Aggressioni, bandiere ucraine contestate e polemiche sulla Brigata Ebraica: cosa racconta davvero questa giornata
Quest’anno la Festa della Liberazione non mi è piaciuta, e ciò mi duole dirlo dato che io personalmente apprezzo i momenti, ormai rari, in cui noi come popolo italiano, che spesso è già diviso per cultura e regionalismi vari, possiamo ritrovarci, festeggiare e sentirci fieri di un passato condiviso. A malincuore da qualche tempo non è più così.
Il 25 aprile, in teoria, dovrebbe essere la ricorrenza che più di tutte fa emergere questi sentimenti come l’unità nazionale e la coesione su valori condivisi, ma, a mio parere, la crescente polarizzazione di tutte le fazioni politiche e l’estrema divisione sulle tematiche internazionali hanno portato la Festa della Liberazione ad essere l’ennesimo palcoscenico di scontro politico.
In questo articolo parleremo di
- L’aggressione all’ANPI
- L’ipocrisia e la faziosità di chi non accetta le bandiere ucraine
- I ragazzi di Forza Italia cacciati
- La contestazione alla brigata ebraica
- Una breve riflessione
L’aggressione all’ANPI
“Non sono solo scossa, mi sento veramente molto indignata. Quello che mi è successo non è solo grave: dimostra che di queste manifestazioni si continua ad avere grande necessità, perché i fascisti che si comportano da vigliacchi continuano ad esserci.”
Queste sono state le parole dell’attivista di Sinistra Italiana Rossana Gabrieli dopo che lei e suo marito sono stati aggrediti da due ragazzi in motorino, che hanno sparato diversi colpi con una pistola ad aria compressa contro di loro. Eitan Bondì, il ragazzo che ha sparato agli attivisti dell’ANPI è stato prontamente fermato dalle forze dell’ordine e ha confermato di non avere rapporti con la Brigata Ebraica.
Cosa ci dimostra questo episodio?
Questo episodio mostra quanto sia fragile l’idea che certe forme di violenza appartengano al passato o a una sola parte politica. Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha spesso raccontato la violenza come un fenomeno a senso unico, ma la realtà è più complessa: atteggiamenti aggressivi e intimidatori possono emergere in contesti diversi e con matrici differenti. Proprio per questo non vanno minimizzati né letti come casi isolati, ma riconosciuti per quello che sono: segnali di un clima che può deteriorarsi rapidamente.
Più che un fatto isolato, appare come il sintomo di un disagio più profondo, che attraversa il presente e interroga il modo in cui convivono memoria, conflitto e spazio pubblico.
L’ipocrisia e la faziosità di chi non accetta le bandiere ucraine
Alcune polemiche hanno riguardato anche la presenza delle bandiere ucraine. In alcuni casi isolati, rilanciati soprattutto sui social, si sono viste contestazioni e persino slogan che finivano per giustificare o esaltare l’aggressione russa. Questi episodi dimostrano una contraddizione difficile da ignorare: farsi portavoce di valori come l’autodeterminazione dei popoli, sventolando le bandiere della Palestina, e, contemporaneamente, chiudere gli occhi di fronte all’invasione russa.
Allo stesso tempo, però, è importante non cedere a letture semplicistiche. nella grande maggioranza delle città italiane la presenza della bandiera ucraina non ha creato particolari tensioni ed è stata accolta come parte di una più ampia espressione di solidarietà, come ad esempio a Milano. Ridurre tutto a pochi episodi, portati avanti da gruppi e ideologie estreme, rischia quindi di restituire un’immagine distorta, che non aiuta a comprendere davvero ciò che è accaduto.
Detto questo, oltre a quelli già citati, due episodi in particolare sono stati al centro del dibattito: Il primo riguarda l’attacco a Matteo Hallissey, presidente di +Europa, che insieme ad altri stava partecipando al corteo di Roma con diverse bandiere, tra cui quella ucraina, e sono stati aggrediti da alcuni manifestanti infastiditi dalla bandiera ucraina.
Il secondo episodio riguarda il militante di Italia Viva ed ex professore Tino Ferrari che è stato allontanato dal corteo di Bologna dagli addetti alla sicurezza in quanto aveva con sé la bandiera ucraina e dell’Unione Europea.
Proprio perché il 25 aprile richiama valori di libertà e pluralismo, sono comportamenti che rischiano di contraddirne il significato. Senza generalizzare né trasformare episodi isolati in una regola, restano segnali che non possono essere liquidati con leggerezza, e che, inevitabilmente, finiscono per stonare in una giornata che dovrebbe unire più che dividere.
