Torino disobbedisce per una settimana: a Torino continuano i moti del ‘26

Eugenio Grindatto

Torino si è fermata per una settimana. Da sabato 24 a venerdì 30 ottobre, la Generazione Z della città ha deciso di comune accordo di fermare una parte della normale amministrazione torinese, per portare alla luce disobbedendo gli attuali problemi della politica italiana. Sul piatto si trovavano principalmente le tesi legate al carovita (di rilevanza fondamentale per gli studenti,) l’aumento del carburante (tema sempre verde negli ultimi 4 anni e mezzo), la malagestione di scuole ed università, nonché la prospettiva di riarmo. I giovani torinesi hanno quindi inscenato svariati atti dimostrativi, arrivando addirittura all’occupazione del Campus Luigi Einaudi, la vetrina per eccellenza dell’Università degli Studi di Torino (ad oggi ancora occupato).

Da notare come purtroppo, la maggior parte dei media abbia deciso di riprendere i momenti appena citati come situazioni ad alto rischio, piene di soggetti con il volto coperto e le mani che prudono, mostrando solo le immagini di manganelli ed idranti in azione, scordandosi del tutto di trasmettere la realtà dei fatti avvenuti e mettendo in mostra il lato più duro e violento delle manifestazioni, dandolo in pasto ad un pubblico molto annoiato e soltanto interessato alla sua rozza opinione.

Siccome in questa settimana abbiamo avuto la fortuna di vivere in prima persona questi eventi, abbiamo deciso di essere i testimoni di come le persone scese in piazza non fossero altro che individui comuni, sempre più esausti di mettere una mano sul proprio cuore, ad ogni borsa della spesa in uscita dal supermercato.
Parleremo quindi di loro: lavoratori, studenti passando anche da una pericolosissima orda di maranza; tutti scesi in piazza in un comune abbraccio contro la penuria della nostra epoca; gesto non riconosciuto dai nostri attuali governanti, molto più interessati ad autocommiserarsi e a nascondere la polvere sotto ad un tappeto, destinato sempre di più a diventare una copia formato salotto del Monte Rosa.

24 Ottobre 2026: Fermo a Youssef Siher e il plot twist anti-escalation 

La principale nuvola grigia, capace di incombere sulle giornate di protesta, era il famigerato “Movimento 17 Ottobre”, nato appunto sulla scia delle mobilitazioni avvenute alla metà del mese. La realtà era coordinata principalmente attraverso canali Telegram e post su Tik Tok. 

Entrambe piattaforme quasi del tutto ignote al panorama degli over 50 e, per questo, in grado di incutere un terrore pari a quello generato dalle orde di maranza o dalla stessa bomba atomica. 

I “comunicati” (così come sono stati chiamati i post inerenti alle manifestazioni del 24), davano infatti la precisa istruzione di non recarsi nei punti di raduno, concordati con gli enti preposti. Questi ultimi, invece, sarebbero stati modificati dall’organizzazione per essere segnalati soltanto con mezz’ora d’anticipo (attorno alle 14:30), avendo l’intento di cambiare i piani di prefettura e reparti mobili (che ci piaccia o no, presenze necessarie su di un territorio in protesta, dovendo incarnare il legittimo e weberiano monopolio statale dell’uso della forza). 

Tuttavia, l’escalation non è mai avvenuta per mano dei manifestanti, siccome i reparti della Polizia Postale hanno individuato nel trentenne di seconda generazione Youssef Siher, l’ideatore dell’intero movimento, rendendolo quindi incapace di diffondere ulteriori comunicazioni e consegnandolo poi alla Digos di Milano affinché procedesse a metterlo in stato di fermo, durante l’arco della serata. 

