Un mondo nel caos: fermiamo Trump

Michele Bagnato

Che fine hanno fatto le mire espansionistiche su Canada e Groenlandia? E i dazi a 180 paesi? Il DOGE di Elon Musk? 

Mancano poco più di 200 giorni alle elezioni di midterm che si terranno il 3 novembre: la deadline che distruggerà o consoliderà il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca.  

Oltre un anno di devastazione

Kamala Harris probabilmente vincerà il Guinness dei Primati per il più grande “ve l’avevo detto” della storia. Aveva o non aveva messo in guardia gli americani e il mondo intero sulle conseguenze di una seconda presidenza Trump? Non lo vincerà chi in Italia, con sicumera, diceva che Putin non avrebbe invaso l’Ucraina. Gli stessi che con alterigia affermavano che una presidenza Trump sarebbe stata meglio per gli europei rispetto a Biden, dipinto come un guerrafondaio e colpevole – a detta loro, di aver gestito male il conflitto in Ucraina (ndr. lo stesso che non ci sarebbe dovuto essere per intenderci), mentre Trump avrebbe chiuso i vari conflitti.

C’è un medioriente in fiamme che va in controtendenza rispetto a questa narrazione: se Kamala Harris dicesse “ve lo avevo detto” sarebbe difficile non darle ragione. 

C’è uno stallo nel conflitto russo-ucraino, che vede rafforzare la posizione di Putin proprio alla luce del flambé mediorentale, dopo la passerella in Alaska, i continui ma evidentemente inascoltati ultimatum, conflitto che il TACO avrebbe dovuto risolvere in 24 ore, parole sue. Ne sono passate quasi 11.000 dal giorno del suo giuramento. 

Tuttavia abbiamo due certezze: l’unico vero vincitore è la Cina, che dell’impantanamento statunitense non può che beneficiarne, e l’unico vero perdente è l’Unione europea, non pervenuta. “Preoccupata”, come ormai con consuetudine rilanciano le sue istituzioni, ma totalmente in balia dell’uragano Trump, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista geopolitico. 

Trump annuncia i dazi nel “Liberation Day”

Sono passati 450 giorni, un anno e tre mesi circa, dal 20 gennaio 2025, inizio del suo secondo mandato, ma sembrano passati dieci anni per la quantità di avvenimenti cui abbiamo assistito, tanto da farci passare da un problema all’altro a tale velocità da quasi dimenticarci di quelli passati.

Dapprima la tarantella sui dazi: li metto, non li metto, li metto ma li sospendo, rimando la sospensione, fino al pronunciamento della Corte suprema statunitense nel gennaio 2026, che ha stabilito che la base giuridica sulla quale Trump ha impostato i dazi non c’è, o meglio, non è di competenza del presidente. 

Ora sono in ballo circa 175 miliardi di dollari che gli USA potrebbero essere chiamati a restituire. 

Poi le mire espansionistiche, prima il Canada, da rendere 51esimo stato federale, poi la Groenlandia da comprare (forse) dalla Danimarca, ora Cuba, minacce che abbiamo dimenticato semplicemente perché l’asticella viene continuamente alzata. 

Che dire della politica interna: prima l’interventismo di Elon Musk alla guida del DOGE, il Dipartimento per l’efficienza governativa – che però non era parte del governo, lasciato cinque mesi dopo e in rotta con il presidente, con lo scontro a distanza consumatosi sui social e che potrebbe avere conseguenze concrete alle elezioni di midterm (sempre che Musk non sia troppo distratto dalla quotazione in borsa di SpaceX). Poi le litigate con i vicini messicani per la lotta al narcotraffico. Infine con gli scontri ai limiti della guerra civile in molte città statunitensi per la lotta all’immigrazione clandestina che ha portato all’uccisione da parte dell’ICE, pesantemente finanziata da Trump, di cittadini statunitensi.

E probabilmente la politica interna resta il problema maggiore di Donald Trump, con una popolarità a picco, il fuggi fuggi della base MAGA che non fa parte della sua cerchia ristretta, che però si stringe sempre di più: nemmeno chi si prostrava ai piedi del sultano è stato risparmiato, né il Segretario per la sicurezza interna Kristi Noem, silurata con il più classico dei promoveatur ut amoveatur, né il Procuratore generale Pam Bondi, rea di una cattiva gestione del caso degli Epstein files (che fino a due mesi fa riempivano pagine e pagine di giornali, ora qualcuno ne sente più parlare?). Spoiler: sì, ne parla la First Lady Melania Trump, per dire che lei non ha mai avuto nulla a che fare con Jeffrey Epstein, non rispondendo tuttavia alle domande di giornalisti perplessi da questo inaspettato (non necessario?) annuncio. 

