- Che cos’è l’ansia? Distinguere ansia buona da ansia cattiva
- Che cosa sono i disturbi d’ansia
- Perché alcune persone hanno l’ansia e altre no?
- Come si manifesta l’ansia
- Disturbo di panico.
- Disturbo d’ansia generalizzato
- Disturbo ossessivo compulsivo (DOC)
- Le fobie
- Disturbo da stress acuto e disturbo da stress post-traumatico
- Dall’ansia si può guarire
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Dove nasce, come si manifesta e perché oggi sembra essere diventata una presenza costante nella vita di tanti giovani.
Ansia. È una parola che sentiamo ovunque, nei social network, alla televisione e nelle conversazioni tra amici. Ma dietro questo termine, sempre più presente nella vita quotidiana dei ragazzi e delle ragazze della Generazione Z, si nasconde un disagio profondo e spesso difficile da raccontare.
Per questo, nell’ambito della campagna “Quest’ansia non è nostra”, partita il 6 maggio 2026, abbiamo deciso di avviare un’inchiesta fatta di video, testimonianze e articoli per documentare il malessere psicologico che attraversa i giovani italiani.
Per capire davvero ciò di cui stiamo parlando, siamo partiti da una delle domande più importanti: Che cos’è l’ansia?
In questo articolo proveremo a capire da dove nasce, come si manifesta e perché oggi sembra essere diventata una presenza costante nella vita di tanti giovani.
Che cos’è l’ansia? Distinguere ansia buona da ansia cattiva
Ad oggi la parola ansia è diventata inflazionata. La usiamo continuamente, anche a sproposito, senza riferirci davvero a un disagio reale. Nella vita quotidiana, molto spesso, diciamo di avere ansia quando abbiamo paura oppure quando siamo preoccupati per qualcosa che sta per succedere.
In realtà, quello che proviamo in molti di quei momenti è del tutto normale. Ad esempio quando sentiamo le farfalle nello stomaco perché sta per accadere qualcosa che consideriamo importante, come un esame all’università, un colloquio di lavoro in una nuova multinazionale, oppure il primo appuntamento con quella persona a cui stiamo sotto da mesi. Non significa automaticamente che ci sia qualcosa che non va. Quella sensazione di agitazione e tensione è il segnale, da parte del nostro cervello, che siamo vivi, che non siamo apatici e che quella situazione per noi conta davvero. Ci teniamo.
Per questo è importante distinguere l’ansia cosiddetta “buona” da quella “cattiva”. La prima è quella che ci aiuta a sopravvivere, che ci prepara a reagire a uno stimolo e ad affrontare ciò che abbiamo davanti. L’altra, invece, è l’ansia patologica che ci paralizza (freezing) e non ci permette di compiere azioni quotidiane che fino a poco tempo prima facevamo normalmente. Facciamo alcuni esempi: l’ansia nei casi peggiori non ci permette di guidare o uscire di casa oppure fa in modo che preferiamo evitare tutte quelle situazioni che consideriamo stressanti, come dare gli esami, vedere gli amici e così via. In poche parole smette di essere una spinta propulsiva e diventa un ostacolo. Ci blocca e ci impedisce di evolvere. Ci sentiamo paralizzati, iniziamo a percepire sintomi fisici e tutto diventa più difficile da gestire. In questi casi si parla di disturbi d’ansia, condizioni che non vanno sottovalutate. Non a caso sono classificate anche nel DSM-5, una sorta di enciclopedia in cui vengono descritti i disturbi mentali, compresi quelli legati all’ansia.
Che cosa sono i disturbi d’ansia
I disturbi d’ansia, come ho accennato poco sopra, sono tra le condizioni psichiatriche più diffuse al mondo e circa il 31% delle persone ne sperimenta almeno una forma nel corso della vita. Colpiscono più frequentemente le donne, con una prevalenza circa doppia rispetto agli uomini.
L’ansia, anche se per ovvie ragioni viene percepita come qualcosa di negativo e da eliminare, nasce in realtà come una reazione naturale del corpo che serve ad aiutarci ad affrontare situazioni difficili o potenzialmente pericolose. È un processo evolutivo: gli individui che, in passato, erano più “ansiosi” avevano maggiori probabilità di sopravvivere e, quindi, di trasmettere queste caratteristiche fino a noi.