Tutto è bene quel che dovrebbe finire, insomma…

Nessuna via di scampo e camionette sempre accese…. Tanto paga Pantalone

Come era immaginabile, i moti di disobbedienza civile, non sono stati interpretati dal mittente (il Governo) in modo corretto. Nella giornata del 24 ottobre, per esempio, le Forze dell’Ordine avevano fatto di tutto (foto in alta definizione alla mano) per alzare una barriera insormontabile, proprio in quelle che potevano essere le vie di fuga da Piazza Castello (punto di raduno dei cortei). I Carabinieri, per esempio, si sono appostati all’entrata di via Po (una delle principali vie modaiole della città sabauda) ed in via XX Settembre, una delle parallele di Piazza Castello. La Polizia di Stato, invece, aveva bloccato via Pietro Micca (in cui si sarebbe poi rintanata la celebre Citroen bianca lanciata a tutta coca sui manifestanti), l’imbocco per i Giardini Reali (di fianco al quale si trova la Questura, con appostati in bella mostra i camion Mercedes adibiti ad idranti antisommossa) e l’ingresso di via Roma. 

È importante notare che in quest’ultimo appostamento, la Polizia aveva addirittura posizionato un intero mezzo sotto ai portici. Una zona pedonale piuttosto stretta per un furgone Iveco Daily, reso per questo ancora più appariscente e fuori contesto per l’occhio umano. Senza contare, poi, le difficoltà che sarebbero servite per cercare di oltrepassarlo, senza prima ricevere una sana e paternalistica dose di sculaccioni con manganello.

Le Forze dell’Ordine, quindi, avevano trasformato Piazza Castello in un gigantesco pentolone a pressione, senza però volerlo dotare una valvola di sicurezza, per dare sfogo all’energia in eccesso verso l’esterno. Al posto di essa, invece, hanno preferito dare ampio sfogo ai pruriti delle mani, lasciando che i manganelli pennellassero i visi dei manifestanti con tonalità fra il livido, la contusione ed il dente rotto. 

Da notare che, com’è ovvio in questi casi, tutti i mezzi citati erano perfettamente fermi (sicuramente per mezzo del freno a mano) e tutti con il motore sempre acceso. 

Certo, le motivazioni dietro ad un’accensione prolungata saranno state certamente legate ai granitici protocolli operativi. 

Se però i manifestanti scesi in piazza, erano in larga parte presenti per via del caro carburante, com’è possibile che Polizia e Carabinieri si siano concessi il lusso, di buttare dalla finestra così tanti litri di prezioso gasolio? 

Se Nonna fosse stata presente, avrebbe di sicuro sbottato con un suo vecchio cavallo di battaglia: “Tanto paga Pantalone…”. 

Manifestanti e motivazioni: il VERO cuore della protesta

I manifestanti pacifici scesi in piazza, unico vero cuore delle proteste, si sono presentati con le motivazioni più eterogenee. Fra di loro gli slogan contrari al carovita, alla guerra e alla mancanza di fondi per l’istruzione, erano i principali protagonisti; ma non erano gli unici. I temi sul menu, infatti, erano estremamente variopinti, passando dagli striscioni dei No Tav fino a qualche bandiera cubana. Per quanto scollegate fra loro, tutte le lotte portate hanno certamente contribuito a dare maggiore ricchezza ai cortei, in termini sia numerici che ideologici. 

Anche l’età media dei presenti era estremamente variegata. Oltre ai soliti giovani che non vogliono lavorare in favore dello smartphone (come si usa dire in questi casi), era infatti presente una nutrita componente (piuttosto infervorata) di chiome bianche, scesa in piazza assieme a figli e nipoti perché stufa del domani, che ad oggi sembra più realistico.

Trovandoci nell’occhio del ciclone assieme a loro, avuto la fortuna di fare alcune domande e di capire che cosa ci facessero lì.

Lorenzo (nome di fantasia, per sua richiesta) ha 20 anni e vive da solo con suo padre. Entrambi fanno di tutto per sbarcare il lunario e non rimanere a piedi prima del giorno di paga, fosse anche per metter via poche monetine in un barattolo. Tutti sforzi del tutto vanificati per colpa dei rincari che, come un virus, hanno intaccato e fatto ammalare di inflazione ogni tipo di prodotto che passi sotto ai nostri occhi. A questo si aggiunge un ribaltamento della loro vita. La nonna di Lorenzo ha un malore urgente, per cui padre e figlio devono mollare tutto per soccorrerla e portarla in ospedale, dove rimarrà per ben tre giorni: 

“Per colpa dei tagli in sanità – ci racconta Lorenzo con lo sguardo triste e rassegnato – ieri mia nonna stava per lasciarci. La situazione del suo cuore era arrivata al limite e nonostante le nostre continue richieste d’aiuto al personale presente, l’ospedale Martini di Torino era del tutto sprovvisto di un cardiologo. Io mi sono stancato di questa situazione ed è per questo che sono qui. Io sono in piazza per lei! Questi continui tagli ad istruzione e sanità servono solo ad impoverirci un pezzo alla volta, per andare a contribuire ad una corsa agli armamenti di cui nessuno sente il bisogno siccome noi, una guerra, non la vogliamo!”. 