Resistono ancora l’inviato speciale Witkoff, il genero del presidente Kushner (entrambi imprenditori immobiliari ora prestati alla diplomazia statunitense), il Segretario alla Guerra e il Segretario di Stato, talmente inebetiti che pur di accontentare Trump indossano scarpe di due taglie più grandi perché, attenzione, “si capiscono molte cose di un uomo dalla taglia delle sue scarpe”, parola di Donald Trump.
Sì, questo è il cerchio magico del Presidente degli Stati Uniti cui è in mano la stabilità mondiale. 

Il Segretario di Stato Marco Rubio con delle calzature evidentemente abbondanti

Il caos in cui ha gettato il mondo durante il suo primo anno dalla rielezione ha spinto i commentatori ad appioppargli l’epiteto TACO, acronimo di “Trump Always Chicken Out”, ovvero Trump fa sempre marcia indietro: annunci roboanti, spesso sui social, per poi fare retromarcia e cambiare idea (addirittura si parla di un TACO index per interpretare l’imprevedibilità dei mercati a seconda dell’umore del presidente). 

Il capolavoro di destabilizzazione globale arriva tuttavia il 28 febbraio 2026, con l’uccisione della Guida suprema iraniana, Ali Khamenei. 

Il rapporto Trump-Iran

Breve ripasso di storia: nel 2015 il presidente Obama firmò lo storico accordo JCPOA che pose un freno al programma nucleare iraniano: l’Iran accettava di ridurre drasticamente le proprie scorte di uranio, limitare l’arricchimento al 3,67% (ben al di sotto del 90% necessario per la costruzione di ordigni nucleari) e smantellare gran parte delle proprie centrifughe sotto la stretta sorveglianza dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) in cambio della rimozione da parte della comunità internazionale delle sanzioni economiche, permettendo a Teheran di tornare a vendere petrolio e accedere ai mercati finanziari globali.

Tuttavia, fin dalla sua prima campagna elettorale, Trump ha duramente criticato l’intesa, definendola “il peggior accordo mai negoziato”. Le sue obiezioni non riguardavano solo la natura temporanea di alcune restrizioni (le cosiddette sunset clauses), ma anche ciò che l’accordo non includeva: il programma di missili balistici iraniano e il sostegno di Teheran a gruppi paramilitari in Medio Oriente. 

Nel maggio 2018 Trump ha ritirato unilateralmente gli Stati Uniti dal trattato, avviando la politica della “massima pressione”. Questa strategia ha visto l’imposizione di sanzioni economiche senza precedenti, volte a strangolare l’economia iraniana per costringere il regime a negoziare un nuovo accordo molto più restrittivo, che non solo non è arrivato, ma ha dato una giustificazione legale all’Iran di sottrarsi ai limiti previsti dal trattato stesso. Nel gennaio 2020 gli USA uccisero il generale Qasem Soleimani tramite un attacco drone a Baghdad, un atto che ha portato le due nazioni sull’orlo di un conflitto aperto. 

Durante la presidenza Biden ci sono stati dei tentativi di tornare al tavolo dei negoziati, ostacolati da alcuni eventi: da un lato la feroce repressione del regime delle proteste di “Vita, Donna, Libertà” in seguito all’uccisione di Mahsa Amini, dall’altro l’invasione russa in Ucraina, con l’Iran tra i principali alleati e fornitori di droni di Putin. Nel 2023 lo scenario peggiore ulteriormente, con la riaccensione del conflitto regionale a seguito della carneficina del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas nei confronti di Israele. 

Con la vittoria di Trump alle elezioni statunitensi si è tornati ad un irrigidimento del rapporto tra Washington e Teheran, che tuttavia proseguirono i negoziati con l’intermediazione di altri paesi, tra cui Turchia e Oman. Nel giugno 2025 con l’operazione Midnight Hammer gli USA hanno attaccato i siti nucleari iraniani, a seguito della quale Trump ha affermato che “danni monumentali sono stati inflitti a tutti i siti nucleari in Iran”. 

