Intervista a Giulia Baldelli autrice di “Un mondo soltanto”

Redazione
“Ad oggi il riscatto sociale di una ragazza svantaggiata è più difficile rispetto al passato.”
Dalla presentazione del libro “Un mondo soltanto” alla Liberia all’Arco di Reggio Emilia.

«Non credo che dobbiamo essere perfette per meritarci di essere al centro del focus narrativo».
Giulia Baldelli parla così delle protagoniste di Un mondo soltanto, il suo nuovo romanzo pubblicato da NN Editore. Quattro amiche, trent’anni di vita tra Fano e Bologna, dall’adolescenza agli anni in cui ci si aspetta di aver capito come stare al mondo. Le sue protagoniste desiderano, sbagliano, a volte fanno male alle persone che amano. E rivendicano il proprio spazio anche quando le loro scelte ci mettono a disagio.

Il nostro direttore Dario De Lucia ha presentato il libro insieme all’autrice alla Libreria all’Arco di Reggio Emilia. Si è parlato di femminismo, di relazioni che sfuggono al confine tra amore e amicizia e di quanto sia difficile liberarsi dalle aspettative della famiglia. Ma anche di una questione che riguarda da vicino chi sta diventando adulto oggi: quanto conta il punto da cui parti – la tua condizione sociale – nella possibilità di scegliere chi diventare?

Chi è Giulia Baldelli?

Giulia Baldelli autrice "Un Mondo Soltanto"

Giulia Baldelli è nata a Fano nel 1979 e si è trasferita a Bologna nel 1998, dove si è laureata in Chimica e tecnologie farmaceutiche. Ha esordito con L’estate che resta (Guanda, 2022), seguito da Le parole che mi hai lasciato (Guanda, 2024). Un mondo soltanto, pubblicato da NN Editore nel 2026, è il suo terzo romanzo. Nelle sue storie il fulcro sono i legami familiari, il desiderio e quegli amori che rendono complicato distinguere ciò che ci fa bene da ciò a cui non riusciamo a rinunciare.

L’intervista a Giulia Baldelli


E’ un romanzo con protagoniste tutte femminili che parla di relazioni, rapporti lgbti, tossicità,  sesso, amore, famiglia…. Lo definiresti un romanzo femminista?

Per quanto io non ami particolarmente attribuire definizioni ai romanzi perchè in generale, nella vita e nel pensiero, tendo a rifuggire le categorie, credo che Un mondo soltanto sia una narrazione femminista. E lo è nella misura in cui ad essere narrate in primo piano sono sempre ragazze e donne, che non solo lottano e amano ma spesso sbagliano, talvolta compiono azioni criticabili, falliscono e tradiscono. In fondo però non credo che dobbiamo essere perfette per meritarci di essere al centro del focus narrativo e per mantenere stretto il nostro punto di vista sulla storia.

Tessa è la voce narrante, ma il romanzo è pieno di elementi che quasi correggono o completano la sua memoria: i diari di Virginia, le fotografie, la scatola conservata da Rita, gli oggetti del passato. Perché hai scelto di affidare il racconto proprio a una narratrice che, in fondo, non possiede mai da sola tutta la verità della storia?

L’io narrante è la mia dimensione di scrittura. Qui però a differenza dei mie precedenti romanzi (l’estate che resta e le parole che mi hai lasciato) non avevo una sola protagonista, bensì quattro e quindi ho dovuto scegliere  a quale amica affidare il filo della narrazione.  La mia scelta è ricaduta su Tessa, la più fragile ma per niente morbida, e che come tu correttamente dici non possiede mai sufficiente luce per illuminare tutta la storia. Eppure questo secondo me è anche l’aspetto sfidante di questa voce che quindi è costretta a interrogarsi su cosa sta accadendo non solo a se stessa ma anche agli altri personaggi. Tessa non sempre capisce, ma le va riconosciuto che si impegna a farlo. Su questo lancio io una domanda: non è che nella frenesia del quotidiano la parte di pensiero che dedichiamo agli altri si sta riducendo sempre di più?

A un certo punto Tessa dice che le sante le hanno insegnato anche a non voler definire per forza il confine fra amore e amicizia. E leggendo il libro quel confine continua effettivamente a spostarsi. Volevi mettere in discussione anche l’idea che l’amore di coppia debba necessariamente essere il rapporto più importante della nostra vita?

Io credo che la parte più importante della nostra vita sia l’amore. So che questa frase rischia di sembrare trita e banale. Ma per dirlo con parole di Tessa, anzi di sua madre Beatrice, in questo mondo consumista  è l’unica cosa che non si può comprare. E, aggiungo, è talmente importante da sovrastare ogni definizione: amore di coppia, amore materno, amore fra amiche, amore omosessuale e eterosessuale, è sempre amore. Punto.   

