Marco Rubio e i MAGA contro la Corte penale internazionale

Michele Cacciapuoti

Nonostante l’immagine di unico membro assennato dell’amministrazione Trump, il Segretario di Stato Marco Rubio firma un articolo pieno di forzature storiche e fallacie logiche

Marco Antonio Rubio è un politico e avvocato statunitense, segretario di Stato degli Stati Uniti d’America dal 21 gennaio 2025 nella seconda amministrazione Trump ed in precedenza senatore per lo Stato della Florida dal 2011 al 2025. Rubio è il primo latinoamericano a ricoprire la carica di segretario di Stato.

Nell’immaginario pop dei social media, Marco Rubio viene spesso ritratto come il moderato costretto a sopportare in silenzio le intemperanze di Donald Trump. Ma l’attacco frontale che ha sferrato contro la Corte Penale Internazionale svela una realtà ben diversa, nella quale Rubio è l’architetto neo-conservatore di una nuova stagione di unilateralismo statunitense e, nel farlo, non risparmia errori e illogicità.

La differenza fra Rubio e Trump

Ben diverso nei modi da Donald Trump, che è più flamboyant, Marco Rubio è spesso apparso contrito, da quando è diventato Segretario di Stato (cioè ministro degli Esteri) nel 2025.

Questo suo apparente cruccio, manifestato in diverse occasioni pubbliche, gli ha guadagnato nei meme la nomea di unico membro assennato dell’amministrazione Trump. “La differenza fra Vance e Rubio è che entrambi passeranno l’eternità all’Inferno, ma solo Rubio l’ha capito”, recitava un tweet.

Ancora più virali sono diventati i meme sul corrucciato Segretario che, in virtù del suo ruolo, appare costretto a dar seguito alle boutade imperialiste di Trump facendo le veci di volta in volta del presidente venezuelano o dell’ayatollah iraniano.

Dall’account conservatore BasedMikeLee su X.

Quasi una pedina nelle mani del Presidente, costretta controvoglia alla sua politica estera. Quest’impressione risulta rafforzata dal fatto che tutti i meme citati partono da un’occasione specifica, il cosiddetto “agguato” che Trump e Vance fecero al presidente ucraino Zelensky all’inizio del 2025, alla Casa Bianca.

Sull’Ucraina, infatti, Rubio è apparso come ultimo baluardo contro la deriva filorussa di Trump. Eppure, a ben guardare, il Segretario di Stato non sembra difendere Kyiv sulla base del diritto internazionale (l’invasione illegale e imperialista da parte della Russia), quanto piuttosto per il suo posizionamento neo-con.

Figlio di immigrati cubani dell’epoca sia castrista che precedente, Rubio ha fatto carriera come senatore in Florida per poi candidarsi alle primarie repubblicane del 2016 contro Trump. Il suo profilo era da “neoconservatore”, erede cioè di una corrente di destra interventista nella Guerra Fredda sin dall’epoca di Reagan, poi molto influente su Bush Jr.

Rubio era ed è infatti considerato hawkish, “falcheggiante” soprattutto in America Latina, contro i regimi venezuelano e cubano, ma anche contro la Russia, l’Iran, la Cina, la Siria di Assad, la Corea del Nord e la Libia di Gheddafi.

Al netto delle considerazioni nel merito di questi ultimi, tutti regimi autoritari, Rubio ha storicamente sostenuto interventi dalla dubbia legalità, non ultimo quello dello scorso gennaio contro Maduro. In seguito alla sostituzione del presidente venezuelano con la vice Rodríguez, il Segretario statunitense ha iniziato a tenerne le redini, guadagnandosi a luglio l’appellativo di “viceré”.

Sembra cioè trovarsi a suo agio nel rinnovato interventismo e imperialismo di Trump, altro che pedina costernata. Sull’Ucraina l’unico suo imbarazzo stava nel collocamento, come ha dimostrato in un recente editoriale sul Wall Street Journal.