Secondo Reuters l’Iran arricchiva uranio fino al 60% (ben al di sopra di quanto previsto dall’accordo, da cui era però stato Trump a retrocedere): dopo i bombardamenti del giugno ‘25 l’AIEA non era più in grado di verificare dettagliatamente lo stato delle scorte e degli impianti colpiti. 

Tra la fine del ‘25 e l’inizio del ‘26 l’Iran è stato investito da una nuova massiccia ondata di proteste, soprattutto a causa dell’ulteriore deterioramento delle condizioni di vita dovute alle sanzioni statunitensi, che il regime degli ayatollah ha represso uccidendo migliaia di manifestanti. 

Nel febbraio 2026 ha inizio l’operazione Epic Fury, che ha come primo effetto l’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, a capo dell’Iran dal 1989, e di altri membri dell’apparato politico-militare-religioso della repubblica islamica. 

Secondo Trump l’operazione era necessaria per contenere la minaccia nucleare iraniana, ormai prossima alla costruzione di ordigni nucleari (ndr. negli stessi impianti cui sei mesi prima erano stati inflitti danni monumentali), indurre un regime change (che ha portato alla nomina del figlio di Ali, Mojtaba Khamenei, a nuova Guida suprema) e il sollevamento della popolazione contro il regime.

A sette settimane dall’operazione il risultato è l’allargamento del conflitto in tutta la regione (l’Iran ha lanciato missili contro 12 Paesi), l’invasione del Libano da parte di Israele (per contrastare la minaccia degli Houthi, alleati dell’Iran) e soprattutto la “chiusura” dello stretto di Hormuz, da cui passa il 20-25% del commercio mondiale di petrolio. Chiusura nel senso che c’è stata una drastica riduzione del passaggio di navi. Prima l’Iran nella sostanza minacciava che avrebbe usato le navi per il tiro a segno, ora sono direttamente gli USA a sostenere un “blocco navale” (chissà da chi ha preso l’idea): il fallimento dei negoziati dopo soli due giorni, avviati dopo la tregua annunciata il 10 aprile grazie all’intervento del Pakistan, complica ulteriormente il quadro internazionale. Ciò ha fatto aumentare vertiginosamente i prezzi dei carburanti e a cascata dei prodotti, tanto da rivedere a ribasso la crescita economica dei vari Paesi. Nel caso dell’Italia a seconda della durata del conflitto assisteremo ad una crescita dimezzata fino ad una vera e propria stagflazione

Si perdono nelle ultime settimane i numerosi ultimatum di Trump, che per questa operazione non ha il sostegno politico né degli europei e nemmeno internamente, tanto da fargli minacciare l’uscita degli USA dalla NATO a seguito del mancato supporto all’operazione statunitense (che non era stata comunicata agli alleati, se così si possono ancora definire). 

“Martedì sarà il Giorno delle Centrali Elettriche e il Giorno dei Ponti, tutto in uno, in Iran. 

Non ci sarà nulla di simile!!! Aprite quel fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete all’Inferno – STATE A GUARDARE! Sia lode ad Allah. Il Presidente DONALD J. TRUMP”

Perché allora questa operazione? Ma il petrolio, è ovvio, che, di converso, è uno degli ostacoli ad una risposta unitaria europea. 

Il ruolo dell’Europa

Dicevamo, Unione europea non pervenuta. O meglio, perché non bisogna essere ingiusti, divisa al suo interno e quindi, come spesso accade, incapace di reagire. 

Nelle prime ore del conflitto – e soprattutto dopo la risposta iraniana nei Paesi limitrofi – le capitali europee si sono concentrate sulla sicurezza dei propri cittadini nella regione, impegnandosi ad evacuare migliaia di persone rimaste bloccate tra alberghi e aeroporti. Tra questi, come ricorderete, c’era il ministro della difesa italiano Guido Crosetto

Nonostante la drammaticità del momento la situazione era di per sé comica: in uno dei momenti di maggiore crisi geopolitica il nostro ministro era bloccato proprio nell’area interessata dalla crisi. Perché si trovasse a Dubai non ci dovrebbe nemmeno interessare, l’unica speranza razionale che ci si può dare è che non fosse a conoscenza del rischio di escalation, per quanto ampiamente ventilato da tutti i media a seguito del massiccio dispiegamento di forze statunitensi nell’area, altrimenti non si sarebbe recato in medio-oriente. Questo dovrebbe far comprendere quanto l’amministrazione statunitense ritenga rilevante il ruolo dei suoi alleati. 

