I giovani sono sempre di meno. E in questo paese le minoranze non contano, né economicamente né politicamente.
Se sei giovane in Italia, spesso hai la sensazione che non ti ascolti nessuno.
Per molti sei uno “sfaticato”, oppure un “bamboccione.” Se solo ti azzardi a esprimere un’opinione, magari sul costo insostenibile dell’affitto, ecco pronto lo zio al pranzo di Natale esclamare a gran voce: “alla tua età, io la casa me l’ero già comprata”, oppure a ricordarti che secondo lui “hai ancora i denti da latte.”
Nel dibattito politico, poi, il 90% della discussione si concentra su tre temi: sicurezza (oggi “remigrazione”), sanità e le immancabili pensioni. Se ti sembra che non ti ascolti nessuno, beh, hai ragione. Ma per quale motivo? Scopriamolo insieme!
I giovani sono sempre meno
Non diventerà una lezione di matematica, lo giuro, ma qualche numero serve.
Immagina l’Italia come una stanza con 100 persone dentro. Quante hanno la tua età? Poche, vero? Non è solo una sensazione, lo conferma anche l’Istituto Nazionale di Statistica, mostrando che la popolazione italiana over 65 sfiora i 15 milioni di persone, mentre quella nella fascia 18-34 non arriva neanche a 10 milioni e mezzo (nella stanza sareste in 17). Il rapporto si è ribaltato, perché nel 1992 ad esempio la fascia giovanile superava i 15 milioni, mentre gli anziani non toccavano quota 9 milioni.
Si potrebbe obiettare che la tendenza all’invecchiamento della popolazione è mondiale, ma nella speciale classifica dei paesi con l’età mediana più alta al mondo l’Italia è al quinto posto. L’età mediana è quella che divide una popolazione in due gruppi di uguale dimensione: la metà della popolazione ha un’età inferiore o uguale a questa cifra, e la metà restante ha un’età superiore o uguale. La linea di divisione, in Italia, è fissata a 48 anni. E se molti usano questo dato per dire che “in Italia si vive bene e a lungo”, il che sicuramente è vero, dall’altro lato questa tendenza non farà altro che aggravarsi nei prossimi anni. E questo cosa c’entra?
C’entra, c’entra.
Il 4% della ricchezza (e uno stipendio da 1400 euro)
Perché se uno va a guardare i dati sul patrimonio e sulla ricchezza, per esempio, si accorge di una cosa: il 75% della ricchezza italiana è in mano alla fascia di popolazione over 50. In pratica la metà più anziana della popolazione italiana possiede i tre quarti della ricchezza del Paese, mentre alla metà della popolazione più giovane resta un quarto della torta. E anche questa volta, non è sempre stato così: tra il 1991 e il 2022, la quota di patrimonio detenuta dalle famiglie over 65 è quasi raddoppiata, raggiungendo il 32 per cento, mentre quella delle famiglie under 36 è precipitata dal 13 al 4 per cento. I tuoi genitori alla tua età erano tre volte più ricchi di te.
Se la comparazione tra patrimoni è impietosa, non va meglio nemmeno ragionando sui salari degli under 35. Che i salari reali italiani sono fermi agli anni ‘90 l’abbiamo sentito e risentito, ma immagina la scena: ti laurei, e trovi un lavoro in cui guadagni 1400 euro al mese. E ti tocca pure sentirti dire da tuo padre di non lamentarti perché lui, alla tua età e con uno stipendio paragonabile, si era già comprato casa. Poi arriva tuo nonno, che si lamenta della pensione. E scopri che prende praticamente la stessa cifra che prendi tu. Solo che lui non deve fare i conti con l’affitto, perché la casa (indovina un po’) se l’è comprata. Quindi guadagna come te, ma spende un terzo. E come gli spieghi che per il 70% dei tuoi coetanei è più difficile comprare casa rispetto a lui?
42,7%: quasi un giovane su due non vota
Finora abbiamo ragionato di economia, ma per chiudere il cerchio manca un dettaglio fondamentale: con l’eccezione dell’ultimo referendum costituzionale, i giovani votano molto meno delle fasce più anziane. Alle elezioni politiche del 2022, il tasso di astensionismo più alto è stato nella fascia tra i 18 e i 34 anni, il 42,7% non è andato a votare. Praticamente uno su due.
E perché i giovani non votano?
Perché se sei fuori sede, prendere un Frecciarossa e tornare a casa a votare vuol dire spendere almeno 100 euro per andata e ritorno. Ma la vera ragione è più profonda, perché dovrebbe venirti voglia di scegliere chi ti governa, quando chiunque ti governerà continuerà a ignorarti?
Siamo la generazione per cui la pensione è un miraggio, e la sanità non è la nostra priorità immediata. Vorremo che si parlasse dei prezzi degli affitti, che ci fosse un dibattito serio su salari dignitosi. Ma niente di tutto questo è al centro dell’agenda politica italiana.
E quindi? Se continuiamo a ignorare la vita politica la politica continuerà ad essere felicissima di ignorarci, per concentrarsi sulle fasce di popolazione più numerose, più ricche e che in percentuale vanno a votare molto di più. È un circolo vizioso: voi non votate perché non vi ascoltano, loro non vi ascoltano perché non votate. Difficile da sradicare, ma non impossibile.
Farsi sentire
Perché pensando al referendum costituzionale del 2026, si capisce che i giovani possono ancora fare la differenza. Non è una questione morale, è una questione di potere. Votare è la base.
Ma farsi sentire significa anche non credere a quella che vi raccontano essere la verità, e andare a cercare i dati. Condividete questo articolo. Parlate con i vostri coetanei. Fate capire ai politici che se vi ignorano, perdono 10 milioni di voti. Questo è il linguaggio che capiscono. Questo è farvi sentire.
Quindi quando arriverà il giorno delle elezioni politiche, ricordatevi una cosa: ogni punto percentuale che quel 42,7% di astensione perderà, vi avvicinerà di più al tavolo dove si prendono le decisioni. Entra in quella cabina elettorale e fai capire che devono fare i conti anche con te.
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