Lorenzo è stato accompagnato dalla zia, la quale porta un altro tema che tiene a cuore. La spinosissima questione Maranza. Una parola che puntualmente incasella gli adolescenti di seconda e terza generazione, principalmente di origine magrebina, collegandoli al degrado delle periferie, agli atti di vandalismo e alle famigerate vetrine rotte durante i cortei di protesta, (l’unico problema di cui il Governo attuale ha deciso di occuparsi). Nipote e zia hanno quindi portato in corteo un cartello double face: su un lato lo slogan è avverso allo smantellamento sistematico del welfare state in favore della guerra, sull’altro troneggia la frase “VOI LI CHIAMATE MARANZA, NOI LI CHIAMIAMO PER NOME”. 

“È un termine profondamente razzista – spiega la Zia – che ha come unico scopo, quello di creare un nemico da combattere e da cui difendersi. Pare che al giorno d’oggi l’unico vero grande problema di cui le nostre istituzioni vogliano farsi carico, siano proprio questi gruppi di ragazzi. Tuttavia, io ne ho conosciuti molti ed ho avuto anche la fortuna di parlarci più volte. Sono stati spesso ospiti in casa mia, perché amici di figli e nipoti. Per questo motivo, quindi, non ho nessuna intenzione di chiamarli MARANZA. Continuerò a chiamarli con il loro nome proprio, per esaltare il loro essere individui, nonché cittadini con diritti e doveri pari a chiunque altro”. 

Alessandro è un ragazzo che studia al Politecnico. Giubbotto di pelle, scarpe sportive ed una gigantesca cassa bluetooth appesa al collo. Potrebbe essere confuso con un qualsiasi altro manifestante, eppure Alessandro ha l’enorme coraggio di inginocchiarsi di fronte al reparto mobile delle Fiamme Gialle a Regio Parco, mostrando loro un grosso cartello rosso a due facce. Rimane lungamente di fronte ai gormitici celerini, nella speranza che questi ultimi possano dare una lettura a quello che ha scientemente scritto: da un lato la scritta “IL VERO NEMICO LE ARMI NON LE USA” e dall’altro “HANNO BISOGNO DI UNA GUIDA, NON DI MANGANELLATE”.

“La frase non è mia ma di Daniele Silvestri – dice Alessandro con voce tremante dall’emozione, una volta rialzatosi in piedi – e racchiude il fatto che i media hanno sempre la tendenza a mostrare ragazzini disagiati come il vero male della nostra società, in grado solo di trovare il proprio sfogo nelle violenze contro alla polizia. Il problema, però, non sono loro ma la mancanza di solide istituzioni scolastiche. I maranza, così come i minorenni inquadrati tra gli artefici degli ultimi saccheggi, non sono altro che un sintomo di una società malata e non il nocciolo dell’intero problema. La nostra società non permette loro di avere strumenti alternativi alla violenza e questo è un fatto di per sé molto grave. L’articolo 34 della Costituzione, infatti, parla molto chiaramente, difendendo il diritto all’istruzione ed obbligando lo Stato a garantire quest’ultima, anche nell’assenza di strumenti famigliari. Purtroppo, però, in questo momento lo Stato è proprio la cosa che manca principalmente”. 

“Mani in alto: siamo MARANZA!! (possiamo seguirvi su Instagram?)”

Ebbene sì. Anche noi siamo stati intercettati e fermati da un’orda barbarica di maranza. Un gruppo sanguinario composto da ben quattro persone, il cui supremo e pericolosissimo leader avrà avuto un peso corporeo non superiore ai 60 chilogrammi, spalmati per un metro e settanta circa di altezza. 

