Chi era Stefano Cucchi e perché ha cambiato la giustizia italiana

Vittorio Spagni

SPOILER: ARTICOLO LUNGO

Leggi la battaglia di Ilaria Cucchi per dare giustizia a suo fratello Stefano morto per le violenze subite dai Carabineri. Un percorso processuale durato oltre dieci anni che ha svelato pestaggi, depistaggi e una catena di omertà nelle forze dell’ordine, lasciando al contempo un segno indelebile nella Giustizia italiana e nella cultura popolare.

Una morte che ha scosso l’Italia intera

Stefano Cucchi aveva solo 31 anni quando morì il 22 ottobre 2009 nell’ospedale Sandro Pertini di Roma, sette giorni dopo essere stato arrestato per possesso di droga. La sua morte, inizialmente archiviata come “naturale”, si è rivelata il risultato di un pestaggio brutale seguito da una complessa operazione di depistaggio che ha coinvolto l’intera catena di comando dei carabinieri di Roma. La battaglia per la verità, condotta con determinazione dalla sorella Ilaria, ha portato alla luce uno dei casi più emblematici di violenza istituzionale della storia italiana recente.

L’arresto e i primi segnali

La sera del 15 ottobre 2009, Stefano Cucchi viene fermato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti a Roma mentre porta a spasso il cane. Trovato in possesso di una ventina di grammi di hashish e alcune pastiglie, viene arrestato e condotto prima nella caserma di via del Calice, poi in quella di Tor Sapienza.

Già durante la notte emergono i primi segnali inquietanti: il verbale di arresto contiene errori grossolani, indicando Cucchi come “nato in Albania” e “senza fissa dimora”, quando invece è romano e vive con i genitori.

Il giorno successivo, durante l’udienza di convalida, il padre Giovanni nota immediatamente i segni evidenti di percosse sul volto del figlio: tumefazioni e lividi che non c’erano la sera prima: il medico del tribunale rileva “lesioni ecchimotiche in regione palpebrale inferiore bilateralmente e lesioni alla regione sacrale e agli arti inferiori”.

Stefano viene trasferito al carcere di Regina Coeli, ma le sue condizioni si aggravano rapidamente. Gli esami al Fatebenefratelli rivelano “frattura corpo vertebrale L3 dell’emisoma sinistra e frattura della vertebra coccigea”. Nonostante la prognosi di venti giorni con riposo assoluto, Cucchi rifiuta il ricovero e viene riportato in carcere. Il giorno seguente, però, i medici giudicano incompatibile il suo stato di salute con la permanenza nell’istituto penitenziario.

Il trasferimento e la morte

Per volere di un funzionario del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Cucchi viene trasferito non al Fatebenefratelli ma al reparto protetto dell’ospedale Pertini.

Questa decisione, come emergerà dalle motivazioni della condanna di Marchiandi, aveva lo scopo di “evitare che soggetti estranei all’amministrazione penitenziaria prendessero cognizione delle tragiche condizioni in cui era stato ridotto”.

Al Pertini, Stefano rimane isolato dai familiari per giorni. I genitori, Rita e Giovanni, vengono rimbalzati da un ufficio all’altro senza poter vedere il figlio né ricevere informazioni sul suo stato di salute.

Durante il ricovero, Cucchi attua uno sciopero della fame per protestare contro la negazione del diritto alla difesa, mai garantito dall’arresto. In cinque giorni perde quindici chili, passando da 52 a 37 chili.

Il 22 ottobre 2009, alle ore 3 del mattino, muore, ma la sua morte viene scoperta dal personale ospedaliero solo tre ore dopo. Il certificato di morte parla di “presunta morte naturale”, ma l’autopsia successiva rivelerà un quadro ben diverso: “edema polmonare acuto in soggetto politraumatizzato ed immobilizzato, affetto da insufficienza di circolo sostenuta da una condizione di progressiva insufficienza cardiaca”.

I primi processi e le assoluzioni

Il primo processo si apre nel marzo 2011 con tredici imputati: sei medici, tre infermieri e tre agenti di polizia penitenziaria. L’accusa originaria di omicidio colposo viene modificata in una serie di reati “periferici”: lesioni aggravate, abuso di autorità, falso ideologico, abbandono di persona incapace. Significativamente, nessun carabiniere viene processato per il pestaggio.

Il 5 giugno 2013, la sentenza di primo grado condanna solo i medici per omicidio colposo, assolvendo agenti penitenziari e infermieri. Nessuno viene ritenuto responsabile delle lesioni subite da Cucchi.