Mi sembra che il romanzo faccia una domanda molto scomoda anche a chi scrive: raccontare la propria vita significa inevitabilmente appropriarsi di un pezzo della vita degli altri? Dove metti tu quel confine?

La mia è narrativa fiction e quindi, muovendomi nell’immaginazione, sono facilitata nel rispettare le biografie altrui. C’è però un elemento più di contenuto nella tua domanda a cui  rispondo affermativamente. Quando scrivo nelle mie storie entrano le vite di persone che ho incrociato, detestato, amato, adorato, desiderato, rifuggito. Ma io credo che questo avvenga anche nella vita reale, possiamo davvero tracciare un confine netto tra la nostra vita e quella di coloro che per vario motivo ci interessano? Se sì, io non ne sono capace.


Tessa è una ragazza che viene dalla provincia con una madre tossica. Nella storia che hai scritto – che dura 30 anni e parte dagli anni 90 – si realizza e raggiunge una buona posizione sociale. Sarebbe possibile oggi, in questa stagione sociale che viviamo, un riscatto del genere? 

L’ascensore sociale in Italia è bloccato. La probabilità che lo status della famiglia in cui nasci condizioni il tuo percorso sono altissime. Ma facciamo un esperimento: mettiamoci nella migliore condizione possibile. Un ragazzo e ragazza che provengano da una famiglia agiata e colta. Ebbene io penso che  a parità di condizioni siano comunque più svantaggiati rispetto alla mia generazione, perchè negli ultimi dieci anni si sta frantumando la promessa di una pace globale. Le guerre c’erano anche prima, ma ora sembra proprio che non vi sia volonta di trovare una soluzione. E intanto i ghiacciai si sciolgono e diventano fiumi in piena che travolgono abitazioni e persone. Non credo che una persona giovane, per quanto protetta dalla stabilità della famiglia di origine, possa ignorare tutto questo e di conseguenza credo sia difficilissimo arginare il senso di precarietà umana.

Rita continua a riportare Tessa all’idea che non esistano tanti mondi separati: ce n’è uno soltanto. Però Tessa passa buona parte della vita tentando, in qualche modo, di separare i mondi: la madre, le amiche, gli amori, la scrittura, quello che è stata e quello che vorrebbe essere. Il titolo è anche il punto di arrivo di Tessa, il momento in cui capisce che non può più tenere separate tutte queste parti di sé?

«Un mondo soltanto» è ciò che le lettrici e i lettori vorranno. È a loro disposizione. Io posso dire che questo titolo non ha punto interrogativo, perchè quel punto interrogativo me lo sono tenuto dentro per tanto. E oggi a quarantasette anni, esattamente come Tessa, so che non ci sono nè parti nè periodi della vita che possiamo isolare; non si cancella nulla, semmai si rimedia, si ricostruisce l’unico mondo a nostra disposizione.

Nel libro Fano e Bologna mi sembrano quasi due personaggi. Fano è il luogo dell’adolescenza, del mare, dei Bagni Sergio, ma anche dello sguardo degli altri e della provincia; Bologna è inizialmente la possibilità di reinventarsi. Poi però il romanzo complica entrambe. Quanto era importante per te evitare il cliché “provincia che imprigiona, grande città che libera”?

In questo mi è stata molto d’aiuto la voce disinibita e critica di Tessa, che ad esempio non appena arriva a Bologna, è grata di poter girare la città senza che nessuno la riconosca ma rimane stupefatta nel vedere i senza tetto dormire per strada al freddo. E pensa che nel suo piccolo paese questo non sarebbe mai successo. A me piace, come scrittrice, tratteggiare luci e ombre dei luoghi dei miei romanzi, solo questo credo permetta di esprimere un punto di vista politico e non stereotipato sui tessuti sociali.

Chiudo uscendo per un momento da Un mondo soltanto. A parte i tuoi, ti chiedo di scegliere un solo libro e una sola autrice o autore: qual è il libro che hai letto o riletto più volte e qual è la scrittrice o lo scrittore che consideri più importante nella tua formazione? E che cosa c’è della sua scrittura che, magari, è finito anche nella tua?

Uno dei libri che ho riletto più volte è Il cardellino di Donna Tartt, il lungo viaggio di Theo da adolescente ferito a uomo mai guarito ma che trova un piccolo punto di pace. Una scrittrice che reputo importante nella mia formazione è Elizabeth Jane Howard, in particolare la maestosa e indimenticabile saga dei Cazalet. Forse (magari fosse così…) nella mia scrittura è finito il suo desiderio di cura nella costruzione dei personaggi.

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