Contro la Corte Penale Internazionale

Il 13 luglio ha scritto un pezzo per il quotidiano, intitolato “Perché stiamo smantellando la Corte Penale Internazionale”. A questo, il Wall Street Journal ha fatto seguire un editoriale di redazione compiacente, una lettera più critica e infine un articolo favorevole del giurista israeliano Kontorovich.

La Corte Penale Internazionale (CPI o ICC, in inglese) è un tribunale attivo dal 2002, con sede all’Aia nei Paesi Bassi; si occupa di perseguire singoli individui accusati di crimini internazionali come quelli di guerra o il genocidio, in assenza di un processo da parte degli Stati.

Sede della Corte penale Internazionale all’Aia nei Paesi Bassi.

Non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia (CIG o ICJ), anch’essa collocata all’Aia ma espressione dell’ONU; quest’ultima si occupa invece di dirimere le controversie internazionali fra Stati, non dei singoli individui.

Rubio difende gli Stati Uniti dalle accuse della Corte sulla Guerra in Iran, sulle operazioni nei Caraibi che prelusero all’incursione in Venezuela e, infine, sui “rimpatri” in El Salvador.

Le sue argomentazioni contro la CPI, però, sono un insieme di errori fattuali e fallacie logiche.

1. Il ruolo storico degli USA

Secondo il Segretario, “L’America non ha mai acconsentito a un tribunale globale che può scavalcare i nostri e la nostra Costituzione”.

In realtà, gli Stati Uniti furono tra i firmatari dello Statuto di Roma, che ha istituito la Corte nel 1998. Al tempo il Presidente era Clinton, considerato dai suoi sostenitori l’ultimo campione del multilateralismo, nonostante le critiche sugli interventi in Somalia (con l’ONU), Bosnia ed Erzegovina (con ONU e NATO) e Kosovo (con la NATO).

Fu Bush Jr., ormai impegnato nella Guerra al Terrorismo, a ritirare la firma nel 2002, senza che gli USA avessero mai ratificato lo Statuto; poco dopo seguì l’ASPA, una legge quasi bipartisan che autorizzava internamente il Presidente a impedire che cittadini statunitensi venissero processati dalla CPI. Per questo motivo gli Stati Uniti non ne hanno mai fatto parte.

Il presidente Bill Clinton firmatario nel 1998 sulla corte penale internazionale. Nella foto Yitzhak Rabin e Yasser Arafat si stirngono la mao con Bill Clinton.

È vero, come sottolinea Rubio, che fu già Clinton ad avanzare dubbi sul raggio d’azione della CPI, per lui potenzialmente eccessivo e punitivo nei confronti dei soldati statunitensi. Per questo motivo già Clinton si rifiutò, nel 2000, di ratificare lo Statuto che aveva appena firmato.

Se si legge il discorso linkato dallo stesso Rubio, però, ci si accorge di qualcosa: Clinton si riteneva soddisfatto delle limitazioni all’azione della Corte già inserite nello Statuto; la ratifica era per lui solo posticipata, non cancellata. Questo differimento sarebbe servito a osservare, controllare e al massimo negoziare ulteriori garanzie, con la prospettiva ultima di entrare a pieno titolo nella Corte.

Solo questo, secondo lo stesso Clinton, avrebbe permesso di tutelare gli ufficiali statunitensi.

2. L’auto-contraddizione

Certo, magari Rubio intendeva dire che gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto. Del resto, anche la Società delle Nazioni (antesignana dell’ONU) era figlia del Presidente Wilson, ma il Senato ne impedì la ratifica.

Eppure il Segretario non si ferma qui: paventa disastrose conseguenze anche qualora gli USA entrassero davvero nella Corte Penale Internazionale.

Le forze armate statunitensi rischierebbero di essere giudicate “secondo leggi internazionali a cui non acconsentiamo e che non controlliamo”.