Sembra controintuitivo? Ora lo spieghiamo meglio.
Lo scopo principale dell’ansia è attivare la risposta fight or flight (attacco o fuga). Se pensiamo agli esseri umani del Paleolitico, il loro problema non era certo il riuscire a pagare l’affitto, ma sopravvivere. Dovevano, per esempio, scappare da una bestia feroce. In queste situazioni, il loro cervello attivava una serie di reazioni per aumentare le probabilità di salvarsi. In questo senso, l’ansia è una risposta naturale del corpo che ci prepara ad affrontare ciò che accade.
Il pericolo, reale o percepito, viene registrato da una piccola struttura del cervello chiamata amigdala, grande più o meno come una mandorla. L’amigdala memorizza queste esperienze e ci permette di riconoscere e anticipare situazioni simili in futuro. Per esempio, la seconda volta che incontriamo una tigre, la reazione ansiosa sarà più intensa rispetto alla prima, proprio perché il cervello ha già imparato a riconoscere quel pericolo. In sintesi, l’amigdala registra una situazione come pericolosa e non deve per forza esserlo davvero, è sufficiente che venga percepita come tale. Se questa percezione non viene elaborata in modo adeguato, può contribuire allo sviluppo dell’ansia.
Alla base dei disturbi d’ansia c’è un’alterazione dei meccanismi con cui il cervello percepisce il pericolo e attiva la risposta di allarme:
- La paura è la forma più immediata e fisiologica, che può riguardare chiunque: si attiva davanti a una minaccia concreta e riconoscibile, qualcosa che spaventerebbe la maggior parte delle persone (come una bestia feroce, appunto).
- La fobia riguarda invece una paura specifica, non condivisa dalla maggioranza degli individui. La persona sa esattamente cosa la spaventa e spesso è consapevole che la reazione è eccessiva (chi ha la fobia delle api, dei ragni o non sale in ascensore, ad esempio).
- L’ansia, invece, è più difficile da definire: si prova una sensazione di allarme o paura senza riuscire a identificare chiaramente la causa.
L’ansia si manifesta attraverso diversi sintomi, che possiamo dividere in due categorie.
Da una parte ci sono i sintomi fisici, spesso spaventosi perché simili a quelli di altre condizioni mediche: aumento della pressione, battito cardiaco accelerato (tachicardia), respirazione più rapida (tachipnea).
Dall’altra ci sono i sintomi psicologici: uno stato costante di allarme, sensazione di paura o disagio e un aumento della vigilanza, che può tradursi in insonnia o nel bisogno continuo di controllare tutto.
Queste reazioni diventano problematiche e degne di attenzione quando compromettono in modo significativo la vita quotidiana. È importante preoccuparsi quando i sintomi diventano così intensi da limitare le attività di tutti i giorni.
Perché alcune persone hanno l’ansia e altre no?
È bene specificare che l’ansia, di per sé, è soltanto la manifestazione di un malessere. Quando un individuo ha ansia, il suo corpo gli sta semplicemente dicendo che c’è qualcosa di cui deve occuparsi. Nei disturbi d’ansia esiste un connubio perfetto tra componente medica, biologica e psicologica.
L’ansia è “l’allarme” che il nostro corpo ci dà, avvertendoci che ci sta succedendo qualcosa di cui dobbiamo occuparci. Infatti l’ansia spesso si manifesta in modo subdolo, impedendoci di svolgere compiti che fino a poco tempo prima svolgevamo tranquillamente. Tuttavia dobbiamo stare attenti a non fossilizzarci solo su quella prima manifestazione. È importante, cioè, capire perché abbiamo l’ansia. Perché questa può essere anche solo la manifestazione di un disagio molto più profondo che va indagato in psicoterapia.