L’appello del 31 ottobre 2014 ribalta completamente il quadro: tutti gli imputati vengono assolti per insufficienza di prove. È un momento drammatico per la famiglia Cucchi. La madre Rita commenta: “Mio figlio è morto dentro quattro mura dello Stato che doveva proteggerlo”.

Tuttavia, nelle motivazioni della sentenza di appello, i giudici scrivono parole che si riveleranno profetiche: è “opportuna la trasmissione della sentenza al pm perché valuti la possibilità di svolgere nuove indagini per accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria”.

La svolta: la testimonianza di Tedesco

La svolta arriva nel dicembre 2015 con l’apertura di una nuova inchiesta che coinvolge cinque carabinieri. Il punto di rottura si verifica nell’ottobre 2018, quando il carabiniere Francesco Tedesco decide di rompere il muro di omertà.

Per la prima volta, uno degli imputati ammette di aver assistito al pestaggio di Cucchi e accusa i colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo di esserne i responsabili. Tedesco racconta che il pestaggio avvenne la notte del 15 ottobre 2009, nella caserma Appia, quando Cucchi si rifiutò di farsi prendere le impronte digitali.

“Di Bernardo colpì Cucchi con uno schiaffo violento al volto, mentre D’Alessandro gli diede un calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano”, testimonia Tedesco. “Poi Di Bernardo continuò a picchiarlo, facendogli sbattere la testa a terra con violenza. Mentre Cucchi era a terra, D’Alessandro gli diede un altro calcio in faccia”.

Tedesco racconta di aver tentato di fermare i colleghi gridando “Basta, finitela, che cazzo fate”, ma di essere stato poi costretto dal maresciallo Roberto Mandolini a “seguire la linea dell’Arma” e a mentire ai magistrati.

Le condanne definitive

Il 14 novembre 2019, dopo dieci anni dalla morte di Stefano, con l’appello bis ordinato dalla Cassazione arriva la prima condanna per omicidio preterintenzionale: Di Bernardo e D’Alessandro vengono condannati a 12 anni di carcere.

L’omicidio preterintenzionale è un reato che si configura quando si ha l’intenzione di percuotere o ferire qualcuno, ma si causa involontariamente la morte. È un reato più grave dell’omicidio colposo perché dipende direttamente da una condotta violenta volontaria.

Tedesco viene assolto dall’accusa di omicidio e per la sua collaborazione viene condannato a 2 anni e 6 mesi per falso. Il maresciallo Mandolini riceve 3 anni e 8 mesi per aver falsificato il verbale d’arresto.

L’appello del 7 maggio 2021 conferma sostanzialmente le condanne, aumentando di un anno la pena per Di Bernardo e D’Alessandro e portando a 4 anni quella di Mandolini.

Il 4 aprile 2022, la Corte di Cassazione rende definitive le condanne: 12 anni per Di Bernardo e D’Alessandro per omicidio preterintenzionale. È la fine di un percorso giudiziario che ha stabilito, senza più possibilità di appello, che Stefano Cucchi è stato ucciso dai carabinieri che lo avevano in custodia.

Roberto Mandolini e Francesco Tedesco, due dei carabinieri coinvolti nel caso Cucchi. 

Il depistaggio sistematico

Parallelamente al processo per l’omicidio, si sviluppa l’inchiesta sui depistaggi. Le indagini rivelano un’operazione sistematica di insabbiamento che coinvolge l’intera catena di comando dei carabinieri di Roma.

Qui emerge che tra il 23 e il 27 ottobre 2009, vengono manipolati verbali, annotazioni di servizio e registri interni. Il 30 ottobre si tiene una riunione negli uffici del generale Vittorio Tomasone, comandante provinciale di Roma, per verificare che le carte falsificate siano “a posto”.

Il 7 aprile 2022, otto carabinieri vengono condannati in primo grado per depistaggio, un reato che consiste in un’alterazione dei mezzi di prova per inquinare le indagini. Tra loro l’ex generale Alessandro Casarsa, condannato a 5 anni.

La sentenza stabilisce che fu creata una “falsa storia” che arrivò fino al Ministro della Giustizia Angelino Alfano, il quale riferì inconsapevolmente il falso alla Camera. Ancora più grave, emerge che i carabinieri predisposero gli argomenti medico-legali per eliminare qualsiasi nesso di causalità tra la morte di Cucchi e un pestaggio, addirittura prima della nomina dei periti ufficiali.