Questa è una fallacia logica, un po’ il contrario di un ragionamento circolare o di una petitio principii. La Corte, infatti, ha giurisdizione solo laddove è stato ratificato lo Statuto di Roma; è dunque quasi impossibile che un cittadino statunitense venga perseguito dalla CPI se gli Stati Uniti non ne hanno accettato le “leggi internazionali”.

La giurisdizione della Corte è definita nella Parte 2 dello Statuto. Il primo requisito è quello temporale (articolo 11): l’ipotetico reato è perseguibile solo se commesso dopo che il Paese membro ha ratificato lo Statuto.

Il secondo requisito è quello personale o geografico (articolo 12): una persona è perseguibile dalla Corte solo se cittadina di un Paese membro, oppure se l’ipotetico reato è stato commesso in un Paese membro.

Il requisito geografico rende in via ipotetica possibile che un soldato statunitense, anche se gli USA non riconoscono la Corte, venga processato per un crimine compiuto in uno dei Paesi membri (ad esempio in America Latina, ma non in Medio Oriente, Russia o Cina).

Gregory Bovino dell’ICE a Minneapolis, lo scorso gennaio.

Tuttavia, questo è realisticamente poco probabile, stanti le difficoltà che la Corte incontra con i ricercati più potenti, ad esempio il Presidente russo Putin o il premier israeliano Netanyahu, ospitato in quella che al tempo era l’Ungheria di Orbán.

Rubio, poi, non parla solo di soldati, ma anche “agenti di polizia e della Border Patrol”, che difficilmente vengono inviati in Afghanistan; la Border Patrol (Pattuglia di Confine) è quella che ha svolto i letali raid contro i migranti sotto la guida di Gregory Bovino, uccidendo Alex Pretti dopo l’omicidio di Renée Good da parte dell’ICE (tutto su territorio statunitense).

3. Gli USA fuori dall’ONU?

Delegazione svizzera alla Conferenza di Ginevra del 1949; foto ICRC.

Al di là del fattore logico, per cui gli Stati Uniti realisticamente devono accettare lo Statuto perché i loro cittadini siano processabili, ce n’è uno fattuale.

Vi è infatti un altro requisito, quello materiale (articoli 5-8), che definisce i vari tipi di crimini che la Corte può perseguire. Oltre allo Statuto stesso, i crimini di guerra vengono definiti in relazione a due altri testi: la Carta delle Nazioni Unite (invocata anche nel preambolo valoriale e nella definizione della giurisdizione) e le Convenzioni di Ginevra.

La Carta delle Nazioni Unite è il trattato fondativo dell’ONU, figlio anche di Roosevelt e ratificato dagli Stati Uniti nel 1945; al netto di alcuni episodi successivamente sfruttati dall’Unione Sovietica, la Carta aveva ben poco di “terzomondista”, derivando in sostanza dagli accordi di Dumbarton Oaks fra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Tali potenze avrebbero disatteso alcune richieste dei Paesi minori alla Conferenza di San Francisco.

Eppure Rubio accusa proprio la CPI di essere dominata dai “terzomondisti”.

Come si è detto, la Corte Penale Internazionale è altra cosa rispetto alla CIG delle Nazioni Unite, ma il suo Statuto fa riferimento a queste ultime. Del resto, lo stesso discorso di Clinton del 2000 citava i primi tribunali internazionali nati proprio in seno all’ONU (nello specifico su Jugoslavia e Rwanda, ma seguirono Cambogia, Sierra Leone e Libano) – peraltro con un certo ruolo dell’Italia.

Le Convenzioni di Ginevra sono quattro trattati del 1949, che aggiornano precedenti convenzioni a protezione dei civili durante i conflitti. Gli Stati Uniti riconoscono queste Convenzioni, fatta eccezione per un paio di emendamenti successivi (due Protocolli); e sarebbe grave il contrario, perché tutte e quattro le Convenzioni sono state ratificate da ogni membro dell’ONU.