Sostanzialmente una sorta di insetto stecco in tuta e con un paio di occhialoni forse più pesanti della scatola cranica stessa. 

Il supremo leader ha attirato la nostra attenzione (con una voce ancora bianca e prepuberale) perché attirato dalla macchina fotografica che avevo a tracolla. Tutto quello che voleva era una foto di lui con la sua gang, ritratti con i borselli tarocchi in bella mostra, in una delle vie più chic di Torino (ci trovavamo in via Garibaldi, altro importante spot di vetrine e dehors). 

Dopo qualche scatto mi ha chiesto se potessimo scambiarci i contatti su Instagram, per un successivo passaggio di foto, avvenuto poi nei giorni immediatamente successivi alle proteste. 

Un episodio estremamente normale, quindi, che non dovrebbe avere nulla di speciale, rispetto a milioni di altri momenti uguali ad esso. Perché mai, allora, dovremmo sforzarci di riflettere su un gruppo di ragazzini che chiede la foto ad un tizio che passeggia in una via?

Perché quello era un gruppo di maranza! 

Ormai questo termine è diventato uno status symbol al pari di un Rolex, un Iphone o un paio di Birkenstock. Se tu sei un quasi adolescente, hai i connotati palesi di chi non mangia prosciutto e non festeggia il Natale facendo il Presepe; se tu ti vesti con la tuta nera e, causa male educazione o bufere ormonali dettate dalla tua giovane età, hai la tendenza a schiamazzare per le vie sentendo pessima musica, sei automaticamente identificato come un soggetto da allontanare. Poco importa se sotto alla tua corazza, così trap e minacciosa, sei solo un bambino. Tu sei fonte di degrado, incuria e disturbo della quiete pubblica. Sei un dito in un occhio così come può esserlo una cartaccia in un sentiero d’alta montagna o uno scarafaggio su di una tovaglia immacolata. Sei un maranza in un paese il cui Governo, vara delle leggi apposite per mettere i bastoni fra le ruote a tutta la tua vita, considerandola deviata a prescindere.

Intendiamoci, con queste parole non vogliamo dire che non esistano le baby gang e che in periferia vivano soltanto persone innocenti e dall’animo candido. Non è nostro interesse dirvi che secondo noi le vetrine di Milano delle scorse rivolte, siano rimaste intonse e che i gruppi di minorenni coinvolti nelle razzie, non abbiano colpe perché tutti figli di mamma. Chi ha fatto dei danni è giusto che paghi fino all’ultimo centesimo e se minorenne, la patata bollente dovrà necessariamente passare nelle mani dei genitori, evidentemente incapaci di assolvere questo ruolo fondamentale a prescindere da estrazione sociale, ceto economico e colore della pelle. 

La nostra riflessione è però un’altra. 

In Italia, così come in larga parte del mondo, ad alcune persone non basta essere semplicemente bravi cittadini che pagano le tasse, vanno in chiesa a confessarsi e sbarcano il lunario senza prendere multe. 

Avranno, invece, sempre un qualcosa di storto rispetto a tutti gli altri, legato al colore della pelle, al credo o molto più banalmente alle proprie condizioni economiche. 

In tutte le società, quindi, continueranno ad esistere i “diversi”, considerati reietti soltanto perché meno fotogenici di altri nelle foto di famiglia, unica vera caratteristica che additerà tutti loro come la fonte principale di ogni disturbo e problema. 

Nei nostri anni ’20 questo ingrato fardello è toccato proprio ai maranza e questo non per colpa loro, ma perché il posto a sedere, alla tavola della cosiddetta civiltà benpensante, è un’incognita tanto quanto può esserlo una vincita al videopoker sul retro di un autogrill. 

C’è però una cosa che i cittadini dovrebbero iniziare a comprendere, soprattutto in un’epoca in cui la nomenclatura “Seconda Generazione” è ormai una costante: se la società continuerà a trattare questi ragazzi come spazzatura, invece di fornire loro la possibilità di redimersi senza passare attraverso alle forche caudine per ogni singola questione, perché mai queste persone dovrebbero smettere di punto in bianco di spaccare tutto e inveire contro la polizia? Perché dovrebbero emanciparsi da soli da un’etichetta, che non hanno creato e da cui saranno perseguitati fino al letto di morte? 