Se i sintomi sono molto invalidanti avremo anche bisogno dei farmaci, che tuttavia agiscono come la Tachipirina per la febbre, non curano l’ansia, ma solo il sintomo. Per farla passare per sempre dobbiamo capire, anche con tempi molto dilatati, il motivo reale per il quale ci è venuta, che nella maggior parte dei casi è molto distante dalla causa scatenante. Possiamo considerare l’ansia un po’ come l’espediente cinematografico che il nostro organismo usa per farci rizzare le antenne per qualcos’altro.
Ora, proviamo a immaginare: due fratelli che hanno vissuto le stesse situazioni familiari, svilupperanno entrambi lo stesso disturbo d’ansia? Ebbene no. Perché? C’entra molto il temperamento individuale, cioè il modo in cui una persona è naturalmente predisposta a reagire. Allo stesso modo incidono i fattori ambientali: abitudini come il fumo o esperienze difficili, come eventi stressanti o traumi, possono aumentare il rischio.
Un altro elemento è la genetica. Le persone della stessa famiglia possono condividere sia alcuni schemi di comportamento poco funzionali sia una certa predisposizione biologica. Per questo è importante considerare anche i fattori biologici. Alcune ricerche hanno evidenziato che chi soffre di ansia patologica può presentare alterazioni nel flusso sanguigno del cervello e nei sistemi dei neurotrasmettitori, cioè le sostanze chimiche che permettono alle cellule nervose di comunicare tra loro. Queste alterazioni possono variare a seconda del tipo di disturbo. È stata inoltre osservata una maggiore attivazione dell’amigdala, una struttura cerebrale coinvolta nella gestione delle emozioni, soprattutto della paura.
Come si manifesta l’ansia
Nell’introduzione abbiamo visto che l’ansia si manifesta attraverso diversi sintomi, spesso attivati da specifici fattori scatenanti. Tuttavia, non si presenta sempre nello stesso modo ed esistono infatti diverse forme di disturbi d’ansia.
Questi disturbi sono descritti nel DSM-5, il principale manuale diagnostico utilizzato in psichiatria, che raccoglie e classifica i disturbi mentali.
Tra i principali troviamo: disturbo di panico, disturbo d’ansia generalizzato, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo d’ansia sociale, disturbo da stress acuto e disturbo post-traumatico.
L’obiettivo di questo articolo è offrire una panoramica chiara e accessibile per capire come si manifestano, ma non preoccupatevi, sarà spiegato in modo facile e accessibile anche a chi non conosce la materia.
Disturbo di panico.
Il disturbo di panico è caratterizzato dalla presenza di attacchi di panico ricorrenti, improvvisi e non legati a una situazione specifica. Insorge solitamente in età giovanile, in un periodo che va circa dai 15 ai 35 anni, quindi tra la prima adolescenza e la prima età adulta. La sua peculiarità è che, a differenza di altre forme di ansia, la persona ricorda con precisione quando tutto è iniziato: coincide infatti con il primo attacco di panico.
Un attacco di panico è un episodio intenso di ansia o paura che raggiunge il picco in pochi minuti. Può includere sintomi fisici come tachicardia, respiro accelerato e tremori, accompagnati da una forte paura di morire o di perdere il controllo: questo è il sintomo cardine del disturbo da attacchi di panico. È importante chiarire che un attacco di panico può verificarsi anche una sola volta nella vita, senza che questo significhi avere un disturbo di panico. Per parlare di disturbo, infatti, gli attacchi devono essere ripetuti e avere un impatto significativo sulla vita della persona.
Con il tempo, nel disturbo da attacchi di panico, può svilupparsi la paura di avere un nuovo attacco, chiamata ansia anticipatoria. Questa può durare alcune ore, raggiunge il suo picco più lentamente rispetto all’attacco di panico ed è generalmente più gestibile, soprattutto se ci si allontana dalla situazione stressante o se si ricevono rassicurazioni. Tuttavia, può portare a mettere in atto strategie di evitamento, cioè evitare luoghi o situazioni in cui si teme che l’attacco possa ripresentarsi.
