuele Caroppo e il sociologo Colin Crouch. È un libro dialogato in senso pieno.
Una diagnosi che parte dal demos
Da almeno un paio di decenni esiste un filone di studi che indaga la crisi delle democrazie liberali spostando l’attenzione dalle cause esogene a quelle endogene. Non a caso la prefazione è firmata da Luigi Di Gregorio, autore di Demopatìa. Sintomi, diagnosi e terapie del malessere democratico, (2019), un saggio la cui tesi si lascia riassumere così: la democrazia è malata perché è malato il demos, il popolo, e non esiste cura che non parta da lì. Petrolo si muove sullo stesso terreno. Il punto critico, per lui, risiede nella domanda di identità e di riconoscimento che sale dal corpo elettorale e che la politica non sa più intercettare.
A reggere l’intera impalcatura è Francis Fukuyama. Petrolo muove dal suo Identità. La ricerca della dignità e i nuovi populismi, (2019) dove il politologo americano, celebre per la discussa tesi della fine della storia (l’idea che, caduto il comunismo, la democrazia liberale rappresenti il punto d’arrivo dell’evoluzione ideologica dell’umanità), traccia un percorso che parte dalla Repubblica di Platone e attraversa Lutero, Rousseau, Kant e Hegel. Da qui trae il concetto chiave attorno al quale far ruotare l’intero testo: il thymos.
In Platone è la terza parte dell’anima, sede dell’orgoglio; in Fukuyama diventa la sede dei giudizi di valore, il luogo da cui nasce l’aspirazione di ogni essere umano a vedere riconosciuta la propria dignità. Lì, secondo Fukuyama, abitano oggi le politiche dell’identità.
Noi contro Loro
Il libro parte quindi da una premessa semplice: esistiamo nell’atto di riconoscimento che gli altri compiono verso di noi, e quando quel riconoscimento manca subentra il risentimento. È da questa mancanza, sostiene Petrolo, che nasce la stagione del Noi, popolo autentico, contro Loro, l’élite traditrice. Un Noi che i populisti e i nazionalisti scelgono di rappresentare come identità convenzionale, e che la sinistra, urbanizzata e moralista, trascura, finendo per occuparsi solo di alcune identità specifiche.
Nel dialogo che chiude questa prima parte, Philipp Blom porta l’argomento al suo nucleo: si vota per i populisti per orgoglio, perché ci si è sentiti umiliati. In parte è perché l’ascensore sociale si è fermato, e in parte anche perché la sinistra, perse le fabbriche e gli operai, si è data un’esigente agenda morale che ha lasciato indietro i propri elettori originari. A determinare la frattura, osserva Petrolo, concorrono quattro fenomeni, ed è intorno a essi che il libro si organizza: globalizzazione, immigrazione, cultura woke, demografia.
Immigrazione, Islam, Woke
Sull’immigrazione la lettura è dichiaratamente pragmatica. Trattare il tema in modo ideologico, buoni contro cattivi, è per Petrolo un errore, perché quello dell’immigrazione è uno dei campi in cui affiora con più evidenza il peso delle preoccupazioni identitarie. Ne discende che chiedere a chi arriva di accettare le regole del paese che accoglie, o di rinunciare a pratiche che opprimono le donne, non significa essere di destra o islamofobi, ma applicare un buon senso che tiene in piedi il sistema.
Le paure del presente non sono né di destra né di sinistra, sono semplicemente umane, e la sinistra risulta meno credibile proprio perché si rifiuta di riconoscerle.
Quando passa all’islam radicale in Europa, il registro cambia e si fa apertamente allarmato. Petrolo sostiene, tra l’altro, che la nuova generazione dei Fratelli Musulmani abbia adottato il linguaggio della teoria postcoloniale, in una sorta di islamismo-woke che ne maschera la natura e che riesce a raccogliere proseliti perfino dentro la Commissione europea, grazie a una capillare attività di lobbying.
L’Occidente, si conclude, deve liberarsi da un senso di colpa soffocante e ingiustificato, perché non spetta alla nostra società regredire, ma agli altri emanciparsi e accettare le regole del vivere civile.