Poco chiara anche la polemica sul volo di Stato per rientrare in Italia pagato di tasca propria e più del necessario per evitare polemiche: le polemiche di chi? Chi sarebbe il folle che avrebbe da lamentarsi della necessità di un rientro urgente del ministro della difesa in uno scenario di crisi internazionale con qualunque mezzo necessario? 

Polemiche italiche a parte, qual è stata la presa di posizione europea a fronte di questo scenario di crisi? Scire nefas scriveva Orazio, non è lecito sapere, ma nel dubbio parliamone lunedì. Non scherzo.

Da convinto europeista dico: ma è questa l’immagine che vogliamo dare?
Impiegare un intero weekend per organizzare la catena di comando diplomatica?

Ad ogni modo, c’è chi una posizione netta l’ha presa fin da subito: il premier spagnolo Pedro Sánchez ha detto chiaramente “No a la guerra”.
Un rifiuto secco all’uso delle basi di Morón e Rota che ha mandato su tutte le furie il TACO presidenziale. “Non saremo complici di un disastro umanitario per paura di rappresaglie” ha detto Sánchez, paragonando l’attuale avventura bellica al fallimento della guerra in Iraq.
Indovinate la risposta di Trump? “La Spagna è terribile, taglieremo ogni affare con loro”.

Tuttavia se Madrid si pone in chiara contrapposizione con gli USA, Berlino oscilla. Il cancelliere Merz ha liquidato il richiamo al diritto internazionale come “irrilevante”, invitando gli europei a smettere di criticare gli USA. Una posizione non troppo dissimile a quella espressa dal nostro ministro degli esteri (ed effettivamente appartengono allo stesso partito al parlamento europeo, il PPE), che nelle settimane precedenti affermò “il diritto internazionale conta fino ad un certo punto”.

Sul diritto internazionale mi riservo di esprimermi, ma appare evidente che a contare fino ad un certo punto, nei fatti, sia l’Europa (in questo caso il Regno unito ci fa compagnia). 

Se l’è un po’ legata al dito

Mentre Trump gioca alla roulette russa (la battuta era su un piatto d’argento) con il destino di milioni di persone, l’Europa resta alla finestra, incapace di assumere una posizione propria, nel timore di alienarsi ulteriormente un alleato che non fa mistero di disprezzarci.

L’impatto della crisi energetica sarà particolarmente rilevante per l’UE, chi più chi meno: sarà un caso che chi è più esposto, come la Germania, risulta più accondiscendente nei confronti degli USA di chi, come Francia e Spagna, grazie al nucleare e alle rinnovabili, risentirà di meno del crollo delle esportazioni di petrolio?
Autonomia energetica significa anche indipendenza. Quando ce lo faremo entrare nella testa, smettendo di saltare da un fornitore instabile di petrolio ad un altro sarà un bel giorno per tutti quanti. 

Il buon vecchio petrolio

Con l’operazione Absolute Resolve del 3 gennaio 2026 gli USA catturano il presidente venezuelano Nicolas Maduro.
María Corina Machado, leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace 2025 dona a Donald Trump l’agognata medaglia, nella speranza di essere la favorita a subentrare al dittatore venezuelano, ma secondo il presidente statunitense non avrebbe “il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela”. A Maduro subentra ad interim la vice-presidente Delcy Rodríguez.

Il Venezuela è il primo Paese al mondo per riserve petrolifere, sebbene non sfruttate soprattutto a causa di infrastrutture inadeguate, infatti Trump ha affermato che gli USA “investiranno miliardi di dollari in Venezuela per riparare le malmesse infrastrutture petrolifere venezuelane”. 

Il terzo Paese per riserve petrolifere? L’Iran.
P.s. il quarto è il Canada. 

“Con un altro po’ di tempo, possiamo facilmente APRIRE LO STRETTO DI HORMUZ, PRENDERE IL PETROLIO, & FARE UNA FORTUNA. SAREBBE UN ‘GUSHER’ (ndr. un pozzo zampillante/un’esplosione di ricchezza) PER IL MONDO??? Il Presidente DONALD J. TRUMP”

Ciò si inserisce nella cosiddetta “Dottrina Donroe”, una crasi che unisce l’approccio transazionale di Donald Trump con la storica Dottrina Monroe del 1823:  sancire il ritorno delle sfere d’influenza territoriali, a discapito dell’ordine liberale globale.