I ragazzi di Forza Italia cacciati
Un altro episodio che solleva qualche perplessità è quanto accaduto a Milano, dove alcuni ragazzi di Forza Italia sono stati contestati e allontanati dal corteo insultandoli. In questo caso non c’entrano questioni internazionali, ma una dinamica tutta politica: l’idea che il 25 aprile appartenga a una sola parte e che chi non si riconosce in quello schieramento non abbia titolo per partecipare.
È una lettura che affonda le sue radici nella storia stessa della ricorrenza, ma che oggi rischia di tradursi in una forma di esclusione automatica. Se è vero che il 25 aprile nasce da una precisa eredità politica e culturale, è anche vero che i valori che richiama libertà, democrazia, rifiuto dell’autoritarismo dovrebbero avere una portata più ampia e non limitarsi a un perimetro di appartenenza.
Proprio per questo, considerare chi proviene da un altro schieramento come un “intruso” o un “avversario” da allontanare finisce per ridurre il significato della giornata, trasformandola da momento di memoria collettiva a occasione di contrapposizione. Il rischio è che il 25 aprile venga percepito non come un patrimonio condiviso, ma come uno spazio identitario, accessibile solo a chi si riconosce in una determinata area politica.
Senza ignorare le differenze né le tensioni che inevitabilmente esistono, mantenere aperto quello spazio resta invece fondamentale: è proprio nella capacità di includere, pur nelle divergenze, che una ricorrenza come questa conserva la sua forza. Quando prevale la logica dell’esclusione, anche il messaggio che si vuole difendere finisce per indebolirsi.

La contestazione alla brigata ebraica
Infine, non sono mancate le polemiche legate alla presenza della Brigata Ebraica. Anche in questo caso è utile distinguere i piani. Contestare la partecipazione di chi sfila in quanto rappresentante della Brigata Ebraica è difficilmente giustificabile: si tratta di una formazione che ha avuto un ruolo riconosciuto nella liberazione dell’Italia dal nazifascismo, e la sua presenza rientra pienamente nel significato storico della giornata.
Diverso è il discorso quando il tema si sposta sul presente. Il riferimento allo Stato di Israele introduce inevitabilmente un livello politico e contemporaneo che esula dal contesto originario del 25 aprile. Da un punto di vista storico, infatti, sovrapporre la Brigata Ebraica, realtà legata alla Seconda guerra mondiale, allo Stato di Israele, nato successivamente, rischia di creare una semplificazione che non aiuta a comprendere né l’una né l’altro.
Questo non significa negare la legittimità del dibattito su Israele, che esiste ed è spesso acceso, ma riconoscere che inserirlo automaticamente all’interno di una ricorrenza come il 25 aprile può contribuire ad aumentare la polarizzazione. Il risultato è che una giornata dedicata alla memoria e ai valori della liberazione finisce per diventare terreno di scontro su questioni contemporanee, perdendo parte della sua funzione originaria.
Ancora una volta, il problema non è la presenza di sensibilità diverse, ma la difficoltà di mantenere distinti i livelli: quando memoria storica e conflitti attuali si sovrappongono senza mediazione, il rischio è quello di dividere più che ricordare.
Una breve riflessione
Il 25 aprile è la ricorrenza che segna la fine della Seconda guerra mondiale in Italia e la sconfitta del nazifascismo. È una data che ricorda come, nella Resistenza, abbiano convissuto e collaborato forze politiche e culturali molto diverse tra loro: destra, sinistra, centro, liberali, cattolici, socialisti, monarchici. Per questo motivo, ridurre questa giornata a una sola appartenenza politica significa semplificarne e impoverirne il significato.
Il 25 aprile è il risultato di una lotta condivisa per un’idea di libertà che, pur declinata in modi diversi, ha trovato un punto di incontro nella costruzione della democrazia italiana. Da quella esperienza nasce anche il percorso che porterà alla Costituzione, frutto del confronto tra visioni differenti ma unite da principi comuni.
Proprio per questo, la Festa della Liberazione dovrebbe continuare a rappresentare un momento di unità, capace di tenere insieme differenze e sensibilità diverse. Gli episodi di violenza, esclusione o contrapposizione sterile che si sono verificati rischiano invece di snaturarne il senso, trasformando una ricorrenza che dovrebbe unire in un’ulteriore occasione di divisione.
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