È qui che il lettore critico avrà più da obiettare, e dove la generalizzazione rischia di prendere il posto dell’analisi, tanto più che il capitolo appare schiacciato sul caso francese, assunto quasi a paradigma dell’intera condizione europea. Va però riconosciuto che l’allarme cerca di temperarsi da sé. Petrolo, infatti, indica anche un terreno fertile, quello di un’alleanza necessaria con l’islam moderato, che smorza il tono e apre una via di uscita politica al problema che ha appena descritto.
Con il capitolo su Trump e la cultura woke lo sguardo si rovescia verso sinistra. Petrolo ricostruisce con correttezza il senso originario del termine, la volontà di riconoscere e includere i soggetti discriminati, per poi seguirne la torsione ideologica maturata dentro le università, tra il postmodernismo di Foucault, il pensiero postcoloniale di Edward Said e la Critical Race Theory, la teoria critica della razza, secondo cui il razzismo è sistemico e incorporato nelle istituzioni. Si appoggia a Yascha Mounk e ai cinque principi della “sintesi identitaria” de La trappola identitaria (2024) e chiama in causa Susan Neiman, per la quale il movimento woke, pretendendo di fare i conti con il passato criminale, finisce per giudicare criminale la storia intera. La tesi, condensata nel titolo “Woke for Trump”, è che le politiche identitarie progressiste finiscano per regalare consenso alla destra anziché sottrarglielo.
L’economia, la nostalgia, la velocità
Poi il libro torna all’economia, ma per mostrarne i limiti. La chiave è la politica del risentimento di Katherine Cramer, secondo la quale lo spostamento a destra del voto rurale nasce da sentimenti di perdita, ingiustizia e tradimento prima ancora che da condizioni materiali. Nel dialogo con gli economisti Nicola Gennaioli e Guido Tabellini la frattura viene ridescritta, sulla scorta della distinzione di Ben Enke, come divisione tra universalisti e comunitari. Da un lato i valori tipici della destra, lealtà, gerarchia, fedeltà alla comunità locale, dall’altro l’universalismo dei progressisti.
Gli ultimi due capitoli allargano il campo. Sul fronte demografico, l’esempio della Brexit (gli anziani delle aree rurali per il leave e i giovani delle città per il remain), diventa il pretesto per un tema più interessante del dato anagrafico: la politica della nostalgia, lo scontro generazionale come conflitto tra chi rimpiange un passato idealizzato e chi non lo ha mai conosciuto. È una frattura identitaria a tutti gli effetti, giocata sul tempo anziché sullo spazio.
Sul fronte tecnologico, la velocità della quarta rivoluzione industriale viene letta attraverso la psicologia comportamentale, il bias dello status quo di Samuelson e Zeckhauser, l’avversione alla perdita di Kahneman e Tversky. Ma il punto che resta è più radicale, e cioè che la naturale capacità umana di adattamento non regge più il ritmo del cambiamento tecnologico, così che lo spaesamento diventa la condizione permanente di chi non fa in tempo a riconoscere il mondo in cui vive.
Le conclusioni tirano le fila in forma di ricette: riconoscere prima che promettere, perché niente è solo economico e tutto è status; offrire protezione; prendersi cura delle paure per prendersi cura delle democrazie liberali; liberarsi dalla trappola identitaria per tornare ai valori universali; difendere l’Occidente dal suo senso di colpa autoinflitto. Il messaggio di fondo è che la stagione dell’identità non deve necessariamente coincidere con quella disegnata dalle destre.
La domanda del sottotitolo
Resta la domanda che il sottotitolo mette sul tavolo: orgoglio e valori contano davvero più di salari e welfare?
La formula delle conclusioni, «niente è solo economico, tutto è status», prova a sciogliere il nodo assorbendo l’economia dentro l’identità. Insomma, la perdita del lavoro conta, ma conta soprattutto come perdita di status e di riconoscimento.
È una mossa efficace, e forse la più onesta possibile per un saggio del genere. Lascia però aperta la questione più difficile, quella causale: il bisogno di riconoscimento è un fattore autonomo, che agisce per conto proprio, oppure è la traduzione simbolica di un’insicurezza che resta, alla radice, materiale?
Petrolo dimostra in modo convincente che l’identità è la lente attraverso cui oggi si organizza il consenso, il fattore prossimo, quello che decide il voto. Non dimostra, e con ogni probabilità non intende dimostrare, che sia anche il fattore ultimo.