Il nuovo corso segna la fine dell’era in cui Washington agiva come garante del diritto internazionale e delle istituzioni multilaterali sostituendo la promozione della democrazia con un realismo basato sul controllo fisico delle risorse e sulla sicurezza dei confini nazionali: la priorità assoluta si sposta verso il consolidamento del dominio americano sull’emisfero occidentale dove gli Stati Uniti mirano a integrare le riserve energetiche di Canada e Venezuela (oltre a quelle dell’Iran) per creare una fortezza energetica autosufficiente capace di neutralizzare la capacità di ricatto dell’OPEC (Paesi del Golfo) e di potenze esterne come Cina e Russia

La “Dottrina Donroe” trasforma il petrolio e le rotte marittime strategiche (l’Artico tramite il controllo di Canada e Groenlandia) da beni comuni globali in asset di proprietà esclusiva o strumenti di coercizione politica: chi detiene il controllo dei rubinetti energetici acquisisce il potere di regolare lo sviluppo industriale dei propri avversari strategici (Cina su tutti). In altre parole: l’erosione del libero mercato e di ciò che esso rappresenta.

Il rinvio del bilaterale con Xi Jinping risponde alla necessità, per Trump, di presentarsi da una posizione di forza. Una vittoria in Iran assesterebbe un colpo significativo alle capacità produttive cinesi, ancora esposte sul piano energetico, in una fase in cui la competizione globale si gioca sempre più sul piano industriale e tecnologico e non solo sulla potenza militare pura come durante la Guerra Fredda. Ed è proprio qui che emerge il paradosso strategico statunitense: gli Stati Uniti restano la principale potenza militare globale, ma faticano a sostenere simultaneamente più teatri di crisi con la stessa intensità. Il progressivo disimpegno dal fronte ucraino ne è un primo segnale.

Questa dispersione strategica apre inevitabilmente spazi di manovra per Pechino. Il massiccio dispiegamento americano in Medio Oriente sottrae attenzione e risorse all’Indo-Pacifico, lasciando scoperto il dossier più sensibile: Taiwan.
Non è un caso che l’isola rappresenti il principale nodo tecnologico globale, essendo il maggior produttore mondiale di semiconduttori, fondamentali tanto per l’economia digitale quanto per la superiorità militare. La Cina non ha mai abbandonato l’obiettivo della ri-annessione e negli ultimi anni ha intensificato la pressione senza però forzare l’escalation, in attesa di un contesto strategico più favorevole.

Proprio per prepararsi ad un eventuale shock energetico mondiale, come quello che una mancata e rapida risoluzione del conflitto con l’Iran comporterebbe, la Cina negli ultimi anni ha investito massicciamente nelle infrastrutture energetiche rinnovabili (diventando il primo produttore in termini assoluti), soprattutto solare, e ha aumentato l’utilizzo del carbone e l’importazione di gas, soprattutto dalla Russia, che si è rivolta alla Cina a seguito delle sanzioni europee derivanti dall’invasione dell’Ucraina. L’obiettivo della Cina in tal senso è semplice: affrancarsi sempre di più dal petrolio. Tuttavia in questo momento è ancora in una situazione di vulnerabilità ed è in questo frangente che Trump spera di inserirsi da una posizione di forza. 

Bisognerà aspettare l’evoluzione delle prossime settimane, dopo il fallimento dei negoziati con l’Iran e la soprattutto valutare l’umore del taco presidenziale, ma le elezioni di mid-term si avvicinano: Trump potrebbe perdere almeno uno dei due rami del Congresso, rendendo più claudicante l’amministrazione statunitense. 

Inoltre il 2029 si avvicina e Trump non potrà correre per un terzo mandato, avviando così la competizione per la leadership repubblicana: i candidati di punta sembrerebbero essere il vicepresidente J.D. Vance (quello che ritiene gli europei dei parassiti) e il Segretario di Stato Marco Rubio (quello che indossa scarpe più grandi). 

Kamala Harris, oltre a fregarsi le mani per il Guinnes dei Primati, scenderà nuovamente nell’arena o i democratici vorranno puntare su altri candidati, come il governatore della California Gavin Newsom?
Democratici, fateci sapere. 

Uno dei tanti tweet con cui il gov. Gavin Newsom trolla il presidente Trump

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