Negli ultimi anni il modo in cui consumiamo l’informazione ha subito una mutazione genetica. Non siamo più noi a cercare le notizie, sono le notizie – filtrate da algoritmi complessi e spesso imperscrutabili – a trovare noi. Questa dinamica ha creato il fenomeno ben noto delle echo-chambers (le casse di risonanza), dove veniamo costantemente esposti solo a punti di vista che confermano i nostri bias preesistenti.
In questo contesto, Google ha recentemente introdotto una nuova funzionalità che promette di restituire un briciolo di controllo agli utenti: le fonti preferite. Ma di cosa si tratta esattamente?
A maggio 2026 Google ha rilasciato anche nel nostro Paese una funzione attesa da tempo, già discussa da testate storiche e divulgative. Lo strumento è apparentemente semplice: permette a chiunque navighi sul motore di ricerca o utilizzi Google News di indicare esplicitamente quali testate giornalistiche o blog desidera vedere con maggiore frequenza nei propri risultati di ricerca.
Come impostare le tue preferenze (e sostenerci)
Il meccanismo tecnico per personalizzare il proprio ecosistema informativo richiede pochissimi secondi. Non servono abbonamenti né configurazioni complesse.
Versione rapida e indolore: clicca qui.
Di seguito lo spiegone.

Vale la pena sbattersi per personalizzare le fonti? Spoiler: sì.
Lasciar fare tutto a un’intelligenza artificiale o a un algoritmo di posizionamento non è la scelta migliore: i sistemi automatici tendono a premiare il sensazionalismo, l’emotività spicciola e la polarizzazione. Più un contenuto divide, più genera commenti; più genera commenti, più l’algoritmo lo spinge in alto.
I giovani della Generazione Z e i millennial, cresciuti immersi in questa dinamica, sono spesso i primi a soffrire di infobesity (il sovraccarico informativo) accoppiata a una forte sfiducia verso i media tradizionali, percepiti talvolta come paternalistici o distanti dalle reali urgenze del presente. La possibilità di scegliere attivamente le proprie fonti preferite su Google rappresenta quindi un’opportunità di resistenza digitale: un modo per addestrare l’algoritmo anziché farsi addestrare da esso.
C’è anche l’altro lato della medaglia: bisogna saper scegliere correttamente le proprie fonti d’informazione… tipo noi!
È qui che si inserisce il progetto editoriale de Il Progressista. Fin dalla nostra nascita, ci siamo posti l’obiettivo di parlare alla Generazione Z non dall’alto verso il basso, ma da pari: non riteniamo che la GenZ sia fatta da scemi, a differenza di come viene solitamente raccontata (poi oh, le pecore nere ci sono in tutte le generazioni), ma necessita di strumenti comunicativi alla sua portata.
Inserire una testata come Il Progressista tra le proprie fonti preferite non significa cercare una comfort zone ideologica (come sapete, non facciamo sconti a nessuno), ma assicurarsi uno spazio di riflessione che stimoli il pensiero critico, offrendo chiavi di lettura complesse a una generazione che si rifiuta, giustamente, di essere trattata con superficialità.
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