Perché dovrebbero smetterla, quindi, di sentirsi spazzatura?

CLE occupato: la balena dormiente torinese

La sera di Lunedì 26 ottobre, dopo un’assemblea in Aula Magna indetta per le 18:00, il Campus Luigi Einaudi di Torino è stato occupato per la prima volta dalla sua inaugurazione ufficiale. A rivendicare questa presa di posizione è stato il gruppo Assemblea CPS (dal nome del dipartimento Cultura Politica e Società), l’unica realtà che per ora ha voluto rendere ufficiale il suo patrocinio (mentre scriviamo il CLE è ancora occupato e gli sviluppi della vicenda sono tutt’ora in corso). Le cause dietro all’occupazione sono molteplici, iniziando dall’avversità degli studenti nei confronti delle possibili applicazioni dual-use di alcune facoltà, versatili sia in ambito civile che bellico in caso di corse agli armamenti dell’ultimo minuto. A questo si aggiunge la volontà di interrompere gli accordi con la NATO, per impedire che le spese per la difesa arrivino fino al 5% del PIL, dirigendo poi questi fondi verso il welfare.

Ci sono poi le cause legate al carovita, argomento particolarmente sentito dagli studenti, soprattutto in una grande città del Nord Italia come Torino. Gli occupanti, infatti, chiedono il taglio delle accise (favorevole non solo a studenti ma anche a professori pendolari), il congelamento degli affitti (ad oggi meno gravi di situazioni come quella di Milano, ma in continua crescita), il blocco degli sfratti e lo stop delle locazioni a breve termine. Infine, vi è la richiesta che gli studentati passino ad una gestione finalmente pubblica e, per questo, maggiormente trasparente. 

L’occupazione di un luogo come il Campus Luigi Einaudi (abbreviato in CLE) non si è rivelata solo un’esperienza interessante, data la quantità di assemblee che continuano ad essere svolte nella speranza di portare valide idee di rinnovamento. 

Il CLE, prima di tutto, è gigantesco! È una città dentro la città in cui è possibile iniziare ad orientarsi solo dalla metà del secondo anno di studi. Per fare un esempio, la sua biblioteca interna, la Norberto Bobbio, è alta tre piani e larga tre edifici, collegati fra di loro da larghi corridoi in cui poter usare il telefono senza disturbare. Senza contare il fatto che la sua intera superficie, escluso l’edificio della Palazzina Einaudi, è del tutto rivestita da enormi vetrate. Un luogo all’apparenza perfetto, quindi, per essere devastato dai black block o dai potenziali infiltrati della Digos. Chiunque abbia avuto la pensata di voler occupare un colosso come il fiore all’occhiello di Unito, oltre ad avere motivazioni inossidabili aspirava ad istinti suicidi, avendo portato in una gioielleria non un solo elefante ma un intero branco di mammut. 

Eppure, nonostante le dicerie sulle occupazioni e sui giovani che preferiscono la NASPI alla Naja, l’aria che si respira al Campus Einaudi è profondamente serena e propositiva. Gli studenti sono in piena tranquillità, (seppure qualcuno inizi a patire il raffreddore data la mancanza di riscaldamento) e gli unici danni alla struttura che gli si può additare, sono un eccesso di mozziconi di sigaretta in terra e qualche scarabocchio con il pennarello nero. Anche i bagni sono quasi del tutto intonsi. Dopotutto Assemblea CPS ha preso tutti gli accordi necessari per far passare il personale addetto alle pulizie e non far perdere ad esso la giornata di lavoro. L’occupazione del Campus è quindi bucolica e, mozziconi a parte, non c’è nulla che possa andare storto sul piano della sicurezza, sebbene la guardia di chi sta al cancello continui ad essere molto alta. 

Di grande valore culturale sono invece le assemblee, seguite in parte anche da noi. 