Nel definire le leggi applicate dalla CPI come non accettate dagli Stati Uniti, che cosa implica Rubio? Che gli USA non riconoscono più le Convenzioni di Ginevra o le Nazioni Unite, scenario evocato vent’anni fa? Al netto degli attacchi trumpiani all’ONU su Gaza e dell’abbandono di UNESCO e OMS, nemmeno il tycoon era giunto a tanto.

4. Una brutta china

Rubio, nel criticare la Corte Penale, incorre poi in una serie di fallacie logiche note come slippery slope o “brutta china”: a partire da una determinata premessa, viene costruita una catena di conseguenze descritte come inevitabili sebbene siano del tutto arbitrarie. In altre parole, da una singola affermazione fa derivare un susseguirsi di eventi definiti come certi, quando invece sono frutto di pura arbitrarietà. 

Il fulcro della sua argomentazione è che la Corte andasse bene così com’era stata concepita in principio, ma che, con il passare del tempo, la prassi ne abbia amplificato a dismisura i poteri.

In primo luogo, viene da chiedersi come mai allora gli Stati Uniti non abbiano aderito alla Corte prima, quando i suoi poteri erano accettabili.

In secondo luogo, Rubio menziona come prova dell’imbarbarimento della Corte un episodio del 2024, distorcendolo. Alcuni senatori repubblicani (Rubio incluso) scrissero una lettera al Procuratore Capo della CPI, il britannico Khan, criticando i mandati d’arresto contro Netanyahu e altri leader israeliani.

Karim A. Khan al Consiglio degli Affari Esteri dell’UE, nel 2022; foto Raoul Somers.
Khan ha rassegnato le dimissioni nel 2025 dopo accuse di molestie ed è stato rimosso a fine luglio 2026.

Il linguaggio era minatorio: “Lo interpreteremo come una minaccia alla sovranità non solo di Israele, ma degli Stati Uniti […] Prendete di mira Israele e noi prenderemo di mira voi […] Siete stati avvisati”. Nello specifico, venivano evocate sanzioni contro i funzionari della CPI e le loro famiglie.

Secondo Rubio e altri critici, la Corte avrebbe risposto accusando di fatto i senatori di essere dei criminali di guerra. L’Ufficio del Procuratore, in realtà, disse qualcosa di decisamente diverso, ovvero che tali minacce potessero configurare una violazione dell’articolo 70 dello Statuto, che fra le altre cose punisce l’intimidazione dei funzionari.

Dopodiché, è vero che (nell’ambito dell’ONU) la creazione dei tribunali internazionali è stata un modo per trasformare il raggio d’azione delle Nazioni Unite, visto che non sarebbe mai stato possibile riformare la Carta istitutiva del più importante ente internazionale del mondo. 

Allo stesso tempo, è vero che anche i poteri della CPI sono stati allargati ai crimini d’aggressione, con la Conferenza di Kampala del 2010. Ma l’idea dell’interpretazione evolutiva di questi statuti non è certo stata sgradita agli USA da Bush Jr. in poi: il pur doveroso ampliamento dei campi d’azione dell’ONU, approvato con il World Summit del 2005, seguiva di qualche anno la reinterpretazione degli articoli della NATO in risposta all’11 settembre. Se la conseguente Guerra in Iraq non aveva avuto il supporto dell’ONU, il mandato dato alla NATO in Afghanistan (e già in Bosnia) fece parlare di un’egemonia statunitense all’interno delle Nazioni Unite.

È forse questo il punto, perché al netto della coerenza o meno delle evoluzioni del pensiero Bush Jr. e Trump da un sostanziale isolazionismo all’interventismo, è fondamentale che gli eventuali interventi siano caratterizzati da multilateralismo e responsabilità penale, anche internazionale.

E invece il Segretario attacca proprio i “globalisti” che starebbero, a suo dire, dietro alla Corte, insieme alle ONG di sinistra. È del resto lui l’organizzatore del summit di luglio sul terrorismo di sinistra, a cui ha preso parte anche il governo italiano.

Ma per Rubio, che cita la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776, il diritto internazionale equivale al dominio coloniale della Gran Bretagna sugli americani.

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