La Senatrice Ilaria Cucchi e il direttore de Il Progressista Dario De Lucia davanti al carcere di Reggio Emilia prima di una visita ispettiva nel 2023.

La battaglia di Ilaria Cucchi

Centrale in questa vicenda è stata la figura di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che ha trasformato il proprio dolore in una battaglia per la verità e la giustizia.

Per anni ha dovuto sopportare attacchi e delegittimazioni, mentre alcuni esponenti politici definivano il fratello “anoressico tossicodipendente” e “larva zombie”.

Ilaria non si è mai arresa, diventando il simbolo di una lotta che andava oltre il caso specifico del fratello e la cui determinazione ha contribuito a far emergere una verità che altrimenti sarebbe rimasta sepolta.

Nel 2022 è stata eletta senatrice, portando la sua battaglia per i diritti civili nelle Istituzioni, promuovendo in prima persona proposte di legge per l’introduzione di codici identificativi e bodycam per il personale delle forze di polizia, norme sull’autopsia obbligatoria in caso di morte in carcere e l’introduzione di un servizio di consulenza legale obbligatoria nelle strutture detentive.

Negli anni ci fu una vera e propria campagna d’odio di politici di destra verso Stefano Cucchi. Secondo voi hanno mai chiesto scusa a Ilaria Cucchi?

I fatti del 2025: nuove condanne e conferme

Il 2025 ha portato importanti sviluppi nel caso Cucchi. Il 19 giugno, la Corte d’Appello di Roma ha confermato due delle otto condanne nell’ambito del processo sui depistaggi: Lorenzo Sabatino, ex capo del nucleo operativo dei carabinieri di Roma, ha visto confermata la condanna a un anno e tre mesi, mentre Luca De Cianni ha ricevuto la conferma della condanna a due anni e mezzo. Gli altri sei imputati hanno avuto la pena ridotta, sono stati assolti, o i reati di cui erano accusati sono andati in prescrizione.

Particolarmente significativo è il caso di Alessandro Casarsa, Francesco Cavallo e Luciano Soligo, per i quali il tribunale ha riconosciuto l’intervenuta prescrizione, che interviene quando dal momento del presunto reato trascorre un numero di anni pari alla pena massima prevista, pur essendo previsti meccanismi che ne dilatino i tempi.

Inoltre, il 30 maggio 2024, tre carabinieri sono stati rinviati a giudizio per falso ideologico e depistaggio durante le indagini e i processi sull’omicidio di Stefano Cucchi.

Il caso Cucchi e l’introduzione del reato di tortura

La tragedia del caso Cucchi e la conseguente risonanza mediatica che ne è scaturita, ha finito per lasciare il segno anche nelle leggi italiane. Dopo anni di dibattiti e pressioni dell’opinione pubblica, nel 2017 è stato finalmente introdotto nel Codice penale il reato di tortura (articolo 613-bis).

In poche parole, la legge punisce da 4 a 10 anni di reclusione chiunque procuri sofferenze fisiche o psicologiche a una persona che si trova privata della libertà (quindi anche gli arrestati) o sia affidata alla sua custodia (come genitori o insegnanti). Se poi a farlo è un pubblico ufficiale abusando del suo potere, la pena è pesante: da 5 a 12 anni di carcere.

Ma non solo: se l’autore delle torture provoca involontariamente la morte della vittima, la pena è di 30 anni di carcere. E qui arriva il punto: se nel 2009 questa legge fosse già esistita, i carabinieri Di Bernardo e D’Alessandro non sarebbero stati condannati per omicidio preterintenzionale, ma molto probabilmente avrebbero affrontato l’accusa di tortura, aggravata dalla morte.

Inoltre, le botte descritte dal carabiniere Tedesco — schiaffi, calci, la testa di Stefano sbattuta a terra — rientrano perfettamente in quello che oggi viene definito “tortura aggravata”, perché commessa da pubblici ufficiali contro una persona già arrestata.

C’è però un limite: il principio di irretroattività della legge penale, scritto nero su bianco nella nostra Costituzione (articolo 25). Nessuno può essere punito per un reato che, al momento in cui l’ha commesso, non esisteva ancora. È una garanzia fondamentale dello Stato di diritto, che serve a proteggere i cittadini da leggi “a sorpresa”, anche se talvolta impedisce di applicare leggi più severe a fatti gravissimi avvenuti in passato.