Anche se gli attacchi sono, per definizione, inaspettati, possono diventare più probabili in contesti associati a un episodio precedente. Un esempio è l’agorafobia (paura degli spazi aperti), una complicanza molto comune del disturbo da attacco di panico, che si manifesta nella maggior parte delle persone poco dopo l’esordio del disturbo. Più che la paura degli spazi aperti in sé, riguarda il timore di trovarsi in luoghi da cui sarebbe difficile allontanarsi o ricevere aiuto in caso di malessere, come una piazza affollata, un concerto o una discoteca. In questi casi, la paura e l’ansia risultano sproporzionate rispetto al reale pericolo.
Disturbo d’ansia generalizzato
Quando sentiamo parlare di ansia, molto spesso ci riferiamo proprio a questo disturbo, anche senza saperlo. Chi ne soffre vive immerso in una sorta di preoccupazione costante, come se qualcosa di negativo stesse per accadere da un momento all’altro, anche quando non c’è un motivo preciso. La mente di queste persone immagina spesso i peggiori scenari possibili e il corpo segue a ruota con sintomi fisici come tensioni, dolori diffusi e difficoltà a dormire.
La persona vive sempre in modalità allarme, con il bisogno costante di controllare tutto per evitare un pericolo che, nella maggior parte dei casi, esiste solo nella percezione dell’individuo. Questo tipo di ansia colpisce soprattutto le ragazze, in particolare nei contesti occidentali, dove le pressioni sociali e personali possono amplificare questo stato mentale.
Disturbo ossessivo compulsivo (DOC)
Il DOC è una forma particolare di ansia, più complessa. La persona che ne soffre vive intrappolata in un loop mentale fatto di ossessioni e compulsioni.
Le ossessioni sono pensieri, immagini mentali o paure che arrivano all’improvviso nella mente dell’individuo, in modo disturbante e insistente, rendendo quasi impossibile ignorarli. Questi pensieri sono detti egodistonici, cioè non rappresentano davvero quello che la persona vuole o pensa.
Per cercare di calmare questa tempesta mentale entrano in gioco le compulsioni, cioè azioni ripetitive che servono a ridurre l’ansia. Il problema è che funzionano solo per poco, perché dopo un breve sollievo tutto ricomincia da capo, creando un circolo difficile da spezzare.
Pensate ai vecchi programmi su Real Time in cui si vedono persone pulire casa in modo ossessivo anche dieci volte al giorno. [https://youtu.be/IkX913FjleQ?si=9REogyM-l-fxvFly]. Questo è solo uno degli esempi possibili. Esistono anche ossessioni legate ai numeri o alla simmetria, come il bisogno di contare ogni mattonella o sistemare gli oggetti in modo estremamente preciso.
Con il tempo, questi comportamenti possono diventare così invasivi da condizionare pesantemente la vita quotidiana. All’inizio spesso chi ne soffre si rende conto che qualcosa non va, ma questa consapevolezza può diminuire, anche se molte persone continuano a percepire di avere un problema.
Accanto al DOC esistono anche altri disturbi simili, che fanno parte dello spettro ossessivo compulsivo. Tra questi troviamo il dismorfismo corporeo, in cui una persona vede il proprio corpo come difettoso o deformato, il disturbo da accumulo [https://youtu.be/nasMYOi33Fg?si=L6xeOG49JAhISTZi], la tricotillomania, cioè lo strapparsi i capelli, e il disturbo da escoriazione, che porta a provocarsi lesioni sulla pelle.
Le fobie
Come abbiamo accennato all’inizio, una fobia è una paura sproporzionata rispetto allo stimolo che la scatena, così intensa da spingere la persona a evitare in tutti i modi ciò che percepisce come pericoloso.
Le fobie sono tantissime, praticamente infinite, ma per orientarsi la scienza le ha suddivise in alcune categorie principali. Ci sono le fobie legate agli animali, come api, cani o ragni, quelle legate agli ambienti naturali, come l’acqua o l’altezza, e poi la fobia per sangue, infezioni e ferite, che è particolare perché è l’unica che può portare anche allo svenimento. Infine troviamo le fobie situazionali, come la claustrofobia, che si attivano in contesti specifici come il rimanere intrappolati in uno spazio chiuso.