Una risposta, in ogni caso, la offre, e non è banale. Sul piano del comportamento elettorale orgoglio e valori pesano più di salari e welfare perché arrivano prima, perché toccano un nervo che i numeri non sfiorano.
Limiti e meriti di una bussola
Prima di tirare le somme, consideriamo i limiti del libro. Questi non sono, a mio avviso, difetti sparsi, ma il prezzo della forma che Petrolo ha scelto per il suo saggio. Il più evidente è la ripetitività. La stessa tesi, orgoglio e riconoscimento prima dell’economia, ritorna capitolo dopo capitolo con formulazioni simili, e nell’ultimo terzo il ritorno si fa insistito.
Il secondo è l’asciuttezza delle soluzioni. Problemi enormi, seppur affrontati con una mole di dati notevole e di buona qualità, sboccano poi in risposte che a tratti sembrano la semplice applicazione del buon senso.
Il terzo limite è teorico, e riguarda proprio il concetto che regge tutto il libro. Manca, cioè, una distinzione esplicita tra un riconoscimento che cura la democrazia e uno che la sfrutta. Petrolo, a dire il vero, una demarcazione la traccia di fatto, ascrivendo ai populismi il riconoscimento che sfrutta e al pragmatismo quello che cura; quello che non offre è un criterio generale, applicabile trasversalmente alle diverse proposte politiche, per riconoscere l’una forma dall’altra. In un testo breve che tuttavia non si tira indietro davanti alle prescrizioni, sarebbe stato un compito teoricamente oneroso, è indubitabile, ma proprio per questo prezioso.
Il punto è che tutti e tre questi limiti hanno la stessa radice: sono il rovescio della natura del libro, che è insieme una bussola e un manuale. La ripetitività è spesso il prezzo della chiarezza divulgativa; le soluzioni di semplice buon senso sono ciò che resta quando problemi complessi vanno consegnati a un pubblico ampio in poche pagine; la distinzione teorica mancante è esattamente il tipo di affondo che un testo di orientamento, e non di teoria, sceglie di non fare.
Ed è qui che il limite si rovescia nel merito principale, perché come bussola La stagione dell’identità funziona. Chi voglia iniziare a orientarsi nell’intreccio di problemi che l’identità collettiva pone alla politica contemporanea, e non abbia gli strumenti per attraversare la letteratura specialistica, qui trova una mappa affidabile per muovere i primi passi e per capire dove approfondire, sui nodi del comportamento elettorale e della tenuta delle democrazie liberali.
Da lì, gli altri meriti. C’è la lucidità della diagnosi. Petrolo mette a fuoco con precisione uno spostamento reale, il passaggio da un voto di interesse a un voto di appartenenza, e lo fa senza le due scorciatoie che dominano il dibattito, perché l’elettore populista non viene né demonizzato né assolto, ma spiegato. C’è la forma dialogica, dove le interviste mettono la tesi dell’autore alla prova di chi la guarda da un’altra angolatura, e spesso la complica. È la parte in cui il libro respira meglio.
Un’ultima cosa da tenere in considerazione è la seconda anima del testo, quella di manuale per la sinistra. Perché La stagione dell’identità non si limita a descrivere, prescrive, e in più punti la spinta prescrittiva prevale su quella descrittiva.
È alla sinistra che rivolge le domande più scomode, sul moralismo, sulle identità specifiche, sulle paure derubricate a pregiudizio, ed è alla sinistra che indica una via d’uscita. Vale la pena leggerlo tenendo insieme le due chiavi, perché è nello scarto tra la bussola e il manuale che si gioca la sua ambizione.
Salvare le democrazie liberali
È nel titolo delle conclusioni, «Salvare le democrazie liberali», che si coglie la posta in gioco del saggio. Petrolo chiede di riconoscere le paure e di governarle. È una richiesta esigente, perché affida la tenuta della democrazia alla capacità della politica di ascoltare senza per questo assecondare, di prendere sul serio il demos senza consegnarsi ai suoi umori.
Il libro indica la strada con più sicurezza di quanta ne offra per percorrerla. Ma indicarla, di questi tempi, è già qualcosa. E in un dibattito abituato a dividere gli elettori in illusi da rieducare e vittime da compiangere, il gesto più utile di Petrolo è forse il più semplice: prenderli sul serio.
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