Ad esse non hanno partecipato solo gli studenti. Un folto gruppo di professori del dipartimento Cultura Politica e Società ha infatti deciso di prendersi a cuore le ragioni dei ragazzi, insistendo per stare alle loro regole, soprattutto per quanto riguarda la gestione delle assemblee. 

Ne è un esempio la giornata di mercoledì 28 ottobre. L’assemblea delle ore 11:00, la prima tenutasi in compagnia degli insegnanti, verteva su come l’università avrebbe potuto migliorare sé stessa partendo dal basso. I docenti, che avevano iniziato ad entrare proprio in quell’esatto momento, hanno deciso di sedersi per terra, allo stesso livello dei loro ragazzi, per prendere parte alla discussione, realizzata da seduti in un cerchio. Molte delle tematiche esposte dagli occupanti, una volta finito di ragionare a gruppi, sono state maturate proprio grazie al contributo inesauribile degli insegnanti, anche loro spesso contrari a determinate dinamiche volte principalmente al rendimento del credito formativo, piuttosto che all’effettiva acquisizione di un insegnamento da parte dello studente. 

Il rispetto degli studenti è stato mantenuto anche nella seconda assemblea della giornata. 

Tenutasi nel tardo pomeriggio in aula Einaudi 1, doveva ospitare una lezione in pieno stile universitario. Di comune accordo, invece, gli insegnanti hanno deciso di non parlare, lasciando il microfono a chiunque volesse portare la propria esperienza e le proprie motivazioni, legate alla presenza durante l’occupazione. 

Gli interventi sono stati tutti estremamente arricchenti e vari fra di loro. 

C’è stato chi ha portato con sé il peso di essere un italiano di seconda generazione ed esprimendosi con un vero sfogo di coscienza, ha deciso di portare alla platea cosa significhi vivere il proprio quotidiano, circondato da barriere insormontabili fatte di pregiudizio. 

Ha preso poi la parola chi vive da fuorisede, lasciando al Sud i propri parenti in balia degli scioperi dei camionisti. È stato espresso in questa sede, infatti, il dolore di telefonare a madri e fratelli, chiedendo se nel supermercato sotto casa ci fossero ancora beni di prima necessità, mentre da questa parte d’Italia i negozi (come i ristoranti) sono sempre pieni e non c’è nessun motivo di preoccuparsi; semmai il rischio è quello di essere derisi perché considerati dei sempliciotti del Sud, troppo propensi al pessimismo e alla paranoia. Una situazione che riflette, mai bene come ora, la sempre verde Questione Meridionale e la convivenza catorcio di due Italie, ancora così diverse e diseguali nelle proprie aspettative, nonostante siano passati 165 anni dall’unificazione del nostro bellissimo e straziato paese. Infondo anche Giolitti descriveva nelle sue lettere come fosse difficile raggiungere il Sud Italia in treno ed è altrettanto probabile che oggi, lo stesso Vannacci non abbia un parere troppo diverso nei suoi messaggi su WhatsApp. 

Certo. Anche l’occupazione del CLE ha vissuto attimi di contestazione. Ne è un esempio il sit-in di giovedì 29 ottobre quando un gruppo di manifestanti, capitanato dal referente regionale di Azione Under 30 Stefano Giuliano, si è radunato all’altezza del Toro (in gergo uno degli ingressi del Campus, in cui troneggia la statua di un gigantesco toro di legno) per chiedere di aprire il campus in favore del diritto allo studio, considerato violato dagli occupati. 

In tutta risposta Rossana Lorusso, fra i responsabili di Assemblea CPS, ha esordito con un video di risposta: “Il diritto allo studio non viene violato da un blocco delle lezioni, portato da un’occupazione pacifica. La sua lesa può invece derivare da un’incapacità nel potersi garantire la propria retta universitaria, e la propria vita di libero studente”. 

Gli Scioperi del 30 ottobre: il gran finale

L’ultima giornata di protesta è incominciata la mattina di venerdì 30 ottobre, giorno in cui si è tenuto un gigantesco sciopero distribuito su 22 paesi in ben 5 continenti diversi. All’enorme iniziativa hanno aderito ben 25 sigle sindacali e sono stati bloccati complessivamente 115 scali marittimi; il tutto per la volontà di interrompere il flusso di armi verso gli attuali teatri di guerra. 