Un discorso a parte merita la fobia sociale, una delle più diffuse tra i giovani. In questo caso, la paura non è rivolta a un oggetto o a una situazione precisa, ma al giudizio degli altri. Chi ne soffre tende a evitare contesti sociali per il timore di essere osservato, criticato o deriso. Questo porta a comportamenti come evitare feste, parlare poco in pubblico o, in alcuni casi, usare l’alcol come “scudo” per affrontare il disagio. A livello fisico compaiono segnali molto evidenti, come tachicardia, tremori e rossore al viso, mentre a livello mentale domina una costante iper-vigilanza, come se ogni dettaglio trascurato potesse trasformarsi in un giudizio negativo.
Disturbo da stress acuto e disturbo da stress post-traumatico
Il disturbo da stress acuto è una risposta intensa dell’organismo a un evento traumatico. La sua caratteristica principale è la durata: si manifesta subito dopo il trauma e tende a risolversi entro un mese. Quando invece i sintomi persistono più a lungo, si entra nel territorio del disturbo da stress post-traumatico, noto anche come PTSD.
Ma cosa si intende davvero per evento traumatico? Si tratta di esperienze in cui una persona è stata esposta, direttamente o indirettamente, a situazioni estreme come la morte, la violenza sessuale o un lutto significativo. Non è necessario aver vissuto l’evento in prima persona, a volte basta che abbia coinvolto qualcuno di molto vicino. Chi sviluppa questi disturbi spesso rivive il trauma come se stesse accadendo di nuovo, con flashback, incubi e un’intensità emotiva molto difficile da gestire. A questo si aggiungono comportamenti di evitamento, perché tutto ciò che ricorda l’evento diventa insopportabile, e uno stato costante di tensione che può sfociare in sintomi simili agli attacchi di panico.
Nella maggior parte dei casi, soprattutto quando si tratta di eventi collettivi come disastri naturali, questi sintomi tendono a ridursi entro pochi mesi. Quando invece il trauma è più personale e isolato, il rischio che il disturbo diventi cronico è più alto, rendendo il percorso di recupero più complesso.
Dall’ansia si può guarire
Come abbiamo visto fin qui, l’ansia fa paura. Vorremmo tutti riuscire a liberarcene il più in fretta possibile per tornare a vivere e stare bene. Tranquilli, si può fare, e ora cercherò di indicarvi come.
Il modo ideale è recarsi da uno o una psicoterapeuta il prima possibile, soprattutto se stiamo male ma non ancora malissimo, cioè se siamo ancora in grado, più o meno, di svolgere le normali attività quotidiane, se riconosciamo che dentro di noi c’è qualcosa che non va e desideriamo modificarlo per stare meglio. Con la psicoterapia, infatti, il cambiamento è più profondo, esistono diversi approcci e ognuno può scegliere quello che preferisce. I più comuni sono l’approccio sistemico-relazionale, quello cognitivo-comportamentale e quello psicodinamico. Possono differire per il modo in cui si svolge la seduta o per la sua frequenza, ma lo scopo è sempre lo stesso: farvi stare bene.
Non sempre, però, la psicoterapia è l’unica soluzione. Ci sono circostanze in cui non basta, in cui stiamo così male e i nostri sintomi sono talmente invalidanti da rendere necessario il ricorso ai farmaci. Questi ultimi possono essere prescritti soltanto da psichiatri. Può capitare che qualche farmaco venga prescritto anche dal medico di medicina generale, cioè il vostro medico di base, ma è sempre preferibile affidarsi a un professionista dedicato.
Inoltre, e ci tengo a ribadirlo con forza, purtroppo i farmaci non sono la soluzione. Agiscono infatti come un “antidolorifico” per la mente. Avete presente quando avete una brutta tonsillite e un fortissimo dolore alla gola? Se prendete il farmaco adatto, la febbre scende e il dolore si attenua, ma senza antibiotici la tonsillite resta e può peggiorare. Allo stesso modo funziona la salute mentale: senza un percorso psicoterapico che vi aiuti a comprendere le ragioni profonde che hanno portato allo sviluppo della vostra ansia, probabilmente vi troverete a conviverci per tutta la vita.
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