Stefano Cucchi nella cultura pop

Sono innumerevoli gli esempi di come il caso Cucchi abbia lasciato un segno indelebile nella società intera. Tra questi vogliamo riportare alcuni esempi significativi:

Hai mai visto questi murales per Stefano e Ilaria Cucchi?

I murales di Stefano e Ilaria Cucchi

  1. In via Monte Rocchetta a Roma, nel quartiere popolare del Tufello, lo street artist Harry Greb ha dedicato un murales a Stefano Cucchi.
    L’opera lo raffigura con una t-shirt su cui compaiono i nomi di altre 15 vittime di ingiustizie di Stato, come se fosse Stefano stesso a voler utilizzare la risonanza della propria vicenda per mantenere viva l’attenzione anche su casi meno famosi del suo. Alle mani, un paio di guantoni da boxe con le scritte “Aequitas” e “Justitia”: simboli delle uniche armi con cui continuare a combattere, la verità e la giustizia.
  2. Allo stesso modo, in via Guido Mensinger a Napoli, nel quartiere dell’Arenella, lo street artist Jorit ha regalato alla città un ritratto di Ilaria Cucchi, trasformandola in una vera e propria “guerriera”.
    Il volto di Ilaria è dipinto con le caratteristiche strisce rosse sulle guance, che richiamano antichi rituali di forza e resistenza. Con questo ritratto, Ilaria non è solo la sorella che ha lottato per la verità di Stefano, ma il volto stesso di una battaglia civile che appartiene a tutti: la memoria, la giustizia, il diritto a non essere dimenticati.

Sulla Mia Pelle

Nel 2018 la storia di Stefano è arrivata su Netflix tramite il docufilm Sulla Mia Pelle, con Alessandro Borghi proprio nelle vesti di Stefano Cucchi. Non è il solito film biografico: è una cronaca cruda, che ti porta dentro le sue ultime giornate, fino a farti sentire addosso il peso dell’ingiustizia. Un grande successo da vedere con attenzione.

Un libro per non dimenticare

C’è poi il libro Stefano. Una lezione di giustizia, scritto da Andrea Franzoso insieme a Ilaria Cucchi. È pensato soprattutto per i ragazzi e le scuole, ma in realtà è un testo che parla a chiunque voglia capire cosa significhi davvero “giustizia”. Non racconta solo la vicenda giudiziaria, ma la trasforma in un insegnamento: non accettare passivamente quello che ti viene raccontato, fai domande, cerca sempre la verità.

Mani in alto o puoi finire come Cucchi

Nel 2024 Fabri Fibra ha riportato Stefano nel dibattito popolare con il remake di “In Italia”. Nei suoi versi, tra rabbia e denuncia di un Paese tanto meraviglioso quanto problematico, c’è un passaggio che è diventato virale:
“Mani in alto o puoi finire come Cucchi”. Un colpo secco che fa capire come la sua vicenda non sia solo un caso giudiziario, ma un simbolo che parla a tutti: la paura, l’abuso, il rischio di pagare con la vita anche quando sei nelle mani di chi dovrebbe proteggerti. È la musica che si erge a memoria collettiva.

In conclusione cosa ci dice il caso Cucchi?

Il caso Cucchi non è solo la storia di un ragazzo morto nelle mani dello Stato, ma il simbolo di come violenze, errori e silenzi possano intrecciarsi fino a deformare la verità.

In tredici anni di processi si sono susseguiti assoluzioni, condanne e prescrizioni, rivelando tanto la difficoltà della giustizia penale nel fronteggiare l’omertà istituzionale quanto la sua capacità, alla lunga, di smascherarla.

La testimonianza di Tedesco ha scardinato il muro di bugie, i depistaggi hanno mostrato il volto oscuro delle gerarchie militari e la determinazione di Ilaria Cucchi ha trasformato un dolore privato in un movimento civile capace di cambiare leggi e coscienze.

Oggi, le condanne definitive per omicidio preterintenzionale e i processi sui depistaggi segnano un punto fermo, ma non la parola fine. Perché il “caso Cucchi” non è solo un fascicolo chiuso in un archivio giudiziario: è un monito vivo. Ci ricorda che lo Stato non può pretendere fiducia se non è il primo a vigilare su sé stesso e che la Giustizia, per quanto lenta e imperfetta, può arrivare solo quando qualcuno ha il coraggio di non smettere di cercarla.

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