A Torino lo sciopero era tangibile. Quattro cortei principali, uno dei quali partito direttamente dal Campus occupato e guidato da una parte di professori, si sono riversati in Piazza Castello, per avviare una marcia che avrebbe inondato l’intero centro della città. Si stima che manifestanti scesi in piazza, possano aver raggiunto addirittura le 80 mila teste.

Il corteo, in origine, avrebbe dovuto procedere in direzione Piazza di Città, troppo piccola data l’enorme mole di persone che avrebbe dovuto ospitare. La marcia si è quindi divisa affinché una parte di essa procedesse in direzione della stazione di Torino Porta Susa, passando proprio di fronte all’accademia dei carabinieri di Caserma Cernaia. 

Dopotutto, il vero scopo di uno sciopero è proprio quello di provocare un temporaneo arresto cardiaco al normale svolgimento di attività sia pubbliche che private. 

Il corteo ha quindi risalito la città fino a raggiungere Largo Vittorio Emanuele II, una delle rotonde più imponenti di tutta Torino, ospite di una gigantesca statua del Re in persona. Presi da un impeto di entusiasmo, molti dei manifestanti più giovani hanno deciso di arrampicarsi sulla statua, mettendo a repentaglio la loro incolumità personale. Certo, è molto probabile che chi li ha visti, scrollando i reels dal divano, abbia pensato che questi ragazzi si fossero arrampicati solo per danneggiare un simbolo dell’aristocrazia piemontese prerepubblicana, senza sapere nemmeno chi fosse realmente Re Vittorio. 

A prescindere da tutto, però, l’immagine dei ragazzi sulla statua, resterà certamente una delle icone principali per le proteste di questi giorni, così sentite e sofferte, da spingere addirittura un folto gruppo di giovanissimi a fare un gesto così definitivo e pericoloso. 

Se le proteste devono innanzitutto essere un simbolo per il proprio dissenso, questi ragazzi hanno svolto il loro compito nel migliore dei modi. 

Il corteo, dopo essersi fermato qualche minuto di fronte alla stazione di Torino Porta Nuova ha poi ripreso la marcia in direzione Campus, dove ha concluso il suo percorso per lasciare che gli studenti del Dipartimento CPS continuassero il loro gesto di disobbedienza civile. 

Una sentita riflessione personale

Potremmo discutere fino alla nausea sulla reale efficacia dell’occupazione, così come potremmo fare le pulci ad Assemblea CPS, perché non ha pensato di disperdere il corteo a marcia conclusa, invitando invece tutti ad entrare nei cancelli dell’università, senza però calcolare gli enormi rischi per la struttura. 

Potremmo anche noi scendere in piazza perché contrariati dalle occupazioni e convinti che la libertà di opinione e di libera manifestazione, possano ledere in qualche modo l’ascolto della nostra lezione. 

Potremmo proprio fare tutte queste cose assieme. 

Come autori di un giornale, però, non possiamo trascurare che questo moto di protesta e di ribellione siano una faccenda che riguarda il nostro intero continente. L’Europa unita. Una realtà politico-economica nata proprio dopo una delle più tragiche guerre della storia, preceduta anch’essa da anni in cui la repressione del dissenso era all’ordine del giorno. 

Non possiamo, quindi, stare a guardare tutto questo inermi ed è nostro compito, come scrittori o aspiranti tali, riportare i fatti ESATTAMENTE come sono avvenuti, a prescindere dai titoloni delle testate concorrenti, in cui le parole più usate sono “maranza”, “Tik-Tok” e “vetrine rotte”. 

È nostro dovere, ricordare che i soggetti coinvolti nelle vicende di questi giorni, altro non sono che persone comuni, semplicemente stufe di vivere nella penuria, nel sacrificio e senza nemmeno potersi concedere il lusso di sperare in un futuro migliore.

Noi abbiamo il dovere e la responsabilità di portare innanzitutto la loro voce di cittadini, senza scordarci mai che nel momento in cui dovessimo smettere in questo nostro operato, saremmo complici della morte cerebrale di democrazia e libero pensiero.

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